Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: cambiamento


SEMPLICEMENTE MELANIA

indice/immagini/post_immagini/Escher

 

Grazie Melania anche a nome di tutte quelle persone che, leggendo il tuo post, potranno trovare uno stimolo in più per credere nelle immense possibilità che sono naturalmente presenti dentro ciascuno di noi.

 

 

 

C'era una volta la tranquillità...

C'era, anche se non sapevi che ci fosse.

Te ne accorgi solo quando tende a sfuggirti dalle mani, lasciando il posto al suo miglior nemico, il PANICO.

Ah! quanto avresti voluto godertela prima quella spensieratezza che oggi sembra non far più parte di te.

Già spensieratezza, “senza pensieri”!

Quegli odiosi pensieri che ora dominano te, il tuo corpo, la tua mente, la tua vita.

Da quando il panico fa capolino in te per la prima volta, a quando si stanzia perennemente il passo è breve.

Inizi a retrocedere, tutto ciò che ieri facevi con estrema facilità e semplicità, oggi sembra essere insormontabile, alle volte impossibile.

Un giorno credi sia un problema nella tua mente, qualcosa nel meccanismo si è inceppato, l'altro invece ti convinci di stare seriamente male fisicamente.

Si verifica la frammentazione di te stesso.

Non sei più in grado di essere una persona, unitaria, tutta d'un pezzo; sei da quel momento il tuo corpo e la tua mente.

Ma tu, dove sei? Nel tuo corpo o nella tua mente?

Spesso preferisci tirati fuori dalle liti di quei due, costantemente in disaccordo.

Ma decidi di combattere, “perché io sono più forte”.

Prendi di petto il PANICO, magari decidi di uscire in macchina imboccando l'autostrada tanto temuta, e mentre lo fai non sei da sola, sei consapevole che accanto a te, sul lato passeggero, c'è lui, il PANICO.

Quando questo si fa sentire tu ci parli, lo sfidi, continui a ripetergli che ce la farai.

Lui, dal canto suo, continua a ripeterti di tornare indietro, che non è roba per te, che staresti meglio nel tuo “nido protetto”.

Giri la macchina, e proprio in quell'istante ti senti già meglio.

È un attimo. Dal malessere più totale, inizi di nuovo a respirare. È tutto finito.

Ma non ci sei riuscita, ha vinto lui.

È qui che il PANICO ti presenta un'amica, l' ANGOSCIA.

Lei ti deride, mentre tu trovi ogni possibile giustificazione alla sconfitta, perché a te, in fondo, non piace perdere, infatti è la paura che è stata più forte di te, non sei tu che sei stata debole.

Il PANICO ti fa perdere ogni speranza, e , a poco a poco, ti ritrovi chiusa in casa, ma soprattutto in te stessa.

Accetti di avere un problema, forse non sei l'unica.

Sfogli riviste e pagine web cercando conferma che non sei “anormale”, che qualcuno capisce come ti senti, a differenza di quanti non riescono a comprendere a pieno ciò che provi.

Ti senti sollevata e per ora questo ti basta.

Poi per caso, al telegiornale ti presentano un libro, parla del PANICO e di come se ne può uscire.

Pensi “lo hanno fatto apposta per me”, e ti precipiti a comprarlo.

Ti viene detto che l'unico e sacrosanto metodo di uscire dal tunnel del PANICO è affidarsi alle care e scomode medicine, e che “far credere ad una persona che attraverso la meditazione uscirà dalla depressione o dagli attacchi di PANICO può essere pericoloso”.

E  ancora “la psicoanalisi non è una terapia, ma un interessante cammino di dialogo, di confronto, che può essere efficace nelle persone sane, e non per chi soffre di attacchi di PANICO”.

Pensi, “sono malata?”, “ho sottovalutato la situazione?”

si perché, la prima azione che hai fatto è quella di chiedere aiuto ad un medico.

Se un neurologo afferma che l'unica soluzione sono i farmaci devo credergli!

Ma ti senti un po' confusa, e ti chiedi: ma se questo medico afferma che “il cervello, al pari di un muscolo è perennemente flessibile ed adattabile”, e poi che “come si allenano le capacità mnemoniche si può allenare il nostro cervello a riconoscere e a reagire al PANICO, identificato come una bugia del cervello”, non posso anche io allenare la mia mente? Il muscolo non ha bisogno di medicinali per l'elasticità o la mobilità, perché il mio cervello dovrebbe averne bisogno?

Non posso credere che mi servano le medicine come il malato di diabete ha bisogno dell'insulina. Non può essere certo così.

Se il PANICO è come un corpo estraneo che si stanzia in noi, costringendoci ad una vita rinunciataria, con i farmaci non andrò a tacerlo? Ma non sarebbe meglio che io lottassi per portarlo il più lontano da me e dalla mia vita?

Se io prendessi questi farmaci, non sarei come il timido che beve per disinibirsi e che poi non riesce più a farne a meno?

Se io mi sento frustrata perchè non riesco più ad essere quello di una volta, la mia autostima non ricordo più cosa sia, accettare come unica soluzione i farmaci, non mi farà sentire una fallita?

I giorni a seguire sono un po' confusi, da un lato sei fermamente convinta che da sola ce la puoi fare, dall'altro, nei momenti di sconforto ti convinci che quelle medicine magiche potrebbero aiutarti.

A questo punto subentro io, Melania, 21 anni, dall'età di 15 anni soffro di ansie e attacchi di panico.

Le ho provate tutte, in un primo momento non gli ho dato corda, ma poi le limitazioni attorno alla sfera della mia quotidianità si sono fatte sempre più grandi ed importanti.

Ho deciso di entrare in terapia psicologica.

Mi sentivo come un “malato incompreso”, e le amorevoli attenzioni che la psicologa mi dedicava una volta a settimana, mi hanno fatto credere che di quello avevo bisogno.

Più passava il tempo e più continuavo a ripetermi che prima o poi quelle sedute avrebbero dato il loro frutto.

Dopo sei mesi nulla era migliorato, e le mie paure, diventavano sempre più ingombranti.

A 17 anni e un diploma da voler prendere, mi sono convinta che l'unica via per avere una vita normale fosse quella farmacologica.

Per un certo verso era vero.

Per 3 anni ho vissuto come le mie coetanee, la scuola , le feste, gli amici, e tutto quello che si può fare da adolescenti.

“L'unico neo” , le cosiddette ricadute.

A volte le paure tornavano, inaspettatamente. E la dose farmacologica aumentava con loro.

Fino alla frustrazione, il senso di fallimento e di impotenza di fronte al PANICO.

Ho detto basta, ho 20 anni, non posso auspicarmi di vivere per sempre sotto l'effetto dei farmaci, non posso continuare a nascondere la paura.

Ho smesso. Chiaramente questo ha comportato un declino fisico e mentale spaventoso. Sei mesi chiusa in casa con il timore anche solo di gettare la pattumiera fuori la porta.

Le uniche mie uscite erano dedicate ai colloqui col Dottor Zanghi, che, nell'ambito del mio percorso ho scoperto essere semplicemente Giuseppe.

Lui che, non formalmente, non clinicamente, non farmacologicamente, ma professionalmente, mi ha indicato la strada da percorrere, senza però accompagnarmi.

Si perchè dovevo uscirne da sola, non crearmi un punto di salvezza in lui.

In meno di un anno sono tornata ad uscire con gli amici, guidare da sola, riuscire a  socializzare, iscrivermi nuovamente all'università... a tornare alla mia vita.

Sono di nuovo una sola persona, unica ed unitaria, il mio corpo e la mia mente sono tornati in perfetta armonia.

Le mie paure non sono del tutto scomparse, ma oggi ho la forza di affrontare, per poter dire ogni volta “ho vinto, ce l'ho fatta”.

La mia autostima è tornata, a volte pecco di immodestia, a livelli altissimi.

Il tutto senza crearmi la minima dipendenza da lui o dal suo metodo, e soprattutto senza farmaci.

Questa lettera aperta ha tre scopi: il primo quello di ringraziare Giuseppe per lo splendido lavoro fatto, e perfettamente riuscito; il secondo è quello di invitare quanti, come me, soffrono di questo disturbo, a continuare a lottare; non per ultimo, fare infiniti complimenti a me stessa per avercela fatta!

                                                                                             Melania settembre 2008

 





SPIRAGLI

indice/immagini/post_immagini/Luna

 

Guardarsi allo specchio e riuscire a scorgere un essere umano speciale, senza nevrosi, paure, problemi e, soprattutto, senza la sopraffazione del proprio ego. Una persona felice, capace di guardare più in là delle apparenze, perfettamente in grado di scendere nel buio più profondo per poi risalire verso la luce, in modo naturale. Questo è ciò che vorremmo vedere - chi più chi meno- ogni giorno, scrutando il nostro volto davanti ad uno specchio.

Per conseguire questo risultato, per prima cosa dovremmo riuscire a superare la nostra presunzione e l’enorme attaccamento alle nostre convinzioni, molte volte limitanti, circa l’importanza di raggiungere il nostro obiettivo di felicità.  Per fare questo, siamo spesso costretti a calcolare ogni nostra singola mossa, cancellando i segnali che arrivano dal nostro inconscio.

L’autoriflessione ci può portare a scorgere strade diverse e meno battute per il nostro agire futuro, prendere, in un certo qual senso, distanza dalla nostra routine per riuscire ad osservare ciò che emerge dalla nostra quotidianità, senza lasciarsi condizionare dall’abitudine. Se ad esempio ci lamentiamo costantemente della nostra condizione di vita, privata o lavorativa, dovremmo riuscire a capire cosa si nasconde dietro quella parte di noi che respinge ciò che ci circonda, che la contesta, fino a viverla con  afflizione.

Questo è un piccolo ma significativo passo per poter essere in grado di scandagliare con precisione il meccanismo di funzionamento di quella dinamica che ci induce a pretendere senza sosta. Di fatto se ampliassimo la nostra visuale oltre il groviglio dei nostri pensieri, potremmo scorgere l’essenza della nostra vera natura. Quando ci scopriamo infelici, con tutta probabilità stiamo compiendo scelte che tendono a celare il nostro desiderio autentico che darebbe alla nostra Vita un significato più profondo e meno prevedibile. Personalmente, cerco di liberarmi – e non è che mi riesca sempre – dallo sforzo di diventare ciò che non sono,  a causa del ricorso al semplice calcolo.  Il tentativo che compio è quello di rendermi consapevole del mio potenziale, delle mie aspirazioni, del “mondo che voglio costruire”, ma anche dei miei limiti, individuando l’origine delle sofferenze che mi impediscono di vedere con chiarezza il mio sentiero.

Se ci penso meglio, scopro che lo sto facendo anche in questo momento, mentre rifletto su ciò che mi spaventa nell’abbracciare una nuova sfida, l’ennesima, ma forse più radicale delle altre, sempre alla ricerca della completezza del mio essere.

 

 

 





VITA IN DIVENIRE

indice/immagini/post_immagini/Acero1

 

Mi osservo, seduto in giardino ai piedi di un acero, rassicurante nella sua immensa chioma, vivo nelle svariate tonalità che dal verde intenso degradano fino ai colori più chiari. Per quanto io mi sforzi di focalizzare un solo punto, una sola foglia dell’insieme, il vento cambia la situazione iniziale, la modifica, mi distoglie da quell’immagine statica fissata per un solo attimo nella mia mente.

Un albero. Cos’è un albero?

Da un punto di vista biologico è un essere vivente, al pari di un cavallo o di una farfalla. Qualcosa che esprime la sua forza, la sua natura il suo essere vivo e perfettamente in grado, come tutti gli esseri viventi su questo pianeta, di autoregolarsi, di rispondere agli stimoli esterni, di crescere, di svilupparsi, di riprodursi e di adattarsi alle sollecitazioni ambientali. In effetti, tutti gli organismi viventi hanno in comune il fatto che sono costituiti da unità di base che sono poi le cellule.

Socchiudo gli occhi, nello scorrere incessante dei pensieri, provo a conservare quell’immagine.

Li riapro, sposto lo sguardo a livello più ampio, fino ad abbracciare tutta la chioma e la sensazione si modifica.

Ma allora cosa vediamo noi in ogni istante? Possiamo forse arrivare a toccare l’essenza più profonda di un albero, un essere vivente, che cambia e muta il suo equilibrio in modo dinamico, pur nella sua stabilità?

Qualche tempo fa quello stesso albero era spoglio, immerso in un sonno apparente, ed ora eccolo qui, rigoglioso nella sua infinita potenza. Tra qualche mese le foglie cambieranno inesorabilmente di colore, per poi diventare secche, prive di vita, e cadere. Tuttavia, da quella perdita, si genererà nuova crescita con la vittoria della stessa natura sul tempo.

Così, ogni cosa esistente nell’Universo, dalle galassie, ai pianeti, alle luci  di minuscole stelle solitarie osservabili ad occhio nudo, come ogni cellula del nostro corpo, tutto è in costante inarrestabile trasformazione. Solo l’uomo è cosciente di tale infinita grandezza, ma talvolta rifugge questa consapevolezza, desiderando e rincorrendo condizioni che poco o nulla hanno a che vedere con la felicità autentica, ancorati alla staticità piuttosto che rivolti al cambiamento. Si pensi ai piccoli desideri, alla non accettazione anche momentanea di particolari condizioni fisiche e psichiche. C’è chi vorrebbe vivere la vita pensando di poter sfuggire alle regole naturali insite nella vita stessa. Ma la trasformazione, così come il cambiamento, è uno dei principi universali fondamentali dell’universo e, nell’albero, ritrovo la splendida capacità di quell’essere vivente di accettare, senza subirla, la realtà. E’ proprio nella ricerca del senso di quella trasformazione e dei significati più profondi che la vita ci palesa nel suo divenire, che io ricerco  la via per l’utilizzo positivo di quelle esperienze, per non subire passivamente e senza reazione ciò che accade ma, libero dagli attaccamenti, utilizzare l’unica possibilità fornita a noi essere umani di stabilire un punto di partenza per il cambiamento.

 





VIVERE BENE?

 

indice/immagini/post_immagini/necro

 

 “Una strada con un cuore è facile...
Un guerriero non deve sforzarsi per trovarla gradevole,
essa rende il viaggio felice e finché un uomo la segue
è una cosa sola con essa.”

Carlos Castaneda

 

 

Uno rientra in casa, stanco, dà un’occhiata distratta all’ambiente, un saluto fugace a qualcuno. Una doccia e poi a tavola, a scambiare frasi di circostanza e indifferenza.
Intanto un televisore vomita le solite notizie, in un silenzio denso di energia appassita.
Un silenzio abitato da piatti bicchieri e posate. Che ci servono un pasto al di sopra delle nostre necessità, da divorare nervosamente.
E poi si va a letto, e arriva il primo sonno, apparentemente ristoratore, invocato per azzerare pensieri e preoccupazioni, per digerire pezzi di vita trangugiati in fretta.
Insomma, una giornata come tante, la giornata di tanti, troppi individui.
Ognuno di noi si può riconoscere in questo epilogo che da solo esprime il senso stesso della giornata appena trascorsa. E di tante giornate come questa.
Mi viene da pensare che abbiamo completamente dimenticato l’essenza stessa della saggezza insita nei cromosomi della nostra civiltà.
Una saggezza che andrebbe riscoperta e fatta vivere, in quanto unica strada al benessere, al vivere bene, che pure tanto agogniamo ma che sentiamo sempre troppo lontano, lontano e indecifrabile.
Io credo che il vivere bene passi principalmente attraverso la ricerca dell’equilibrio mente-corpo e dell’equilibrio tra noi e gli altri, fino ad arrivare alla consapevolezza di come vi sia felicità autentica quando il bene proprio incontra e si integra con la medesima sensazione dell’altro.
La Vita, per essere vissuta ed assaporata appieno, richiede dinamismo, creatività, interesse, ottimismo ed una immensa fiducia in se stessi e negli altri. Le organizzazioni, come le città, fino alle strutture sociali più piccole come la famiglia, sono oramai ancorate a modelli statici basati su una pigrizia mentale senza precedenti.
Per non parlare delle nuove generazioni e del loro bisogno di identità e spiritualità al quale le generazioni precedenti non sono riuscite a dare indirizzo né risposta. E intanto il nichilismo avanza e si rinuncia ad ingaggiare la propria personalissima lotta con il “senso” e la sua ricerca, e intanto si narcotizzano le emozioni, fino a disconoscerle.
Non c’è da meravigliarsi se anche la società italiana comincia a dare segni di decadenza e di ingiustificata rinuncia a “mettersi in gioco” in modo totale e radicale. Bisognerebbe cambiare, sì, cambiare per non subire la “razionalità” spesso disumana di un sistema globalizzato, in cui impera lo scambio delle merci e l’incitamento al consumo materiale, e in cui viene mortificato lo slancio critico e creativo, la possibilità di “pensare”, almeno pensare, un’alternativa. Un sistema che rischia di soppiantare identità culturali colme di antiche genialità; un sistema che rischia di soppiantarci.
Il mondo sta cambiando? Be’, è talmente ovvio da trovarmi imbarazzato nel doverlo ribadire. Ma come sta cambiando? E come ci sta cambiando?
Non sarà forse arrivato il momento per noi di provare ad immaginare epiloghi diversi? Di provare a cambiare i nostri scenari, sostituendo i soliti gesti, i soliti discorsi, i soliti spazi, con un vivere nuovo, attraverso il quale affermare la nostra diversità e la nostra potenza?

 

L'immagine: S. Dalì, "Necrophiliac Springtime"





CAMBIARE SENZA PAURA

 

indice/immagini/post_immagini/farfalle

 

 

“Come si fa a trovare una spada?”, continuò. “Dove posso rubarne una? Potrei abbordare qualche cavaliere, anche se monto un ronzino che arranca, e toglierla a forza? Deve pur esserci uno spadaio o un armaiolo che non abbia ancora chiuso bottega in una città come questa”.

Tratto da: The Once and Future King - T.H. White

 

Qualche giorno fa parlavo al telefono con una mia amica alle prese con una scelta in ambito lavorativo per lei drastica. Sta decidendo di andare via, di “ lasciare andare” -  dico io - per avere “due mani libere”, per preservare la sua serenità.
Una serenità spesso barattata con una materialità superflua, che non ci riempie davvero, che non ci dà quel senso che noi cerchiamo e che non dovremmo smettere di cercare. Quando arriviamo a prendere decisioni come questa, ci sentiamo smarriti ed impauriti, e ci chiediamo se per caso stiamo facendo bene, se non abbiamo fatto un salto nel buio, se non abbiamo sbagliato a rinunciare a qualcosa di sicuro e garantito. Sì, ci sentiamo smarriti e impauriti ma allo stesso tempo incredibilmente calmi e sereni. Perché quella decisione l’abbiamo presa in modo coraggioso ma anche
consapevole
.
E la consapevolezza ha in sé una energia luminosa e dolce, capace di calmarci, facendoci vivere con intensità la nostra vera essenza, nel momento presente, e preparandoci ai momenti che ci attendono. E’ un’esperienza
vivificatrice
perché corpo e mente lavorano in modo congiunto, senza farsi travolgere dalle emozioni, bensì accogliendole e guidandole.
L’affanno del nostro vivere quotidiano spesso ci allontana da questa consapevolezza e ci fa vivere sotto il ricatto della paura, ci fa vivere una vita sorda e cieca senza l’ascolto della parte più profonda di noi e senza l’ascolto dell’altro. Così, quando ci guardiamo allo specchio, scorgiamo il nostro volto tirato e stanco, senza quella luminosità che solo la gioia interiore può dare. La preoccupazione del domani che incombe su di noi quasi come una minaccia ci allontana dal godimento del presente, dal vivere la Vita attimo per attimo, dimenticando forse che la Vita che sogniamo è già qui, se solo noi ci ricordassimo di entrare in contatto con noi stessi.
Anche un momento di
cambiamento, piccolo o grande che sia, può essere un momento di crescita, a patto però che le scelte siano scelte consapevoli, ovvero il frutto di un’attenta analisi svolta con grande concentrazione. Perché vuol dire che in quel momento ci stiamo prendendo veramente cura di noi, dicendo a noi stessi “io sono qui e mi sto occupando solo di questa cosa
”.
Concentrazione, quindi, e non fissazione! Concentrazione significa disamina critica, apertura mentale, attivazione del nostro pensiero creativo e, soprattutto, distacco. E’ facile cadere nella fissazione, rimanere focalizzati su ciò che “sarebbe stato se”, o magari sull’opportunità o utilità di una certa nostra azione e sull’incognita della scelta.
Ma se cadiamo in questa trappola, diventa realmente difficile lasciar andare l’utile, il vantaggio immediato, a favore di un cambiamento il cui esito non è dato e che è tutto nelle nostre mani.
Lasciar andare in modo consapevole, invece, vuol dire che intanto abbiamo acceso una miccia, che abbiamo attivato un innesco davvero “utile”: l’innesco del cambiamento di cui avevamo bisogno; e ci prepariamo a riconquistare la luminosità perduta.
Salire la scala della vita richiede tempo, ma ciò ci rende capaci di capire non solamente i momenti belli ma anche quelli di crisi. Grazie a questa capacità ci sarà sempre qualcosa di nuovo che ci aspetta e la Vita aumenterà di intensità.

 

L'immagine: "Paesaggio con farfalle", S. Dalì




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