Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: equilibrio


LA MENTE DI PIETRA

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Hogen,

un insegnante cinese di

Zen, viveva tutto solo in un

piccolo tempio in campagna.

Un giorno arrivarono quattro monaci

girovaghi e gli chiesero se potevano accendere

un fuoco nel suo cortile per scaldarsi.

Mentre stavano preparando la legna, Hogen li

sentì discutere sulla soggettività e sull’oggettività.

Andò loro accanto e disse: “Ecco questa grossa pietra.

Secondo voi, è dentro o fuori dalla vostra mente?”.

 

Uno dei monaci rispose: “Dal punto di vista del

Buddismo, tutto è un’oggettivazione della mente,

perciò direi che la pietra è nella mia mente”.

 

“Devi sentirti la testa molto pesante,” osservò

Hogen “se te ne vai in giro portandoti

nella mente una pietra come questa”.

 

Piccola storia Zen

 





FELICITA': un'apertura di prospettiva

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"Cambiando i loro intimi atteggiamenti mentali, gli esseri umani sono in grado di modificare gli aspetti esteriori della propria esistenza"

 

William James

 

 

 

 

Ognuno di noi dà un significato diverso alla felicità, occorre ribadirlo. Ognuno di noi ne parla, e molti di noi ritengono di sapere ciò che li renderebbe “felici”, salvo poi verificare sulla propria pelle che forse non è così scontato.

Per quanto ho potuto sperimentare, è lo stato mentale il punto di partenza, perché è dalla mente che parte tutto.

Se penso alla felicità della mente penso al raggiungimento di uno stato gioioso, calmo, rilassato, tranquillo, totalmente indipendente dalle condizioni esterne. Non intendo cioè la felicità come il godimento che si trae dalla visione di un bell’oggetto o dall’ascolto di un brano musicale, che sicuramente mi trasmettono piacevolezza.

E’ un viaggio interiore che non ha mai fine, un viaggio continuo, basato sul riconoscimento e sulla eliminazione di piccole azioni che riteniamo “non virtuose”.

In tal modo si potrà comprendere come si può essere felici e creare, predisporre le cause per diventarlo. Bisogna quindi avere la possibilità mentale a sacrificarsi, soprattutto nei primi tempi, poiché la nostra natura è indirizzata verso la negatività.

Se vogliamo invece indirizzarci verso una visione positiva del nostro stato, dobbiamo sviluppare la tolleranza per affrontare le fatiche che possono condurci alla vera comprensione di ciò che accade e, da qui, porre una base solida per costruire l’ambiente capace di generare felicità.

Prendiamo il caso, per altro comune, di una dinamica interpersonale: volere ad ogni costo che qualcuno cambi, ovvero far sì che quella persona diventi ciò che noi desideriamo, ad esempio un collega o un collaboratore - in ambito professionale, oppure il partner o i figli - in quello privato.

In tal caso scivoliamo, molto spesso senza nemmeno averne sentore, in questa trappola: critichiamo, analizziamo le azioni altrui e giudichiamo, senza comprendere la reale motivazione che spinge quella persona a comportarsi secondo quel determinato schema, questo perché siamo convinti di essere nel giusto e andiamo avanti decisi a difendere la nostra posizione, senza accettare compromessi.

Siamo in questo caso prigionieri delle nostre opinioni, e andiamo subito in collera non appena incontriamo qualcuno che ha un punto di vista differente dal nostro. Non è facile riconoscere in noi questi comportamenti attraverso i quali mettiamo in atto schemi mentali non orientati all’ascolto, e anche se li riconoscessimo non è facile accettare di dover cambiare e, tanto meno, decidere di farlo: mettersi in discussione è una pratica più dolorosa e impegnativa di quanto si creda.

Eppure ci sarà capitato in molte altre occasioni, quando magari eravamo sereni e in pace profonda con noi stessi e privi di ogni attaccamento, di riuscire ad aiutare gli altri, ad infondere a nostra volta tranquillità e serenità, imparando ad essere “equanimi”.

Due situazioni diverse, due stati mentali opposti, due reazioni opposte.

Il guaio è che nei momenti in cui siamo più coinvolti emotivamente, è il primo stato mentale ad avere il sopravvento, quello orientato alla negatività e all’ascolto di un’unica sacrosanta ragione: la nostra.

Per poterne venire fuori ciascuno di noi dovrebbe chiedersi quale sia il suo stato mentale in una determinata circostanza, ovvero se è più forte la manifestazione della mente turbata dalle emozioni negative o se è più forte la manifestazione dell’aspetto di pace, serenità, calma. E’ uno strumento, un aiuto, una pratica, “un allenamento al cambiamento”. La pratica si compone di tre passaggi fondamentali: il primo è l’ascolto, il secondo è l’incorporazione, il terzo è l’ integrazione con le attività quotidiane. Perché la pratica sia completa questi tre aspetti devono essere tutti presenti. Chi pensa e spera che solamente con l’ascolto le cose si risolvano non otterrà un cambiamento radicale. Occorre provare e sperimentare, sbagliare, riprovare di nuovo, senza stancarsi, con atteggiamento critico e nello stesso tempo costruttivo, arrivando a comprendere fino in fondo cosa sta accadendo e cosa ci impedisce di raggiungere lo stato desiderato perché solo dall’esperienza deriverà un effettivo cambiamento. Di fatto, anche nella nostra vita quotidiana agiamo in questo modo; impariamo, interiorizziamo ciò che apprendiamo ed infine familiarizziamo con ciò che abbiamo appreso. Nel fare tutto ciò agiamo con il maggior impegno possibile, nel tentativo di raggiungere traguardi che, una volta ottenuti, speriamo riescano a darci la tanto desiderata felicità.

 





SEGNALI

 

Il cambiamento non avviene mai all’improvviso e, soprattutto, non è mai silente, ma ci manda segnali: tutto sta a coglierli.

Lo status quo può non soddisfarci, e dietro questa insoddisfazione premono spesso potenzialità non sfruttate appieno, e acquiescenza a scelte apparentemente obbligate sostenute da motivazioni del tipo “così deve andare, è la vita…”.

Se è vero che l’essere umano tende ad essere refrattario al cambiamento, è anche vero che non gli costerebbe nulla disporsi meglio all’ascolto dei suoi segnali. Segnali che io stesso ho ignorato, frainteso, in un periodo della mia vita non lontano da ora.

Ricordo che in quel periodo la sensazione predominante era quella di una inquietudine profonda, di un senso di sofferenza ora leggera ora più intensa. All’inizio non indagai troppo liquidando il tutto come stanchezza.

Ero sovraccarico di lavoro e cercavo di riempire i pochi momenti liberi gratificandomi con l’acquisto di beni materiali, in una vertigine di accumulazione che mi portava a comprare di tutto: ero incoraggiato su questa strada dall’azienda stessa, che mi elargiva con una certa generosità bonus su bonus – economici, naturalmente!
La compensazione materiale di un bisogno simbolico non dà mai frutti, e così è stato.

Diventai sempre più nervoso, diventai incoerente e contraddittorio nelle scelte, nelle azioni, nei comportamenti, e l’unica cosa che mi gratificava davvero era…l’opposizione al sistema! Un forte senso di ribellione mi pervadeva, e iniziai a contestare tutto e tutti, accorgendomi di covare una rabbia pericolosa, perché inesplosa.

Anche le mie abitudini sociali cambiarono: mi isolavo sempre più e rifiutavo di vedere gli amici di sempre, standomene faccia a faccia col vuoto assoluto.

Non sapevo ancora riconoscerli, ma erano tutti segnali di un cambiamento imminente: l’importante era mettere ordine, comprendere, e incanalare tutta quella “energia” sulla strada del cambiamento, senza sprecarla e senza implodere.





IL NOSTRO SPAZIO

 

Michelangelo sosteneva che la perfezione è “fatta di dettagli” e che per scolpire la perfezione “bastava togliere il superfluo”. Già, la perfezione…

In realtà Michelangelo faceva molto di più: creava; infondeva un’anima a quello che ai più appariva come un semplice blocco di marmo. Un’anima… “Perché non parli?” – così Michelangelo apostrofò il suo Mosè appena ultimato.

Penso che ciascuno di noi cerchi di scolpire la propria vita -in modo originale-, di darle un senso, di creare il proprio mondo “perfetto”, ovvero un mondo in cui esprimere il proprio desiderio e realizzare se stessi.

Prerequisito di questa tensione è, io credo, l’equilibrio.

Un equilibrio che non è mai statico e, soprattutto, mai definitivo. La sua ricerca è continua ed è fatta di accelerazioni e decelerazioni, anche improvvise.

Per me decelerare – mi è successo di recente – vuol dire “lasciare andare”, “togliere il superfluo”. E quando ho scelto di farlo sono stato invaso da una sensazione di pienezza. Sì, pienezza. Proprio nel momento in cui alleggerivo il mio carico di cose inutili e di freni.

La domanda alla quale rispondere è sempre la stessa: “Chi sono io?”, e “Dove sono io rispetto agli altri, al mondo?”.

Credo che la vera sfida per ciascuno di noi sia quella di riuscire a condividere, con tutte le persone che abbiamo incontrato e che incontreremo, le nostre esperienze, piccole o grandi che siano. Penso che ognuno di noi debba mettersi in ascolto dell’altro e dall’altro apprendere, e con l’altro condividere ciò che si conosce ma anche e, soprattutto, ciò che si sente.

Oggi nasce Equilibri Dinamici che mi piace definire “il nostro spazio”, un progetto che stavo accarezzando da qualche mese e che finalmente è diventato realtà. Ringrazio tutti i colleghi e amici che hanno scritto e scriveranno i loro pensieri su queste pagine, e tutti coloro che avranno il desiderio e la costanza di leggerle, fornendomi, se ne avranno tempo e voglia, ogni indispensabile suggerimento per nutrirle di senso. Particolare gratitudine va a Fabiana, rigorosa, pungente, stimolante, curiosa e dolcemente testarda collaboratrice, senza la quale non sarei riuscito a dare la necessaria concretezza al progetto.

Buona lettura a tutti noi, dunque, e… buon Equilibrio Dinamico!

 




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