Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: benessere, felicità


SPIRAGLI

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Guardarsi allo specchio e riuscire a scorgere un essere umano speciale, senza nevrosi, paure, problemi e, soprattutto, senza la sopraffazione del proprio ego. Una persona felice, capace di guardare più in là delle apparenze, perfettamente in grado di scendere nel buio più profondo per poi risalire verso la luce, in modo naturale. Questo è ciò che vorremmo vedere - chi più chi meno- ogni giorno, scrutando il nostro volto davanti ad uno specchio.

Per conseguire questo risultato, per prima cosa dovremmo riuscire a superare la nostra presunzione e l’enorme attaccamento alle nostre convinzioni, molte volte limitanti, circa l’importanza di raggiungere il nostro obiettivo di felicità.  Per fare questo, siamo spesso costretti a calcolare ogni nostra singola mossa, cancellando i segnali che arrivano dal nostro inconscio.

L’autoriflessione ci può portare a scorgere strade diverse e meno battute per il nostro agire futuro, prendere, in un certo qual senso, distanza dalla nostra routine per riuscire ad osservare ciò che emerge dalla nostra quotidianità, senza lasciarsi condizionare dall’abitudine. Se ad esempio ci lamentiamo costantemente della nostra condizione di vita, privata o lavorativa, dovremmo riuscire a capire cosa si nasconde dietro quella parte di noi che respinge ciò che ci circonda, che la contesta, fino a viverla con  afflizione.

Questo è un piccolo ma significativo passo per poter essere in grado di scandagliare con precisione il meccanismo di funzionamento di quella dinamica che ci induce a pretendere senza sosta. Di fatto se ampliassimo la nostra visuale oltre il groviglio dei nostri pensieri, potremmo scorgere l’essenza della nostra vera natura. Quando ci scopriamo infelici, con tutta probabilità stiamo compiendo scelte che tendono a celare il nostro desiderio autentico che darebbe alla nostra Vita un significato più profondo e meno prevedibile. Personalmente, cerco di liberarmi – e non è che mi riesca sempre – dallo sforzo di diventare ciò che non sono,  a causa del ricorso al semplice calcolo.  Il tentativo che compio è quello di rendermi consapevole del mio potenziale, delle mie aspirazioni, del “mondo che voglio costruire”, ma anche dei miei limiti, individuando l’origine delle sofferenze che mi impediscono di vedere con chiarezza il mio sentiero.

Se ci penso meglio, scopro che lo sto facendo anche in questo momento, mentre rifletto su ciò che mi spaventa nell’abbracciare una nuova sfida, l’ennesima, ma forse più radicale delle altre, sempre alla ricerca della completezza del mio essere.

 

 

 





MUSICA E DINTORNI

indice/immagini/post_immagini/Concerto

 

"Scopri quali sono gli stimoli

che ti permettono di ricaricare

le batterie e ti fanno stare bene.

Ricorda quegli stimoli

ogniqualvolta ti senti stanco".

 

Jan R. Jonassen

 

Canzoni.

Niente di più straordinario per evocare sensazioni che scaturiscono al ricordo di momenti ai quali hanno fatto da cornice. Un’altra estate è quasi finita. Altre note dentro la nostra anima, quasi a voler marchiare in modo indelebile calde immagini, preziose e sacre, gelosamente custodite nella profondità della nostra mente.

Dietro ogni brano un significato diverso e troppo personale per non illudersi che quelle parole e note, sono state messe insieme solo per noi.

Fabrizio, come sempre attento a cogliere sensazioni e momenti carichi di intensa vitalità , ci regala un altro post, bello, anzi bellissimo, quasi come le note di un concerto che vorremmo non finisse mai.

 

 

 

 

Finisco di lavorare alle 13 e 30 e, nonostante il caldo estivo, mi sento leggero e "carico". So già cosa devo fare. In rapida successione mi aspetta una doccia rinfrescante e rilassante, un piccolo spuntino e almeno 2 orette di sonno.

La sveglia suona puntuale ( e ci mancherebbe), ma il suo trillo non mi mette di cattivo umore, anzi direi proprio il contrario.

La T-shirt è quella di "ordinanza", i jeans sono quelli comodi, indosso il mio borsello da viaggio con tutto quello che mi servirà, occhiale da sole e cappellino militare.

Siamo a posto si può partire. Destinazione stadio olimpico di Roma per il concerto di Ligabue.

L'autostrada corre veloce, mai sopra il limite di velocità, e non è neanche troppo trafficata. Poi c'è la radio a farmi compagnia. Ancora non è ora di mettere il Liga. Il suo momento sarà in prossimità dell'arrivo, giusto per rinfrescare la memoria, e poi al ritorno affinché le emozioni non si dimentichino troppo presto.

Così facilmente si snoda questa striscia d'asfalto e di musica.

E la mente comincia a far caso che, sempre, i momenti e le persone più importanti della mia vita hanno avuto come colonna sonora o "icona" una canzone di Ligabue.

C'è stata C. che è stata ed è per me  "Ho messo via".

C'è stata S. che è stata ed è per me  "Ho perso le parole".

C'è stata G. che è stata ed è per me  "L'Amore conta".

C'è stata E. che è stata ed è per me  "Certe Notti".

Quella volta che avevo deciso di mollare tutto ed invece canticchiando "Una vita da mediano", ho deciso di rimettermi in gioco per l'ennesima volta.

Quella volta che avevo perso le speranze e "Non è tempo per noi" ha segnato l'arrivo di una bella notizia.

Quella volta che ho scoperto che "le donne lo sanno" assomigliava ad una mia poesia.

Quella volta che una "lettera a G." l'avrei voluta scrivere io a mia nonna, morta di tumore.

Quella volta che …

Quante volte ! Troppe volte !!

 Eppure eccomi ancora lì a macinare chilometri, aspettando di urlare contro il cielo, mettendo in circolo il mio amore .

Nonostante comincino a passare gli anni, gli amici e le generazioni.

Così mi accorgo di essere ancora una volta ad un bivio della mia vita.

E la radio comincia a cantare:

 

Ho ancora la forza che serve a camminare,

picchiare ancora contro per non lasciarmi stare

 

 ho ancora quella forza che ti serve

quando dici: "Si comincia!"

 

Ho ancora la forza di guardarmi attorno

mischiando le parole con 2 o 3 vizi al giorno,

di farmi trovar lì da chi mi vuole sempre nella mia camicia...

 

Abito sempre qui da me,

fra chi c'è sempre stato e chi non sai se c'è

al mondo sono andato,

dal mondo son tornato sempre vivo...

 

 Ho ancora la forza di starvi a raccontare

 le storie che ho già visto e quelle da vedere,

e tutti quegli sbagli che per un motivo o l'altro so rifare...

Ho ancora la forza di chiedere anche scusa

e fare la partita giocando un fuori casa

e dirvi che comunque la mia parte ve la voglio garantire...

 

Abito sempre qui da me,

fra chi c'è sempre stato e chi non sai se c'è

nel mondo sono andato,

dal mondo son tornato sempre vivo...

sempre vivo …

 

Ho ancora la forza

e guarda che ne serve

per rendere leggero il peso dei ricordi

di far la conta degli amici andati e dire:

 " Ci vediam più tardi ...

più tardi.."

 

Abito sempre qui da me,

fra chi c'è sempre stato e chi no sai se c'è

col mondo sono andato

e col mondo son tornato sempre vivo... "

 

La ascolto di nuovo e capisco che era proprio questo quello che serviva. Il segnale che stavo cercando.

Arrivo nei pressi dello stadio e trovo subito parcheggio. Mi avvio velocemente verso i cancelli. Il mio passo è lieve,il cuore inizia a pompare adrenalina.

Entro e l'urlo della folla mia saluta e mi accudisce. Si spengono le luci e parte il primo riff di chitarra. Cantiamo tutti, cantiamo tutto all'unisono.

Poi il Liga finisce ed esce di scena. Mi attardo un po' per osservare le facce dei miei vicini. Tutti sorridono, qualcuno piange.

Ma l'energia è palpabile.

Ritorno verso la mia macchina. So già che arriverò molto tardi. Poche ore di sonno e poi di nuovo lavoro.

Ma non sono spaventato. Adesso so che "ho ancora la forza". 

 

 

 Fabrizio Cipollini

 

 

p.s.: la canzone di cui riporto il testo è "Ho ancora la forza" di Ligabue presente sul suo album più recente "Secondo tempo" e parzialmente ispirata dalla canzone omonima di Guccini.

 

 

 





INTERPRETARE

 

L’interpretazione dei fatti nella semplice sequenza causa-effeto, talvolta ci priva di una grande possibilità di crescita. “Quella persona mi ha detto questa cosa, per cui starà pensando che…” oppure, “si è comportato in questo modo, significa che…” sono esempi di associazioni frettolose a volte dense di preconcetti, pregiudizi, finanche preoccupazioni.

indice/immagini/post_immagini/FioreZen

 

Non dico che non bisogna  cercare il senso di un’azione, di un fatto che ci accade, di un momento vissuto, tutt’altro!

Occorre forse aprire ancora di più la mente e in una prima fase semplicemente sospendere il giudizio, senza pensare che quella determinata cosa sia così come appare.

 

Non interpretare, non aspettarsi nulla, e scoprire all’improvviso che ogni cosa può essere carica di meraviglia. Ma attenzione, non ci sono scorciatoie, il viaggio è lungo…  dura tutta una vita.

 

 

UNA STORIA, NIENT'ALTRO...

 

Un uomo aveva un bellissimo cavallo, era così raro che perfino gli imperatori gli avevano chiesto di comprarlo - a qualsiasi prezzo - ma lui aveva rifiutato. Poi un mattino, l’uomo scoprì che gli era stato rubato.

 

L’intero villaggio accorse per consolarlo: “Che sfortuna! Avresti potuto ricavarne ricchezze, ma tu sei stato testardo e stupido. E ora il cavallo ti è stato rubato”.

 

Ma il vecchio rise e disse: “Non dite assurdità! Dite solo che il cavallo non è più nella stalla. Lasciamo che sia il futuro a decidere… stiamo a vedere!”.

 

E accadde: quindici giorni dopo il cavallo tornò, e non era solo,  portò con sé una dozzina di cavalli selvaggi. Di nuovo il villaggio si riunì e tutti commentarono: “Il vecchio aveva ragione! Il cavallo è tornato insieme a dodici altri, tutti bellissimi. Ora potrà guadagnare una fortuna!” Tornarono dal vecchio e dissero: “Scusaci. Non siamo in grado di prevedere il futuro e le vie del Signore, ma tu sei incredibile! Sapevi cosa sarebbe accaduto; devi avere intuizioni sul futuro”.

 

Lui rispose: “Assurdità!” Tutto ciò che so è che adesso il cavallo è tornato con altri dodici stalloni. Nessuno può sapere ciò che accadrà domani”.

 

E il giorno successivo accadde questo: l’unico figlio di quel vecchio contadino, tentando di domare uno dei nuovi stalloni cadde malamente e si ruppe le gambe. Ancora una volta l’intero villaggio accorse e commentò: “Non si può mai dire. Avevi ragione; si è rivelata una vera maledizione. Forse era meglio che quel cavallo non tornasse. Adesso tuo figlio rimarrà storpio per tuta la vita”.

 

Il vecchio disse: “non saltate a conclusioni! Aspettiamo e vediamo cosa accadrà. Dite solo che mio figlio si è rotto le gambe, tutto qui”.

 

Quindici giorni dopo accadde che tutti i giovani del villaggio venissero arruolati a forza dallo stato, perché il paese era sceso in guerra. Solo il figlio del vecchio fu risparmiato, perché inutile.

Tutti si riunirono e dissero: “I nostri figli sono perduti! Per lo meno il tuo è rimasto. Storpio,  ma vivo!

I nostri figli sono in guerra e il nemico è molto forte; di certo verranno uccisi. Nella nostra vecchiaia non avremo nessuno che si prenda cura di noi, tu perlomeno hai un figlio, e forse guarirà”.

 

Ma il vecchio disse: “ Dite solo questo: i vostri figli sono stati arruolati dallo stato,

il mio è stato risparmiato, ma non tirate conclusioni”.

 

 

 





FOCALIZZARE

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Ogni qualvolta ci addentriamo nei nostri pensieri, positivi o meno che siano, compiamo un processo di analisi. In questo processo risulta di fondamentale importanza arrivare a porsi delle buone domande, senza le quali difficilmente arriveranno buone risposte.

Ma come si fa ad essere sicuri che le domande sono quelle corrette per noi?

Nel condurre questa esperienza di ricerca, credo sia bene tenere conto del fatto che solo attraverso il passaggio all’applicazione pratica di ciò che si pensa sia giusto, arriverà la risposta corretta ai nostri quesiti. Moltissime cose le possiamo leggere sui libri, molte altre possono essere apprese attraverso l’insegnamento, ma l’esperienza concreta è la sola cosa che può confermare o meno le nostre supposizioni. Vi sono però alcuni pericoli insiti in questo tipo di ricerca, che potrebbero condurci a produrre azioni non in linea con i nostri valori. Per attenuare i rischi connaturati in questa scelta, occorre stabilire una “direzione” verso la quale tendere e, di conseguenza, concentrare tutti i nostri sforzi per raggiungere quella determinata condizione desiderata, allenandosi a vivere la realtà in modo diverso, andando al di là del pensare ciò che è bello e comodo e ciò che non lo è, abbandonando la tentazione di soffermarsi al mero calcolo fine a se stesso.

Qualche giorno fa, ho scritto un post scaturito da una mia riflessione circa la direzione da me desiderata e verso la quale sto profondendo tutti i miei sforzi. Ciascuno di noi può avere dei dubbi, dei ripensamenti, delle difficoltà a lasciare andare determinati attaccamenti o abitudini consolidate. In questo genere di “allenamento”,  se non si arriva a porsi una serie di domande che possano indagare direzioni diverse, non riconosceremo mai quelle  “fissazioni” che ci impediscono di andare oltre, che poi sono quelle dalle quali difficilmente riusciamo a distaccarci.

Ad esempio, nella mia attività professionale, io immagino i miei clienti in modo armonioso, positivi, allegri, anche se in quel preciso momento non lo sono affatto. Questa non è a sua volta una “fissazione” nel cercare di ottenere un effetto immediato, ma lo sforzo di creare la condizione di vedere la persona che ha un problema da risolvere e, contestualmente, la sua forza interna e le capacità insite in quella stessa persona potenzialmente in grado di trovare una soluzione valida per se stessa. Questo modo di percepire la realtà potrebbe essere esteso ad ogni ambito di vita, in famiglia ad esempio, cercando di andare oltre ciò che in quel preciso momento ci appare di quella persona; pensarla positiva anche in un’affermazione o una esclamazione che può toccarci in modo profondo. L’immaginazione consapevole non è fantasia, ma l’utilizzazione massima della capacità di sentire, decidendo cosa si vuol sentire per comprendere a fondo da dove prende origine un certo pensiero ma anche per scavare nella profondità di noi stessi.

 





PERSONE O CORPI?

Chi di noi non ha sperimentato almeno una volta nella vita un senso di disagio, di smarrimento o, peggio, di rabbia e di frustrazione in un colloquio con un medico?  A volte ci siamo sentiti poco ascoltati, compresi, trattati con superficialità, di fronte ad un problema che, a prescindere dalla sua gravità, generava in noi apprensione ed inquietudine. Non credo ci sia una responsabilità diretta di quel particolare professionista. Credo invece che tali comportamenti siano in qualche modo da ricollegarsi alle scoperte scientifiche, le quali hanno portato a pensare che ad ogni malattia corrispondesse un preciso rimedio e quindi, trovata la causa,  ad associare al sintomo la cura e, di conseguenza, a colegare a determinati disturbi fisici, specifiche applicazioni terapeutiche, più o meno invasive. Nella stragrande maggioranza dei casi rimane fuori da questo ragionamento il riferimento al causa/effetto, oltre all’aspetto psichico della persona che si sente percepita come un oggetto che si è "rotto in qualche parte", trascurando la componente mentale ed emozionale. Di fatto, l’aspetto più profondo della malattia, ricollegabile alla parte più “invisibile” della persona,  è stato etichettato come di natura psicosomatica e , per tale motivo, di importanza trascurabile. Molte volte poi, abbiamo avuto modo di verificare come alcuni problemi di ordine emotivo generino sintomi fisici, come ad esempio cefalee, gastriti, coliti, ansia, insonnia e molti altri ancora. All’esatto opposto, i problemi di origine fisica possono ripercuotersi a livello mentale ed emozionale, come ad esempio il classico mal di schiena o un semplice raffreddore che provoca malumore. Corrado Canale, medico neurologo, che da alcuni anni sta approfondendo gli studi e le interconnessioni tra mente e corpo, soprattutto attraverso la PNEI-  psiconeuroendocrinoimmunologia-,  apre una nuova prospettiva nel campo dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, incentrata soprattutto sull’ascolto attivo, per dare alla medicina un modo per ripensarsi e, alle persone, maggiori opportunità di piena guarigione.

 

Leggi l'articolo di Corrado Canale




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