Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: benessere, felicità


ENERGIA NATALIZIA

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Vivere con serenità e gioia, questo percepisco nel profondo in queste giornate di festa. Non posso dire di leggere negli sguardi di molte persone che incrocio le medesime sensazioni;  fretta, nervosismo, inquietudine e facile irascibilità modificano il volto di quanti osservo. Mi è venuto così in mente di proporvi una piccola pratica, che cerco di compiere nel corso delle mie giornate. Io la chiamo pratica di piccola felicità.

Come punto di partenza cerco di acuire i sensi e di portare quanto più in basso possibile il mio respiro, calmandolo ad ogni inspiro ed espiro. Lascio scorrere i miei pensieri  senza bloccarli, senza soffermarmi su di essi, positivi o negativi che siano. Li lascio scorrere, semplicemente. Contemporaneamente porto la mia attenzione al mio addome e cerco di immaginarlo al suo interno luminoso, sereno, vivo, fino a percepirlo sorridente. Lentamente, questa sensazione sale fino al centro del petto, amplificando la sensazione di allegria. Ad ogni battito del cuore lascio andare ogni tensione sul viso e mi predispongo in “modo positivo”. Sorrido dentro, e lentamente inizio la giornata, accettando lo stato degli altri, qualunque esso sia, sospendendo il giudizio, cercando di comprendere e di accettare fino in fondo il modo di porsi di  quella persona.

Sono quelli che ho descritto, piccoli istanti di consapevolezza, all’inizio difficili da mettere in pratica in modo completo. Chi proverà e non si scoraggerà, potrà iniziare a percepire qualche piccola differenza in termini di benessere interiore, che andrà a trasformarsi via via nel tempo in una maggiore sensazione di presenza di Vita.

Auguri di un sereno Natale a tutti voi e ai vostri cari.

 

 





MASCHERE

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Capita a molti di noi di identificarsi con il proprio ruolo sociale e professionale talmente in profondità da toccare stati nevrotici fuori controllo. Si indossa una certa maschera durante la maggior parte della giornata, arrivando a percepirla talmente nostra, da rimanere imprigionati a quel determinato ruolo, anche quando non vi sarebbe alcuna necessità di continuare a proseguire nella propria finzione. Siamo in qualche modo indotti ad indossare abiti adatti ad ogni occasione, maschere annesse, dalle quali poi risulta difficile liberarsi, anche quando ci sentiamo autentici. Ci ritroviamo così a compiere gesti sempre uguali, modellati per questa o quella particolare circostanza, che poi finiscono per essere confusi con i nostri modelli di riferimento più profondi, valori inclusi.  Dalle maschere alle corazze il passaggio è breve.  Ciò avviene soprattutto quando si viene condizionati da quello stereotipo comportamentale adagiato sul nostro non ascolto interiore, rinunciando di fatto alla ricerca di una nostra centralità.  In momenti di grande cambiamento come quelli che stiamo vivendo, pieni di paure ed inquietudini, i conflitti interiori si acuiscono, a causa delle nostre abitudini che ci portano ad identificarci con i nostri desideri: dalla casa, all’automobile, alla propria vacanza, al proprio conto in banca, alle amicizie “strategiche”, fino al proprio status professionale. Tuttavia ciò che ci rende così infelici e stressati, non è tanto la nostra vita concitata,  quanto l’atteggiamento mentale che sviluppiamo , costantemente rivolto al successo quale esclusiva fonte di  felicità. E ciò non riguarda unicamente la professione, basti pensare a quello che accade a molte donne le quali, una volta diventate madri, dimenticano qualunque altra veste, salvo poi sperimentare l’abbandono e la sofferenza nel constatare che i figli sono diventati improvvisamente grandi  e quindi autonomi.  O magari riflettere per un attimo a ciò che sperimentano manager alla soglia della “fuoriuscita dal sistema produttivo”, quando iniziano a percepire il respiro invadente del  giovane rampante, suo prossimo sostituto. Immaginate nella mente dell’uomo il riaffiorare delle rinunce compiute in nome e per conto di un simbolo, di uno status, del mantenimento di un ruolo che impone la riduzione di spicchi di Vita basati sulla normalità di scegliere, la possibilità di dedicare più tempo agli altri, con gli altri.

Ma come facciamo ad uscire da questo cuneo sempre più profondo?

Certo, la risposta più semplice sarebbe quella di non entrare mai in un simile labirinto. Ma una volta entrati a piè pari nella normalità di quel tipo di vita, trovare la forza di rinunciare a qualcuna delle molteplici maschere che indossiamo, magari le più pesanti. Oppure, se non si riesce a lasciare andare proprio nulla, imparare a non pretendere da se stessi più di quanto non è possibile dare sotto il peso di ingombranti responsabilità.

 





RISONANZE di Fabrizio Cipollini
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Questa intera creazione è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena,

l'attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l'autore, il pubblico e il critico.

 

(Carl Gustav Jung)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfred Gockel, Danza Lunare

 

"Ha 38 anni, Bartleboom.  Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei ? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle

-          Ti aspettavo.

Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere ad una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell'uomo, prima di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo

-          Tu sei matto.

E per sempre lo amerà."

La voce trema ed il respiro si fa corto mentre, sopra il palco, inizio a leggere questo meraviglioso pezzo tratto da Oceanomare  di Alessandro Baricco. Erano anni che volevo frequentare un corso di teatro ed adesso stavo realizzando il mio sogno.

La mia intenzione, però, non è quella di diventare un attore, ma quella di capire come funziona il "teatro". Apprendere le sue dinamiche e comprendere le sue iterazioni per poter scrivere meglio, anche dei drammi o adattamenti teatrali.

Anche se non ho velleità da attore, le emozioni, la passione, i sentimenti ed il calore che sto provando sono davvero forti. Persino lo stesso brano di Baricco diviene un caleidoscopio di nuovi sentimenti e nuove sensazioni.

Debora, la nostra insegnante, mi ferma e mi da qualche consiglio.

Debora, oltre ad avere un talento fuori dal comune, è davvero straordinaria.

Ha una energia quasi infinita e quando parla del teatro i suoi occhi brillano.

La vedo e mi ritrovo a pensare che abbiamo dei punti in comune. Quello che per lei è il teatro, per me è la poesia e la scrittura in genere.

Ho già deciso di regalarle il mio libro di poesie alla fine di questo stage.

Faccio un profondo respiro e stringo i lati del leggio per scaricare la tenzione…

"Ha 38 anni, Bartleboom…."

La voce si è fatta più chiara, il nervosismo sfuma e le emozioni si amplificano.

Valeva davvero la pena mettersi in gioco per provarle.

 

 





DENTRO DI NOI

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Fernando Leschiera, "Labirinto cosmico" 

 

La cultura occidentale, alla ricerca spasmodica di certezze su cui basare il proprio agire,  ha prodotto una credenza fondata sul fatto che è vero solo ciò che vediamo, o che pensiamo di vedere. In questo modo tendiamo a sviluppare una sorta di “fissazione” rispetto ad un nostro modo di pensare e di comportarci, scambiando le semplici convenzioni con la realtà, il trucco con l’autenticità.

Per ridurre al massimo il rischio di cadere in questa trappola, occorre diventare abili nel porsi le domande giuste. A questo mio invito, spesso mi sento rispondere che “è difficile”, che “ci vorrebbero dei suggerimenti” fino ad arrivare alla richiesta di “un esempio di buone domande”. Mi piace credere invece, che ognuno di noi abbia la capacità di porsi una domanda per  cercare una risposta, la “sua” risposta, e non quella che qualcun altro vorrebbe che lui desse.

Questa è l’era della manipolazione, dell’essere furbi per non essere schiacciati, per non soccombere, per vivere riferendoci a stereotipi culturali di massa, uniformati e uniformanti. Mi capita così di osservare persone sempre più spaventate, disorientate, continuamente proiettate alla ricerca di qualcuno capace di dare loro le risposte vincenti, per non rischiare di sentirsi esclusi dal grande gioco. Ma come venire fuori da questo labirinto? Personalmente sono persuaso del fatto che per trovare risposte valide per sé, occorra innanzitutto  effettuare una prima grande scelta, tra la ricerca di una condizione di Vita naturale o innaturale. Tali scelte possono spaziare dal come impiegare il proprio tempo libero, allo scegliere un certo tipo di auto, o un certo tipo di partner piuttosto che un altro, oppure se indirizzare il proprio impegno  ed il proprio talento verso una direzione, magari totalizzante in termini di energie, piuttosto che scegliere una direzione meno “mondana” e con spazi maggiori da dedicare alla scoperta  ed ala valorizzazione della parte più profonda di sé.  Tale prima domanda va posta sospendendo ogni giudizio verso se stessi,  accontentandosi  del semplice fatto di essere riusciti semplicemente a formularsela, senza aspettarci risposte immediate. “Non ci sono buone risposte se non ci sono buone domande” e  le buone domande, ad esempio, dovrebbero essere aperte e non contemplare la possibilità di esaurirsi con risposte basate sul semplice “si” o “no”. Nel frattempo il nostro compito è quello di vivere la Vita al meglio delle nostre capacità, senza soffermarsi troppo sui “perché”. In questo modo ciascuno di noi potrà trovare la propria strada, e di conseguenza il proprio proposito.

 





SEMPLICEMENTE MELANIA

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Grazie Melania anche a nome di tutte quelle persone che, leggendo il tuo post, potranno trovare uno stimolo in più per credere nelle immense possibilità che sono naturalmente presenti dentro ciascuno di noi.

 

 

 

C'era una volta la tranquillità...

C'era, anche se non sapevi che ci fosse.

Te ne accorgi solo quando tende a sfuggirti dalle mani, lasciando il posto al suo miglior nemico, il PANICO.

Ah! quanto avresti voluto godertela prima quella spensieratezza che oggi sembra non far più parte di te.

Già spensieratezza, “senza pensieri”!

Quegli odiosi pensieri che ora dominano te, il tuo corpo, la tua mente, la tua vita.

Da quando il panico fa capolino in te per la prima volta, a quando si stanzia perennemente il passo è breve.

Inizi a retrocedere, tutto ciò che ieri facevi con estrema facilità e semplicità, oggi sembra essere insormontabile, alle volte impossibile.

Un giorno credi sia un problema nella tua mente, qualcosa nel meccanismo si è inceppato, l'altro invece ti convinci di stare seriamente male fisicamente.

Si verifica la frammentazione di te stesso.

Non sei più in grado di essere una persona, unitaria, tutta d'un pezzo; sei da quel momento il tuo corpo e la tua mente.

Ma tu, dove sei? Nel tuo corpo o nella tua mente?

Spesso preferisci tirati fuori dalle liti di quei due, costantemente in disaccordo.

Ma decidi di combattere, “perché io sono più forte”.

Prendi di petto il PANICO, magari decidi di uscire in macchina imboccando l'autostrada tanto temuta, e mentre lo fai non sei da sola, sei consapevole che accanto a te, sul lato passeggero, c'è lui, il PANICO.

Quando questo si fa sentire tu ci parli, lo sfidi, continui a ripetergli che ce la farai.

Lui, dal canto suo, continua a ripeterti di tornare indietro, che non è roba per te, che staresti meglio nel tuo “nido protetto”.

Giri la macchina, e proprio in quell'istante ti senti già meglio.

È un attimo. Dal malessere più totale, inizi di nuovo a respirare. È tutto finito.

Ma non ci sei riuscita, ha vinto lui.

È qui che il PANICO ti presenta un'amica, l' ANGOSCIA.

Lei ti deride, mentre tu trovi ogni possibile giustificazione alla sconfitta, perché a te, in fondo, non piace perdere, infatti è la paura che è stata più forte di te, non sei tu che sei stata debole.

Il PANICO ti fa perdere ogni speranza, e , a poco a poco, ti ritrovi chiusa in casa, ma soprattutto in te stessa.

Accetti di avere un problema, forse non sei l'unica.

Sfogli riviste e pagine web cercando conferma che non sei “anormale”, che qualcuno capisce come ti senti, a differenza di quanti non riescono a comprendere a pieno ciò che provi.

Ti senti sollevata e per ora questo ti basta.

Poi per caso, al telegiornale ti presentano un libro, parla del PANICO e di come se ne può uscire.

Pensi “lo hanno fatto apposta per me”, e ti precipiti a comprarlo.

Ti viene detto che l'unico e sacrosanto metodo di uscire dal tunnel del PANICO è affidarsi alle care e scomode medicine, e che “far credere ad una persona che attraverso la meditazione uscirà dalla depressione o dagli attacchi di PANICO può essere pericoloso”.

E  ancora “la psicoanalisi non è una terapia, ma un interessante cammino di dialogo, di confronto, che può essere efficace nelle persone sane, e non per chi soffre di attacchi di PANICO”.

Pensi, “sono malata?”, “ho sottovalutato la situazione?”

si perché, la prima azione che hai fatto è quella di chiedere aiuto ad un medico.

Se un neurologo afferma che l'unica soluzione sono i farmaci devo credergli!

Ma ti senti un po' confusa, e ti chiedi: ma se questo medico afferma che “il cervello, al pari di un muscolo è perennemente flessibile ed adattabile”, e poi che “come si allenano le capacità mnemoniche si può allenare il nostro cervello a riconoscere e a reagire al PANICO, identificato come una bugia del cervello”, non posso anche io allenare la mia mente? Il muscolo non ha bisogno di medicinali per l'elasticità o la mobilità, perché il mio cervello dovrebbe averne bisogno?

Non posso credere che mi servano le medicine come il malato di diabete ha bisogno dell'insulina. Non può essere certo così.

Se il PANICO è come un corpo estraneo che si stanzia in noi, costringendoci ad una vita rinunciataria, con i farmaci non andrò a tacerlo? Ma non sarebbe meglio che io lottassi per portarlo il più lontano da me e dalla mia vita?

Se io prendessi questi farmaci, non sarei come il timido che beve per disinibirsi e che poi non riesce più a farne a meno?

Se io mi sento frustrata perchè non riesco più ad essere quello di una volta, la mia autostima non ricordo più cosa sia, accettare come unica soluzione i farmaci, non mi farà sentire una fallita?

I giorni a seguire sono un po' confusi, da un lato sei fermamente convinta che da sola ce la puoi fare, dall'altro, nei momenti di sconforto ti convinci che quelle medicine magiche potrebbero aiutarti.

A questo punto subentro io, Melania, 21 anni, dall'età di 15 anni soffro di ansie e attacchi di panico.

Le ho provate tutte, in un primo momento non gli ho dato corda, ma poi le limitazioni attorno alla sfera della mia quotidianità si sono fatte sempre più grandi ed importanti.

Ho deciso di entrare in terapia psicologica.

Mi sentivo come un “malato incompreso”, e le amorevoli attenzioni che la psicologa mi dedicava una volta a settimana, mi hanno fatto credere che di quello avevo bisogno.

Più passava il tempo e più continuavo a ripetermi che prima o poi quelle sedute avrebbero dato il loro frutto.

Dopo sei mesi nulla era migliorato, e le mie paure, diventavano sempre più ingombranti.

A 17 anni e un diploma da voler prendere, mi sono convinta che l'unica via per avere una vita normale fosse quella farmacologica.

Per un certo verso era vero.

Per 3 anni ho vissuto come le mie coetanee, la scuola , le feste, gli amici, e tutto quello che si può fare da adolescenti.

“L'unico neo” , le cosiddette ricadute.

A volte le paure tornavano, inaspettatamente. E la dose farmacologica aumentava con loro.

Fino alla frustrazione, il senso di fallimento e di impotenza di fronte al PANICO.

Ho detto basta, ho 20 anni, non posso auspicarmi di vivere per sempre sotto l'effetto dei farmaci, non posso continuare a nascondere la paura.

Ho smesso. Chiaramente questo ha comportato un declino fisico e mentale spaventoso. Sei mesi chiusa in casa con il timore anche solo di gettare la pattumiera fuori la porta.

Le uniche mie uscite erano dedicate ai colloqui col Dottor Zanghi, che, nell'ambito del mio percorso ho scoperto essere semplicemente Giuseppe.

Lui che, non formalmente, non clinicamente, non farmacologicamente, ma professionalmente, mi ha indicato la strada da percorrere, senza però accompagnarmi.

Si perchè dovevo uscirne da sola, non crearmi un punto di salvezza in lui.

In meno di un anno sono tornata ad uscire con gli amici, guidare da sola, riuscire a  socializzare, iscrivermi nuovamente all'università... a tornare alla mia vita.

Sono di nuovo una sola persona, unica ed unitaria, il mio corpo e la mia mente sono tornati in perfetta armonia.

Le mie paure non sono del tutto scomparse, ma oggi ho la forza di affrontare, per poter dire ogni volta “ho vinto, ce l'ho fatta”.

La mia autostima è tornata, a volte pecco di immodestia, a livelli altissimi.

Il tutto senza crearmi la minima dipendenza da lui o dal suo metodo, e soprattutto senza farmaci.

Questa lettera aperta ha tre scopi: il primo quello di ringraziare Giuseppe per lo splendido lavoro fatto, e perfettamente riuscito; il secondo è quello di invitare quanti, come me, soffrono di questo disturbo, a continuare a lottare; non per ultimo, fare infiniti complimenti a me stessa per avercela fatta!

                                                                                             Melania settembre 2008

 




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