Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: benessere, felicità


NATURALMENTE VITALI
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“L’immaginazione è tutto.

E’ l’anteprima delle attrazioni che la vita ci riserva”

 

Albert Einstein

 

 

 

 

 

 

 

 

Guardo attraverso i vetri. Non è usuale lo spettacolo che vedo al di là della finestra. Una coltre bianca di neve circonda e copre tutto ciò che c’è intorno: gli alberi, l’erba, la strada, le colline, il mare, fino alle montagne.

La natura sembra riposare sotto una coperta di neve che ricopre tutto e crea silenzio e quiete. Sembra, appunto. In realtà la natura soffre, sotto la neve, e deve resistere con caparbietà per non soccombere, per non spezzarsi o per fiorire ugualmente.

La neve è una prova, una delle tante.

Abbasso lo sguardo sulla fioriera al di là della finestra e da quel candore accecante vedo comparire un fiore di geranio, rosso, apparentemente fragile, spuntato come per miracolo, vincendo l’abbraccio gelido della neve.

Davanti ai miei occhi è in atto una trasformazione, l’ennesima che governa il susseguirsi delle vicende della natura e della vita. I fenomeni vitali di fatto non ammettono nessun tipo di fissità e di stagnazione, soprattutto in un momento come questo, un momento di difficoltà pericolo rischio.

Il fiore, minacciato dalla neve, reagisce, attivando la sua Forza interna che lo spinge lontano da quella stretta e vicino alla luce. Questa Forza Vitale è presente in ogni essere vivente, in ogni momento, ed è dentro di noi, solo che a volte ce ne dimentichiamo o, semplicemente, non riusciamo a richiamarla e a usarla per iniziare la nostra risalita verso la luce.

In natura questo non accade, e quel fiore sta lì a dimostralo.

Ciascuno di noi, se non si dà la possibilità di rintracciare le proprie virtù e il pensiero positivo che ne deriva, non può nulla per la realizzazione concreta del proprio benessere, per l’appagamento che deriva dalla realizzazione di sé e dei propri desideri.

E’ più comodo e dis-impegnativo desiderare “in apparenza”, far deviare il corso dei nostri desideri per costruire un alibi alla mancata realizzazione di quelli autentici, per non dover esercitare il coraggio di scegliere di perseguire ciò che davvero desideriamo.

Il risultato sarà con ogni probabilità disastroso, e noi ci sentiremo svuotati, privi di forza, con delle immagini costruite al nostro interno che ci lasceranno delusi ed amareggiati.

A questo punto la domanda, forse banale, è: ma sei io non voglio quella data cosa, cos’è che voglio in realtà?

Tuttavia la risposta non è così scontata, ed è più complessa di quanto possiamo supporre.

Quel fiore, se avesse parole per esprimersi, non direbbe “non voglio finire congelato”, ma piuttosto “voglio arrivare alla luce, voglio avere per me un po’ di sole e di calore”. Un obiettivo chiaro e positivo: dire ciò che si vuole e non ciò che non si vuole. Se l’obiettivo è chiaro sarà anche più facile trovare la determinazione necessaria per raggiungerlo.

Ecco, mi piace riflettere su questo mentre osservo questa piccola parte di natura, sul fatto di poter imparare da ogni cosa, soprattutto osservando, osservando un fiore, magari, come in questo caso come in questo momento, qui e ora, attraverso la finestra.

 

 

 

 

 

 





INTEGRARE, SEMPLICEMENTE
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“Come in alto così in basso. Come dentro così fuori”

 

 

Tabula Smaragdina, 3.000 a.C. circa

 

 

  

 

 Narelle Autio

 

 

Ascoltare ed ascoltarsi, incorporare un comportamento o un modo nuovo di essere, ed infine integrare quanto scoperto nella pratica quotidiana, in modo da trasformarla in azioni verso la direzione voluta. Dopo la prima e la seconda parte del “metodo della felicità” – così lo avevamo chiamato - , eccoci alla terza ed ultima parte: integrare.

Integrare richiede una vitalità profonda e si connota come una sfida estrema.

E’ una sfida a se stessi, al proprio orgoglio, alla propria forza centripeta, per azione della quale vorremmo fagocitare tutto e tutti; è una sfida estrema perché volta a recuperare la semplicità e l’essenza del vivere, a scoprirle o riscoprirle fino a integrarle, appunto.

Mi guardo attorno ed osservo, ascolto e sento, e la sensazione che forte mi assale è che tutto sia per me insegnamento.

Un saluto, la visione di una cascata, l’onda del mare che frange sulla riva, con ritmo autentico ed unico. Unico perché persino il rumore, se presto attenzione, non è mai lo stesso.

Osservo, e penso che nessuno dei tratti di quella riva, neanche i più piccoli, sono simili.

Nessuna pietra è uguale all’altra, nessun granello di sabbia – per quanto fine - è simile all’altro.

Nemmeno le stelle che osserviamo sopra di noi sono le stesse. Non è un mistero infatti che ciò che noi vediamo brillare, distante magari migliaia di anni luce, non esiste già più, almeno per come noi percepiamo la materialità.

Posso osservare, e godere di ciò che vedo, così come posso pormi delle domande, riflettere e andare oltre…meditare.

Non c’è niente di scontato nelle esperienze di ogni giorno, neanche nelle più piccole.

Non c’è niente di ordinario nel saluto di una persona amica né in quello di uno sconosciuto.

E non c’è, o non dovrebbe esserci, niente di tragico in un addio, se so comprendere fino in fondo  che quella persona non è persa, ma esiste. Esiste in un altro luogo, in un’altra dimensione, e vive, così come io vivo dentro di lei e viceversa, fosse anche per un attimo.

Non c’è niente di ripetitivo o di noioso in uno spezzone di film visto già decine di volte, perché ogni volta provo sensazioni nuove in emozioni già vissute.

Che si tratti di un film, di un oggetto, di un gesto o di una parola, che si tratti anche di uno sguardo o di un abbraccio: non vedo il loro ordinario. Vedo oltre.

Così l’ordinario si trasforma in straordinario, in uno straordinario da integrare in sé giorno dopo giorno fino a costruire la propria felicità. Estrema quanto la sfida.

Integrare, sì, semplicemente.

 





C'E' TUTTO UN MONDO INTORNO (?)
 

indice/immagini/post_immagini/ecoSiamo ostaggi della scarsa consapevolezza del mondo in cui viviamo così come della nostra interiorità. Tracciamo con cura e meticolosità il confine del nostro spazio vitale che in realtà è solo lo spazio di un Io ingombrante che ha la pretesa di assimilare a se stesso tutto ciò che vive e che è al di fuori di sé. O a considerare ciò che è fuori inesistente laddove il fuori è senza Io.

Mi sembra di scorgere ovunque, attingendo dalla realtà vissuta e da quella mediata dalla tv, dinamiche relazionali fuori controllo, quasi aberranti. Con uomini e donne intenti a coltivare il proprio piccolo orto fatto di ambizioni, fascinazione per il potere, fretta di tagliare il traguardo di un fantomatico successo, senza chiedersi o sapere cosa si agita nel loro profondo e da che parte sta il benessere. Uomini e donne bramosi di affermare se stessi e le loro capacità, di affermare se stessi sugli altri, in nome di una santa competizione e del sacrosanto diritto a prevalere, chiamando tutto questo: autostima. Ma facendo forse confusione o cercando semplicemente un alibi. Forse la mia è solo una cupa visione, visione di una deriva delle relazioni di un deterioramento difficilmente arginabile del senso del Sé e della condivisione. Sì, perché quello che più mi colpisce è proprio questa tendenza alla divisione. Che non è solo parcellizzazione dei rapporti ma anche e soprattutto incomprensione, mancata comunicazione, o comunicazione esasperata a tal punto da risultare comunque “finta”, fasulla, inutile.

Queste sensazioni attraversano il mio quotidiano, un quotidiano fatto di molteplici rapporti e incontri e vissuto condividendo “respiri” diversi. Vedo gli altri, e vedo, talvolta, la loro superficialità e arroganza, li vedo oppressi da un’ombra, li vedo intrappolati in comportamenti per me privi di senso, e vorrei aiutarli a risvegliare ciò che in loro è ancora dormiente, vorrei aiutarli a innescare un sussulto di sensibilità. E, nel pensare questo, scopro quanto sia importante per me il loro stesso "respiro".





PORTARE AL NOSTRO INTERNO

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"L'amico che ti

comprende è

quello che ti crea"

 

 

Romain Rolland

 

 

 

 

 

Un incontro, un viso conosciuto, a lungo osservato ma mai compreso fino in fondo.

Poi una frase, una domanda, e da quel momento un mare di comprensione profonda, e avvolgente. Iniziamo a sentire quella persona, senza invaderla, ma facendola entrare a poco a poco dentro di noi, come un’ onda luminosa. E siamo noi a beneficiare di questa visita, di questa sorpresa. Di questa onda che ci fa sentire vivi perché in contatto profondo con l’altro.

La comprensione inizia già dal saluto, può passare attraverso un tentennamento del dire del fare, una “non azione”, un’azione pensata mille volte ma non ancora compiuta.

E’ una comprensione che varca le soglie del non detto e penetra nel detto, è una comprensione resa possibile dall’ascolto attivo, che è ascolto profondo, terribilmente difficile da compiere ma dalla potenza straordinaria perché si riescono a sentire le emozioni dell’altra persona fino a provare una felicità senza fine.

E’ una comprensione che necessita della sospensione di ogni giudizio, di un’apertura ad uno stato di gentilezza e benevolenza, di un atteggiamento fortemente empatico.

A questo punto, anche lo stato dell’altra persona cambia, lo si vede dagli occhi, dalla loro luminosità, dall’energia sprigionata, dallo “shen” - come dicono gli orientali - ossia dallo spirito presente in ognuno di noi.

A volte i nostri occhi incontrano occhi vuoti, persi, senza luce né speranza e ancora una volta c’è quell’onda, questa volta triste e dolorosa, che si infrange in noi, c’è quell’onda da accogliere, da portare dentro di noi.

Cercare la comprensione di ciò che sta accadendo, sempre, come passo verso la felicità.

E’ il momento dell’ “incorporamento”: sentire ogni cosa, empaticamente, e domandarsi “cosa mi sta insegnando tutto questo?”. Domandarselo qualunque sia quest’onda, qualunque sia la forza con cui si infrange qualunque sia la luce che porta con sé.

Non dimentichiamo che la mente è il fenomeno più potente, profondo e interessante che esista in noi. E’ l’origine, il motore che ci fa compiere ogni azione, tramite corpo e parola, e che ne determina la differente natura con la motivazione e l’intenzione.

Camminando proviamo ad osservare il comportamento di chi ci sta attorno: c’è chi discute a voce alta, chi ride, chi si lamenta, urla o piange appartato in un angolo. Constateremo che ognuno ha una propria espressione e manifestazione particolare che non è altro che il riflesso del proprio particolare stato mentale.

Se ci pensiamo bene, il corpo e la parola non possono agire disgiunti dalla mente, e infatti ciascuno di noi si muove e si esprime perché è cosciente, perché esiste la mente.

Se siamo orientati alla comprensione di ciò che siamo “qui ed ora” e all’apertura d’animo e mentale verso l’altro, corpo e parola rifletteranno questa nostra favorevole disposizione, e comunicheranno all’esterno il senso di serena felicità che ci pervade e che deriva dall’aver incorporato quelle sensazioni(l’onda) e dall’aver sviluppato un atteggiamento genuinamente empatico.

 





DAL CREDERE ALL'AGIRE
 

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“La grande meta della vita non è la conoscenza, bensì l’azione”

 

 

Thomas Henry Huxley

 

 

 

 

 


Tre passi verso la felicità, dicevamo nei post precedenti.

Bene, partiamo dall’ascolto, dall’ ascolto attivo per essere precisi. Che non è solo ascolto dell’altro, comprensione di ciò che l’altro intende comunicarci, ma una vera e propria azione sull’altro e su noi stessi.

Questo tipo di ascolto ci permette di intervenire nel reale, nel concreto, ovvero di produrre cambiamenti attraverso azioni orientate agli obiettivi.

Spesso il solo ascolto non basta, o comunque non è sufficiente a innescare l’azione, perché l’introspezione, lo scandaglio dei nostri (e altrui) stati mentali non è sempre condizione sufficiente per passare all’azione. Infatti, una volta sviluppato un livello di consapevolezza elevato, siamo sì nella condizione di riuscire a riconoscere e individuare l’origine di un nostro stato mentale e/ emotivo, le sue radici profonde, a sapere cosa ci ostacola e ci impedisce di passare all’azione o cosa ci può favorire, ma questa consapevolezza non è di per sé garanzia del “fare”. E questo mancato passaggio all’atto rischia di vanificare tutto il lavoro di introspezione svolto e di farci permanere in una condizione di immobilità.

Nel bene e nel male, sono le nostre credenze a condizionarci, credenze che spesso si configurano come preconcetti e pregiudizi circa la nostra capacità ad attivare i comportamenti necessari a raggiungere i nostri obiettivi. Le nostre credenze e convinzioni funzionano infatti come “filtri” attraverso i quali osserviamo il mondo e ne interpretiamo i segnali; sono paragonabili, se vogliamo, a dei comandanti (del cervello) che decidono per nostro conto. Prova ne è che quando siamo profondamente convinti che qualcosa sia vero, è come se impartissimo un ordine al nostro cervello circa il modo in cui interpretare ciò che ci accade e, proprio sulla base di questo convincimento, mobilitiamo tutto il nostro organismo nella direzione voluta.

Quando crediamo che qualcosa sia vero, entriamo letteralmente in uno stato d’animo per cui esso è vero.

Le nostre credenze rappresentano quindi degli strumenti formidabili, e imparare a gestirle può essere di notevole aiuto nel raggiungimento del benessere personale, esistenziale e professionale. Questo perché noi agiamo in base a ciò che crediamo. Alcune credenze possono fungere da stimolo e da pungolo, altre possono invece costituire un freno, o perché erronee o perché residuo di schemi passati, specchio di una realtà che non ci riguarda più.

Infatti siamo naturalmente portati a pronunciare frasi del tipo “io sono fatto così..” oppure “sarà difficile per me riuscire a…”, tutte frasi che denunciano la nostra tendenza ad affidarci a (e cullarci in) credenze che ci inchiodano alla staticità del presente e chiudono qualunque apertura di prospettiva su possibilità alternative, su diversi modi di essere nel mondo.

Veniamo all’esperienza concreta, alla mia piccola esperienza che tuttavia può fungere da esempio esplicativo.

Ogni volta che inizio un nuovo progetto, di vita o professionale, pur valutando con attenzione gli ostacoli  le difficoltà insite nel percorso, mi predispongo mentalmente a favore della riuscita.

Per cui focalizzo la mia attenzione sulla qualità delle risorse interne di cui dispongo, su come impiegarle correttamente, sulla mia energia e, soprattutto, mi chiedo se l’obiettivo particolare da raggiungere è in linea con i miei valori più profondi.

Solo allineando obiettivi, valori e credenze, io sarò certo di ottenere, o comunque di avvicinarmi il più possibile a ciò che desidero.

Ricordo, al riguardo, un episodio della mia vita professionale: quando, fresco di nomina nell’area marketing di una società, ho dovuto presentare una relazione sugli obiettivi dell’anno in corso e di quello successivo. Era un impegno importante, avrei dovuto essere convincente e conquistare alle mie idee la platea.

Ricordo ancora il mio dialogo interiore prima di cominciare: lo scorrere mentale di tutto ciò che avevo preparato, i punti fermi del mio discorso e, soprattutto, la consapevolezza di aver lavorato bene.

Entrato “in scena”, le me convinzioni “potenzianti” mi guidarono nella presentazione del mio lavoro, lavoro che riscosse l’approvazione della stragrande maggioranza dei presenti.

Ancora oggi, quelle convinzioni, trasformatesi ed arricchitesi nel tempo, mi guidano nel mio agire quotidiano, nella via privata come nel lavoro, sostenendo il mio percorso di crescita.

Sì, sto proprio parlando della necessità di sviluppare la fiducia in se stessi, fiducia che non è altro che uno stato della mente e dell’animo, una rappresentazione interna che governa il comportamento, una rappresentazione che va nutrita costantemente e di volta in volta verificata.

La credenza, quindi, può essere sia credenza in una possibilità di riuscita in ciò che si desidera, sia una convinzione negativa, che ci disarma e ci “fa credere” - appunto - di essere impotenti e destinati al fallimento, se non programmati per fallire!

Chiediamoci quindi come fare a sviluppare e potenziare quelle credenze che possono sostenerci (e non abbatterci e limitarci), nella consapevolezza che anche le nostre credenze sono una scelta, una scelta che dipende da noi.

 

 




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