Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: benessere, felicità


SOTTO L'OMBRELLONE

 

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 Zigong aveva l'abitudine di giudicare gli altri.

 Il Maestro disse:

"Beato lui! E' già così perfetto che può permettersi di criticare gli altri!

 Io confesso di non poterlo fare!."

 

 Confucio (Dialoghi)

 

 

 

34 gradi ed una umidità tipica di altre latitudini.

L’estate è arrivata all’improvviso e, come da qualche anno a questa parte, in modo dirompente. Tuttavia amo questa stagione, in tutte le sue manifestazioni, caldo esagerato compreso. Questo è un momento  magico in cui il senso di libertà pervade corpo e mente.  Lo sento scorrere sulla mia pelle, liberando i miei pensieri che iniziano a fluire dolcemente.  Mi piace abbandonarmi completamente a questa stagione e, in segno di resa, le consegno i miei vestiti “da lavoro”, inutili e persino imbarazzanti da indossare.

Estate per me è sinonimo di mare, il mio rifugio, la mia felicità, il ricongiungermi con la parte più profonda di me.

Sdraiato su un comodo lettino,ascolto distrattamente i discorsi delle persone che mi circondano. Parole spesso inutili buttate lì per riempire la noia di chi, nello stare in spiaggia, trova il motivo principale di una occupazione  giornaliera e poco altro ancora.

Giudizi, commenti, pettegolezzi  sugli assenti, enunciati più per stupire che per altro.

Penso alla vita di chi parla, alle sue sensazioni, a ciò che motiva e spinge quella persona a scegliere deliberatamente quel comportamento.

Imbriglio il giudizio, lo lascio andare, non è ciò che voglio, ma soprattutto non è ciò che aggiunge valore a questo mio momento.

 

 





VITA IN DIVENIRE

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Mi osservo, seduto in giardino ai piedi di un acero, rassicurante nella sua immensa chioma, vivo nelle svariate tonalità che dal verde intenso degradano fino ai colori più chiari. Per quanto io mi sforzi di focalizzare un solo punto, una sola foglia dell’insieme, il vento cambia la situazione iniziale, la modifica, mi distoglie da quell’immagine statica fissata per un solo attimo nella mia mente.

Un albero. Cos’è un albero?

Da un punto di vista biologico è un essere vivente, al pari di un cavallo o di una farfalla. Qualcosa che esprime la sua forza, la sua natura il suo essere vivo e perfettamente in grado, come tutti gli esseri viventi su questo pianeta, di autoregolarsi, di rispondere agli stimoli esterni, di crescere, di svilupparsi, di riprodursi e di adattarsi alle sollecitazioni ambientali. In effetti, tutti gli organismi viventi hanno in comune il fatto che sono costituiti da unità di base che sono poi le cellule.

Socchiudo gli occhi, nello scorrere incessante dei pensieri, provo a conservare quell’immagine.

Li riapro, sposto lo sguardo a livello più ampio, fino ad abbracciare tutta la chioma e la sensazione si modifica.

Ma allora cosa vediamo noi in ogni istante? Possiamo forse arrivare a toccare l’essenza più profonda di un albero, un essere vivente, che cambia e muta il suo equilibrio in modo dinamico, pur nella sua stabilità?

Qualche tempo fa quello stesso albero era spoglio, immerso in un sonno apparente, ed ora eccolo qui, rigoglioso nella sua infinita potenza. Tra qualche mese le foglie cambieranno inesorabilmente di colore, per poi diventare secche, prive di vita, e cadere. Tuttavia, da quella perdita, si genererà nuova crescita con la vittoria della stessa natura sul tempo.

Così, ogni cosa esistente nell’Universo, dalle galassie, ai pianeti, alle luci  di minuscole stelle solitarie osservabili ad occhio nudo, come ogni cellula del nostro corpo, tutto è in costante inarrestabile trasformazione. Solo l’uomo è cosciente di tale infinita grandezza, ma talvolta rifugge questa consapevolezza, desiderando e rincorrendo condizioni che poco o nulla hanno a che vedere con la felicità autentica, ancorati alla staticità piuttosto che rivolti al cambiamento. Si pensi ai piccoli desideri, alla non accettazione anche momentanea di particolari condizioni fisiche e psichiche. C’è chi vorrebbe vivere la vita pensando di poter sfuggire alle regole naturali insite nella vita stessa. Ma la trasformazione, così come il cambiamento, è uno dei principi universali fondamentali dell’universo e, nell’albero, ritrovo la splendida capacità di quell’essere vivente di accettare, senza subirla, la realtà. E’ proprio nella ricerca del senso di quella trasformazione e dei significati più profondi che la vita ci palesa nel suo divenire, che io ricerco  la via per l’utilizzo positivo di quelle esperienze, per non subire passivamente e senza reazione ciò che accade ma, libero dagli attaccamenti, utilizzare l’unica possibilità fornita a noi essere umani di stabilire un punto di partenza per il cambiamento.

 





VIVERE BENE?

 

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 “Una strada con un cuore è facile...
Un guerriero non deve sforzarsi per trovarla gradevole,
essa rende il viaggio felice e finché un uomo la segue
è una cosa sola con essa.”

Carlos Castaneda

 

 

Uno rientra in casa, stanco, dà un’occhiata distratta all’ambiente, un saluto fugace a qualcuno. Una doccia e poi a tavola, a scambiare frasi di circostanza e indifferenza.
Intanto un televisore vomita le solite notizie, in un silenzio denso di energia appassita.
Un silenzio abitato da piatti bicchieri e posate. Che ci servono un pasto al di sopra delle nostre necessità, da divorare nervosamente.
E poi si va a letto, e arriva il primo sonno, apparentemente ristoratore, invocato per azzerare pensieri e preoccupazioni, per digerire pezzi di vita trangugiati in fretta.
Insomma, una giornata come tante, la giornata di tanti, troppi individui.
Ognuno di noi si può riconoscere in questo epilogo che da solo esprime il senso stesso della giornata appena trascorsa. E di tante giornate come questa.
Mi viene da pensare che abbiamo completamente dimenticato l’essenza stessa della saggezza insita nei cromosomi della nostra civiltà.
Una saggezza che andrebbe riscoperta e fatta vivere, in quanto unica strada al benessere, al vivere bene, che pure tanto agogniamo ma che sentiamo sempre troppo lontano, lontano e indecifrabile.
Io credo che il vivere bene passi principalmente attraverso la ricerca dell’equilibrio mente-corpo e dell’equilibrio tra noi e gli altri, fino ad arrivare alla consapevolezza di come vi sia felicità autentica quando il bene proprio incontra e si integra con la medesima sensazione dell’altro.
La Vita, per essere vissuta ed assaporata appieno, richiede dinamismo, creatività, interesse, ottimismo ed una immensa fiducia in se stessi e negli altri. Le organizzazioni, come le città, fino alle strutture sociali più piccole come la famiglia, sono oramai ancorate a modelli statici basati su una pigrizia mentale senza precedenti.
Per non parlare delle nuove generazioni e del loro bisogno di identità e spiritualità al quale le generazioni precedenti non sono riuscite a dare indirizzo né risposta. E intanto il nichilismo avanza e si rinuncia ad ingaggiare la propria personalissima lotta con il “senso” e la sua ricerca, e intanto si narcotizzano le emozioni, fino a disconoscerle.
Non c’è da meravigliarsi se anche la società italiana comincia a dare segni di decadenza e di ingiustificata rinuncia a “mettersi in gioco” in modo totale e radicale. Bisognerebbe cambiare, sì, cambiare per non subire la “razionalità” spesso disumana di un sistema globalizzato, in cui impera lo scambio delle merci e l’incitamento al consumo materiale, e in cui viene mortificato lo slancio critico e creativo, la possibilità di “pensare”, almeno pensare, un’alternativa. Un sistema che rischia di soppiantare identità culturali colme di antiche genialità; un sistema che rischia di soppiantarci.
Il mondo sta cambiando? Be’, è talmente ovvio da trovarmi imbarazzato nel doverlo ribadire. Ma come sta cambiando? E come ci sta cambiando?
Non sarà forse arrivato il momento per noi di provare ad immaginare epiloghi diversi? Di provare a cambiare i nostri scenari, sostituendo i soliti gesti, i soliti discorsi, i soliti spazi, con un vivere nuovo, attraverso il quale affermare la nostra diversità e la nostra potenza?

 

L'immagine: S. Dalì, "Necrophiliac Springtime"





MIRAGGI DI FELICITA'

 

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“Non importa se bevi in una tazza d’oro o di cristallo o di spatofluore o in un calice di Tivoli o nel cavo della mano.

In ogni cosa, pensa allo scopo da conseguire, e lascerai andare il superfluo”.

 

Lucio Anneo Seneca -Epistole

 

 

 

 

La nostra società non ammette sconfitte o delusioni, non tollera la rinuncia, compatisce il debole ed esalta il forte. La competizione esacerbata è la cifra dei comportamenti quotidiani delle persone, al lavoro così come nella vita privata.
Eppure tutti vengono incoraggiati a realizzare il bene supremo della felicità, come se la felicità consistesse nel raggiungimento dei traguardi che la società seleziona per noi in quanto auspicabili, desiderabili.
Felicità come miraggio, felicità fraintesa.
La “felicità” è una delle parole più digitate sui motori di ricerca, ed è il termine più in voga su riviste di ogni genere dove spesso viene promossa come il solo “stare bene” fisico e confusa con esso. Se il nostro vivere viene turbato da una delusione o da una rinuncia forzata a qualcosa o a qualcuno, ecco che subentrano ansia e tristezza, unite ad un senso profondo di sconfitta. Tutti stati d’animo e mentali che la società marchia come negativi, ovvero, patologici. Di qui l’ansia di curare l’ansia, e di … cancellarla!Insomma, non importa più il cammino verso il proprio obiettivo, ma il raggiungimento del traguardo. Non pronunciamo forse la famosa frase “non vedo l’ora!”, per poi accorgerci che il nostro obiettivo ha perso progressivamente di interesse, indipendentemente da quanta fatica abbiamo sopportato per raggiungerlo?
In noi è sempre più radicata la convinzione che la felicità della nostra vita sia indissolubilmente legata alla “performance”, e che sia nostro compito rimuovere quegli ostacoli che ci impediscono di realizzarla, di essere ottimi, efficienti, competitivi.
Il bisogno di rimozione si traduce quasi sempre nella ricerca di un rimedio esterno e a portata di mano (di ricetta), uno di quelli offertoci dalla ricerca farmacologica, magari uno di quei rimedi indirizzati a disturbi psichiatrici “importanti” e dunque capace di sopire i nostri pensieri, azzerare le emozioni ed eliminare così la sofferenza psichica, liberandoci dal “male”.
Gli psicofarmaci, dall’anno della loro introduzione ad oggi, hanno progressivamente invaso il mercato fino a raggiungere il 4° posto assoluto nella classifica dei consumi di medicinali. Ora, a distanza di 20 anni dalla loro messa in commercio, cominciano ad essere pubblicati i primi risultati di ricerche incrociate effettuate da istituti diversi, da cui emergono i dubbi, sempre più fondati, di una parte della comunità scientifica circa la reale efficacia di queste molecole.
L’articolo di Chiara Palmerini, apparso su Panorama dello scorso 20 marzo, illustra con semplicità ed acutezza i risultati di queste indagini che periodicamente vengono riprese con grande clamore dalle principali testate giornalistiche mondiali e che, in breve tempo, ritornando nel silenzio più assoluto.
Ma se il compito dei giornalisti è anche quello di svegliare le coscienze, l’onere della scelta e della responsabilizzazione spetta a ciascuno di noi.

 

 





IN VIAGGIO...

 

 

I commenti che lasciate in queste pagine sono per me fonte di gioia.

Sì, sono contento. Contento di poter condividere con voi le mie riflessioni e suscitare uno scambio di idee sentimenti e, perché no, visioni del mondo.

Ma sono ancora più contento di “prendere” da voi - nel senso di ricevere - ispirazione e incoraggiamento.

Gli spunti da voi offerti sono davvero preziosi, perché mi toccano, mi fanno riflettere e mi trasmettono un senso pieno di vitalità.

 

A voi, cari amici, il mio grazie. Di cuore.

 

 




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