Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: cambiamento


MOMENTI

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Carlo Romagnolo, "Fari e nebbia", olio su tela, 2007

 

Tiro a me la porta, la porta si chiude con un rumore secco, due giri di chiave e resto fermo, lì davanti, per qualche secondo, il tempo di sentire l’eco di quel rumore; poi silenzio.

Mi giro, scorro con lo sguardo le altre porte, le arcate sopra di me, i mattoni a vista accuratamente recuperati, e poi il loggiato e i due capitelli che testimoniano l’origine di queste mura.

Mi avvio, e intanto l’atrio si riempie di suoni parole odori, si riempie di Vita che sento scorrere dentro di me come una vibrazione possente: è un’energia che mi invade quando meno me l’aspetto, è un’energia che a volte non mi so proprio spiegare.

Allora socchiudo gli occhi, e sto con i sensi apertissimi, pronto ad assorbire tutte queste sensazioni, le sensazioni del presente che si mescolano a quelle del passato, sensazioni evocate da profumi parole gesti immagini, sensazioni che hanno segnato e segnano il mio tempo - il nostro tempo - fatto di secondi minuti ore giorni che scorrono inesorabili che non ci aspettano che non possiamo bloccare ma che possiamo trattenere nella nostra memoria, e nel cuore.

La porta è ormai alle mie spalle, s’è chiusa con un rumore secco. Al suo interno è rimasto un appartamento vuoto. Ormai privo delle mie cose.

E intanto la Vita scorre, ed io cammino, allontanandomi lungo scale di pietra semilucida, pietra consumata da innumerevoli passi di persone ora tristi ora gioiose, a volte frettolose.

Ho ancora il tempo di affacciarmi ad un balconcino che sporge su un cortile di pace infinita mentre una pioggia sottile cade nella luce tenue del crepuscolo.

Il suono di un campanello – il campanello di un ascensore ultramoderno, quasi una ferita nel ventre antico di questo palazzo - mi riporta sui miei passi. Passi che mi conducono all’uscita.

Do un’occhiata fugace al citofono, muto e anonimo. Ma non per molto.

La vita scorre incessantemente, i vuoti e i pieni si rincorrono, e a me resta questa sensazione di profondissima gratitudine.

 

 





AMORE O FORSE NO

indice/immagini/post_immagini/amori “Per durare l’amore deve trasformarsi”, così inizia un articolo apparso su Psycologies dello scorso settembre che riportava una intervista allo psichiatra e psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche.
“C’è, diffusa, l’illusione che esista un sentimento d’amore senza condizioni < …….> ma l’amore romantico è un congegno estremamente complesso, delicato e pericoloso, perché si nutre di proiezioni e di illusioni, di forti idealizzazioni. E dunque rischia continuamente di creare frustrazioni e cortocircuiti distruttivi <….> è certo che, nella coppia che vuole durare, l’amore dichiara lo psichiatra deve trasformarsi continuamente. Proseguo con la lettura: “L’ innamoramento è qualcosa che capita, improvvisamente, all’insaputa dello stesso interessato. L’ amore è invece frutto di un lavoro, che implica un consapevole investimento di risorse. Perché l’amore duri occorre far prova di volontà”. Ma non solo, “il passaggio dall’innamoramento all’amore richiede la capacità di stare soli, di vivere i sentimenti in assenza dell’oggetto e indipendentemente dalla componente sensuale, insomma di tollerare la frustrazione e il rarefarsi dei momenti emozionali apicali”.
Le emozioni, appunto. Ecco che mi torna in mente un libro letto qualche tempo fa che parlava di amore e di passioni senza fine, di ascolto e di sordità, di egoismo e di altruismo estremo, di disprezzo e desiderio, insomma, di Vita. Vita fatta di incontri, di fusione e differenziazione, vita fatta anche di separazioni.
Le separazioni sono ineluttabili, non fosse altro per l’evento della morte, e ogni separazione va elaborata, metabolizzata, fatta rientrare nell’ordine naturale delle cose.
Sì, perché non è colpa o merito di nessuno se le cose nascono o finiscono: è la Vita, la nostra.
Mi alzo dalla poltrona, vado verso la libreria e cerco tra i volumi, eccolo: “Gli amori che abbiamo vissuto”.
Inizio a sfogliarlo, e ritrovo quel passaggio che dice:“La verità è che io ero innamorato come un ragazzino, non pensavo a niente che non avesse a che vedere con lei, aspettavo con ansia il momento di prendermene cura e non volevo altro che mostrarle il mio mondo, coccolarmi e godermi tutto ciò che potevamo goderci insieme. In quel periodo quasi non avemmo dissapori, andavamo d’accordo praticamente su tutto ed eravamo davvero felici. Certo, quando qualcosa andava male o io la contraddicevo, anche su una piccolezza, lei scoppiava a piangere e io mi sentivo perduto. Ma non era un pianto isterico, no, lei soffriva davvero”.
Qualche riga, quasi a voler ricordare che far crescere l’amore e stabilire una relazione duratura è possibile a patto di riconoscersi, ad un certo punto, diversi e separati, capaci di separarsi dall’oggetto d’amore, fino a non considerare l’altro mero oggetto d’amore ma “destinatario”, termine e a sua volte generatore, a patto di non eludere la necessaria trasformazione, innanzitutto delle emozioni.

 

 





FELICITA': un'apertura di prospettiva

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"Cambiando i loro intimi atteggiamenti mentali, gli esseri umani sono in grado di modificare gli aspetti esteriori della propria esistenza"

 

William James

 

 

 

 

Ognuno di noi dà un significato diverso alla felicità, occorre ribadirlo. Ognuno di noi ne parla, e molti di noi ritengono di sapere ciò che li renderebbe “felici”, salvo poi verificare sulla propria pelle che forse non è così scontato.

Per quanto ho potuto sperimentare, è lo stato mentale il punto di partenza, perché è dalla mente che parte tutto.

Se penso alla felicità della mente penso al raggiungimento di uno stato gioioso, calmo, rilassato, tranquillo, totalmente indipendente dalle condizioni esterne. Non intendo cioè la felicità come il godimento che si trae dalla visione di un bell’oggetto o dall’ascolto di un brano musicale, che sicuramente mi trasmettono piacevolezza.

E’ un viaggio interiore che non ha mai fine, un viaggio continuo, basato sul riconoscimento e sulla eliminazione di piccole azioni che riteniamo “non virtuose”.

In tal modo si potrà comprendere come si può essere felici e creare, predisporre le cause per diventarlo. Bisogna quindi avere la possibilità mentale a sacrificarsi, soprattutto nei primi tempi, poiché la nostra natura è indirizzata verso la negatività.

Se vogliamo invece indirizzarci verso una visione positiva del nostro stato, dobbiamo sviluppare la tolleranza per affrontare le fatiche che possono condurci alla vera comprensione di ciò che accade e, da qui, porre una base solida per costruire l’ambiente capace di generare felicità.

Prendiamo il caso, per altro comune, di una dinamica interpersonale: volere ad ogni costo che qualcuno cambi, ovvero far sì che quella persona diventi ciò che noi desideriamo, ad esempio un collega o un collaboratore - in ambito professionale, oppure il partner o i figli - in quello privato.

In tal caso scivoliamo, molto spesso senza nemmeno averne sentore, in questa trappola: critichiamo, analizziamo le azioni altrui e giudichiamo, senza comprendere la reale motivazione che spinge quella persona a comportarsi secondo quel determinato schema, questo perché siamo convinti di essere nel giusto e andiamo avanti decisi a difendere la nostra posizione, senza accettare compromessi.

Siamo in questo caso prigionieri delle nostre opinioni, e andiamo subito in collera non appena incontriamo qualcuno che ha un punto di vista differente dal nostro. Non è facile riconoscere in noi questi comportamenti attraverso i quali mettiamo in atto schemi mentali non orientati all’ascolto, e anche se li riconoscessimo non è facile accettare di dover cambiare e, tanto meno, decidere di farlo: mettersi in discussione è una pratica più dolorosa e impegnativa di quanto si creda.

Eppure ci sarà capitato in molte altre occasioni, quando magari eravamo sereni e in pace profonda con noi stessi e privi di ogni attaccamento, di riuscire ad aiutare gli altri, ad infondere a nostra volta tranquillità e serenità, imparando ad essere “equanimi”.

Due situazioni diverse, due stati mentali opposti, due reazioni opposte.

Il guaio è che nei momenti in cui siamo più coinvolti emotivamente, è il primo stato mentale ad avere il sopravvento, quello orientato alla negatività e all’ascolto di un’unica sacrosanta ragione: la nostra.

Per poterne venire fuori ciascuno di noi dovrebbe chiedersi quale sia il suo stato mentale in una determinata circostanza, ovvero se è più forte la manifestazione della mente turbata dalle emozioni negative o se è più forte la manifestazione dell’aspetto di pace, serenità, calma. E’ uno strumento, un aiuto, una pratica, “un allenamento al cambiamento”. La pratica si compone di tre passaggi fondamentali: il primo è l’ascolto, il secondo è l’incorporazione, il terzo è l’ integrazione con le attività quotidiane. Perché la pratica sia completa questi tre aspetti devono essere tutti presenti. Chi pensa e spera che solamente con l’ascolto le cose si risolvano non otterrà un cambiamento radicale. Occorre provare e sperimentare, sbagliare, riprovare di nuovo, senza stancarsi, con atteggiamento critico e nello stesso tempo costruttivo, arrivando a comprendere fino in fondo cosa sta accadendo e cosa ci impedisce di raggiungere lo stato desiderato perché solo dall’esperienza deriverà un effettivo cambiamento. Di fatto, anche nella nostra vita quotidiana agiamo in questo modo; impariamo, interiorizziamo ciò che apprendiamo ed infine familiarizziamo con ciò che abbiamo appreso. Nel fare tutto ciò agiamo con il maggior impegno possibile, nel tentativo di raggiungere traguardi che, una volta ottenuti, speriamo riescano a darci la tanto desiderata felicità.

 





IL PROCESSO CREATIVO: FASCINO E INQUIETUDINE
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Penso che la creatività e l’innovazione consistano nel saper vedere, nelle cose che tutti possono vedere, quello che nessuno ha mai visto prima.

Colui capace di creare “guarda attraverso”, vede l’invisibile, ha qualcosa di magico, divino e demoniaco allo stesso tempo, che lascia affascinati e al contempo inquieti coloro, i più, che vedono solo ciò che tutti possono vedere. Non si crea mai dal nulla, difficilmente un’invenzione può essere radicale, più spesso è un’invenzione moderata, perché l’invenzione è sempre il precipitato di qualcosa di già conosciuto assimilato sperimentato combinato all’idea nuova, all’intuizione felice che determina lo scarto.

Aprire la propria mente vuol dire anche allenarla a immaginare ciò che oltrepassa i confini del noto, i confini delle abitudini (di pensiero, di vita), ovvero tutto ciò che ci aiuta nell’economia del vivere ma che una volta sclerotizzato ci toglie il gusto del vivere, e ci fa ripiegare su noi stessi, e intorpidire (mente e corpo).

Immaginare la soluzione laterale, quella non contemplata apre di per sé la strada alla ricerca dei modi mezzi modalità strumenti per rendere quella soluzione attuale.

Rompere gli schemi, dunque, ma solo se li conosciamo: è questa la base di partenza per ogni artista, per ogni inventore, per ogni scopritore. E’ questo che i matematici, e gli scienziati in generale, fanno: forzano le barriere di ciò che sanno già, e immaginano mondi e soluzioni (im)possibili, li immaginano però come possibili e già questo li porta ad un passo dalla loro attualizzazione.

Così, per poter innescare una qualunque tipologia di cambiamento, occorre prima di tutto conoscersi, è vero, e fin qui siamo ancora nell’ambito del dato, ma occorre soprattutto riconoscersi e aprirsi, ovvero predisporsi alle idee nuove, sia nel mondo esterno che in quello interno a noi. Il passaggio all’individuazione delle tecniche e strategie idonee a raggiungere l’obiettivo prefissato è non meno importante ma successivo.

Prima, dunque, la parte creativa, libera da condizionamenti e vincoli, poi la logica finalizzata all’azione. E per “logica” intendiamo, mutuandola da De Bono, “lo strumento logico usato per approfondire una miniera, per allargarla e dotarla delle strutture necessarie”.

Se però la miniera è stata scavata in un posto sbagliato, nessun accorgimento riuscirà a rimuoverla e a trasportarla nel posto adatto.

Insomma, sarebbe auspicabile volgere il proprio sguardo in una nuova direzione, cancellando ciò che la realtà definisce come “la realtà”, e immaginare combinazioni infinite ma possibili.

 

Leggi anche gli articoli di Fabrizio Cipollini "Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare" e "Creatività come Archeologia"





LA SFIDA DI UNA VITA

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“E’ forse proprio quando non sappiamo più che fare
che siamo giunti al nostro compito reale;

e forse è quando non sappiamo più dove andare

che incomincia davvero il nostro viaggio”   
                                      
     

(Wendell Berry)

 

 

 

 

Riappropriarsi dei sensi, anche quando tutto quello che ci circonda ci spinge in direzione opposta! Sentirsi e sentire vuol dire comprendere e diventare consapevoli di quello che stiamo vivendo, attimo per attimo, come in questo momento in cui sto scrivendo. Questa è per me la vera bellezza e la vera ricchezza del vivere: godere di ogni attimo, godere del momento presente, anche quando, anzi, soprattutto quando il mondo fuori accelera e le cose si muovono in fretta.

Quando ripercorro la vita vissuta fino ad oggi, non posso non pensare ai momenti cruciali, positivi e negativi, ai miei errori, ai cambiamenti, alle sfide. Mi soffermo su questi momenti, analizzo le esperienze che mi hanno segnato e non posso non constatare che ciò che c’è - fuori - di me è molto diverso da quello che io pensavo di avere dentro.

Le esperienze mi hanno cambiato e, soprattutto, hanno di volta in volta cambiato la percezione che avevo di me, o meglio quello che io credevo di sapere di me. L’incongruenza tra il Giuseppe atteso-immaginato e quello realizzato mi ha a volte sorpreso favorevolmente altre volte no, ma il riconoscere e vivere questa non coincidenza è stato per me sempre un’ occasione di crescita, una sfida ulteriore.

La sfida verso me stesso, la lotta volta a capire chi sono, cosa voglio, cosa posso fare, essere.

Queste domande hanno tutte a che vedere con la definizione della nostra identità, con la ricerca di senso, individuale e non, e, perché no, con la ricerca della felicità.

La felicità, appunto.

Spesso, all’interno delle sessioni di coaching, quando il mio cliente ed io ci avviciniamo all’individuazione dell’obiettivo, mi sento dire:”Voglio essere (o sentirmi) felice”.

Con questa frase si esprime un desiderio, il desiderio di un “qualcosa” da raggiungere, un qualcosa che però non si sa bene identificare, e si esprime anche l’ansia e il timore di non riuscire ad esaudire tale desiderio, di non poter toccare quello stato di grazia tanto agognato. Come se, una volta approdati ad esso, potessimo placare la nostra sete e dichiarare la ricerca conclusa!
Capita, pensando al passato, di far coincidere la felicità con una relazione, con un lavoro, con un cambiamento, con un progetto. Ricordiamo la scossa di adrenalina che pervadeva il nostro essere nel mentre di quelle esperienze appaganti, piene, gratificanti. Sì, ma per quanto? Queste esperienze si sono poi concluse, interrotte o semplicemente le abbiamo digerite ed espulse. Ed è rimasta la nostalgia di quella adrenalina, di quella sensazione di benessere così vicina alla felicità.
Ma forse non cadiamo in errore quando ci ostiniamo a far coincidere la felicità con uno di questi stati o condizioni? E perdiamo così di vista la vita nella sua globalità, nel suo senso più ampio. Ma come facciamo a sapere se ciò che crediamo di desiderare e con pervicacia perseguiamo sia davvero o faccia davvero la nostra felicità?

Le domande sono tante. Ora, mentre scrivo, sto cercando di dare ordine ai pensieri che fluiscono nella mia mente, e cerco di vivere questo momento appieno, e attento a non perdere di vista il senso di questo meraviglioso viaggio che è la vita. Un viaggio che è all’inizio, o meglio, che è sempre a un nuovo inizio, perché siamo in continuo cambiamento, e mai e poi mai dovremmo negarci la possibilità di pensarlo immaginarlo e infine produrlo il cambiamento che desideriamo. Sono ad un nuovo giro di boa, e intravedo la strada che prosegue verso una nuova direzione, magari sconosciuta, impegnativa. Ho una certezza, però, che affonda la sua ragion d’essere nel mio desiderio, nel mio attuale desiderio: il desiderio di ricerca, di comprensione della natura della mente, dell’etica umana, delle strade che ci avvicinano al senso, al senso della vita.

Ad un certo punto del mio percorso ho sentito che ciò che stavo facendo non mi rendeva felice - l’ho anche raccontato in uno dei primi post- e ho iniziato a nutrire la convinzione che il dedicarmi a me stesso fosse in qualche modo in contrasto con il sostegno dato alle altre persone. Fu importante per me, in quel momento di disorientamento, avvicinarmi alla psicologia buddista e recuperare, anche grazie ad essa, una visione sistemica, e quindi capire che occuparsi di sé stessi e contemporaneamente degli altri è fondamentale per l’esistenza umana, e che lasciare in disparte il sé, nella visione occidentale della compassione ad esempio, è una omissione drastica.

Forse è proprio questo un primo, piccolo spiraglio di apertura rispetto al concetto di felicità. O, almeno, della mia felicità. Se io compio delle scelte che mirano a sollevare un essere dalla sofferenza, riesco a provare una sorta di benessere estremo, che si tratti di piccole o di grandi cose. Ma il passaggio cruciale sta nel fatto che per arrivare a provare una felicità piena, la compassione e l’amorevolezza devono essere contemporaneamente applicate a se stessi ed agli altri. Ecco una delle mie sfide… di una vita.

L'immagine: il faro di "Cape Recinga", Nuova Zelanda

 




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