Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


QUELLO CHE NUTRI di Fabrizio Cipollini

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Un anziano Apache stava insegnando la vita ai suoi nipotini.
Egli disse loro:

“Dentro di me infuria una lotta, è una lotta terribile fra due lupi.
Un lupo rappresenta la paura, la rabbia, l’invidia, il dolore, il rimorso, l’avidità, l’arroganza,
l’autocommiserazione, il senso di colpa, il rancore, il senso d’inferiorità, il mentire,
la vanagloria, la rivalità, il senso di superiorità e l’egoismo.

L’altro lupo rappresenta la gioia, la pace, l’amore, la speranza, il condividere,
la serenità, l’umiltà, la gentilezza, l’amicizia, la compassione, la generosità, la sincerità e la fiducia.
La stessa lotta si sta svolgendo dentro di voi e anche dentro ogni altra persona.”

I nipoti rifletterono su queste parole per un po’ e poi uno di essi chiese:
“Quale dei due vincerà?”

L’anziano rispose semplicemente:
“Quello che nutri.”

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Ho subito amato questa storia apache per la sua semplicità e per la sua magia.  Semplicità non vuol dire facilità e magia non vuol dire esoterismo.

Tutti noi possiamo sentire i morsi , le unghie ed i latrati di questi due lupi dentro la nostra anima, dentro la tempesta delle nostre anime quando il vento freddo della vita decide di abbattersi per abbatterci.

Tutti noi abbiamo vissuto, viviamo e vivremo questa lotta infinita ed atavica tra queste due bestie.

Tutti noi, a bocce ferme, sappiamo quale dei due lupi nutrire. Eppure nel pieno dei nostri inverni compiamo la scelta sbagliata.

Possiamo fare la scelta sbagliata perché accecati dall’odio, dalla rabbia e dall’invidia.

Possiamo fare la scelta giusta perché illuminati dalla gioia o dall’amore 

Perché alla fine è tutta una questione di scelta ed è rimessa a noi.

Perché noi siamo quei due lupi.

Dobbiamo accettarci per quello che siamo, perché se siamo nel buio sappiamo che possiamo portare la luce, perché se siamo nella luce, siamo consapevoli che una parte di buio brillerà con essa.

Di una sola cosa possiamo esserne certi: non saremo mai completamente al buio, non potremo mai essere completamente alla luce.

È la benedizione (e la maledizione) di essere uomo e di poter scegliere. 

 

 

 

 





CONVINZIONI

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"In un tempio giapponese per l'addestramento dei monaci, alcuni misero in dubbio la validità dell'ordinazione di un discepolo. Dicevano che non era valida perché, prima del suo arrivo in Giappone, non era stata celebrata la cerimonia tradizionale, non era andato in giro per la questua, non si era rasato la testa e non aveva ricevuto l'abito.

"Allora, sono o non sono un monaco? ", chiese a Suzuki.

"Le cose sono come le pensiamo", rispose Suzuki. "Se pensi di essere un monaco, sei un monaco. Se non lo pensi, non lo sei".

 

 Tratto da: "Lo zen è qui" - Incontri con Shunryu Suzuki-Roschi - Astrolabio





AMARE

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Visi di ragazzi come tanti.   

Visi sereni, sorridenti, fieri, spazzati via da convinzioni e motivazioni lontane anni luce dalle nostre. Dietro i loro sguardi storie di amore generato da motivazioni diverse. L’amore può celarsi dietro la voglia di costruirsi una casa per condividere i propri momenti con la persona amata, con la propria famiglia e per tale motivo farci accettare un incarico pericolosissimo. L’amore può anche consistere nella voglia di sentirsi utili a persone che non si conoscono, diverse culturalmente, ma che hanno bisogno di noi. Ci sono molti modi di mostrare questo meraviglioso sentimento, questa sensazione di irrefrenabile gioia che si genera dal proprio interno, capace di farci compiere gesti impensati, a volte estremi, altre volte semplici e all’apparenza normali, mai banali. L’amore è sacrificio, e quello vero non dovrebbe avere una natura egoistica, improntata al possesso e all’attaccamento. Chi ama sa che per godere appieno della gioia che scaturisce da questo “stato di grazia” bisogna rischiare, mettersi in gioco, soffrire se è necessario, senza mai arrendersi.

Sei ragazzi hanno sacrificato tutto per il loro amore, fino alla fine.

A noi il compito di portarci dentro il loro messaggio, depurato dalla banalità insita nelle frasi di rito vuote nella loro desolante prevedibilità.

A questi giovani paracadutisti la nostra ammirazione ed il più profondo rispetto.

 





OCCHI CHE SANNO ASCOLTARE

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CONDIVISIONE E SERVIZIO

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Yangon, Myanmar - luglio 2009 - "Mary Chapman Shool for the Deaf Children"

 

Ore 8,45 aeroporto di Yangon, Myanmar (ex Birmania). Un’ interminabile serie di ore di volo con scalo a Bangkok. Una costruzione ultramoderna semivuota che stride con il panorama visto dall’alto. Le lunghe attese per le formalità doganali, il controllo dei visti per poi guadagnare l’uscita. Le porte scorrevoli si aprono davanti a noi e ci proiettano in modo violento nella realtà; caldo asfissiante, odori forti, umidità superiore al 90% e pioggia monsonica. Ora comprendo il motivo per il quale le agenzie turistiche sconsigliano questo periodo per il soggiorno. Tassisti all’arrembaggio dei pochi viaggiatori e un sorriso amico, accogliente, rassicurante che da lontano ci osserva e ci fa cenno di andare verso di lui. E’ il nostro referente per i progetti “Share”. Ci aspettava da tempo. Il nostro lavoro stava per iniziare.

Mentre corriamo verso l’albergo, mi ritorna in mente che ci sono molte strade per sperimentare nuovi modi di sviluppare la propria consapevolezza rispetto a  ciò che si è realmente. Tutto quello che appare nelle nostre azioni e diventa “visibile”, è una diretta conseguenza di ciò che si è al proprio interno, in quella parte più “invisibile” che nel suo pulsare tende a manifestare esternamente una nostra condizione interna. L’invisibile inizia a prendere forma, ad assumere un aspetto meno fantastico, più concreto e intriso di positività, capace di caratterizzare la nostra Vita su una base di felicità, armonia, gioia e amore. In effetti, se si vuole sperimentare questo stato occorre rendere visibile questa parte di positività originariamente presente in tutti noi. Ciò si può realizzare mantenendo una condizione interna che ci porta, attraverso il nostro agire quotidiano, a vivere le nostre esperienze riflettendo e meditando su ciò che si realizza, cercando di percepire se e quanto viene evidenziato risuoni con la nostra più profonda autenticità.

Condividere significa anche utilizzare il nostro talento nella direzione dell’offrire a qualcun altro, in una condizione di servizio che, proprio perché è rivolto ad una ricerca personale, diventa qualcosa che è molto diverso dalla beneficenza. Ecco che allora il condividere diventa il fare solo ciò che è meglio fare, percependo cosa si scatena al nostro interno. Agire significa creare i presupposti del corretto sentire e solo chi sente può capire ciò che spesso sembra non spiegabile, quello che non è visibile. Condividere significa sviluppare la sua azione verso lo sviluppo della propria umanità, percorrendo la via del cuore. La nostra è una società che parla molto di sentimenti, di emozioni, di amore, ma la stragrande maggioranza delle persone domanda amore e si aspetta amore, non si mette nella condizione di offrirlo in modo sincero. Non è possibile creare un’energia positiva dentro di noi se non si prova interesse e gratitudine nei confronti di quella persona, di quel progetto, di quella cosa specifica. Offrire qualcosa significa aver compreso la natura di colui al quale si offre, diventare sensibili (utilizzando i nostri sensi) nell’atto di comprendere a fondo. Frequentare una persona e cercare di comprenderla sono due cose completamente diverse. Basta immaginare cosa spesso accade in una coppia, negli ambienti di lavoro, tra amici. Ci vuole pazienza e un enorme rispetto nei confronti degli altri e un giorno, come d’incanto, anche solo per un istante, si percepirà una vicinanza tale da diventare una sola cosa con l’altra persona. Non vi è mai capitato di preoccuparvi per una persona amica, per il proprio partner, un parente, in modo da arrivare a provare le stesse sensazioni dell’altra persona, magari lo stesso dolore o la stessa felicità? Se non è accaduto significa che il nostro modo di vivere ha paralizzato il nostro “sentire”, il nostro cuore, la nostra anima. Da dove si può iniziare per fare questo percorso? Di sicuro si può iniziare da ciò che si incontra per la propria strada, nella propria quotidianità, senza tentare di andare oltre le proprie capacità. Un’azione, poi la seconda, poi un impegno più grande e così via. Passare poi nel cercare progetti più impegnativi, andare in posti nei quali si può rischiare molto, ma provare un amore che scaturisce dalla nostra parte più invisibile e si concretizza in azioni concrete nella direzione di lasciare un’impronta di Vita e di amore. Sarà magari una goccia in un mare, ma da quella goccia ne scaturiranno altre, fino a diventare un piccolo torrente e poi un fiume. Forse è tutto questo che mi spinge ad andare in paesi come quello dal quale sono stato, completamente diverso dal nostro, in una scuola per ragazzi con disabilità la “Mary Chapman School for the Deaf Children”, per condividere esperienze e dare concretezza ad un sogno partito qualche anno fa da chi ha già individuato il percorso per rendere noi stessi ed il mondo in cui viviamo più umano, attraverso un’offerta di servizio.

 




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