Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: ascolto, empatia


NATURALMENTE INTELLIGENTI

 

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Wassily Kandinsky, "Im blau"


La natura manifesta la sua essenza attraverso alcuni caratteri fondamentali, quali il mutamento costante, la tendenza all’equilibrio e all’armonia, la stabilità. Questi principi escludono l’adesione a forme già fissate o standardizzate di pensiero e comportamento. Se ci pensiamo bene, quali esseri  umani sperimentiamo,  nel nostro divenire quotidiano, la diversità delle persone con cui entriamo in relazione, persone con caratteristiche e comportamenti diversi dai nostri. Alcune volte ci sentiamo attratti da queste persone, altre volte preferiamo tenerle lontano da noi, magari criticandole.
L’articolo di
Corrado Canale affronta, con la solita chiarezza e scorrevolezza narrativa, un nuovo fronte di studio, quello delle intelligenze multiple, fornendoci un ulteriore stimolo a guardare con occhi diversi noi stessi e chi condivide con noi questo viaggio che è la Vita.

Leggi l’articolo: “UN’INTELLIGENZA…PER OGNI OCCASIONE”





MAI SOLI

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Sbircio tra i dati sull’accesso a “Equilibri dinamici” e si fa strada in me la percezione che questo luogo virtuale stia diventando sempre più luogo “reale” di incontro, reale nel senso di autentico, perché sono autentici i sentimenti le emozioni e le riflessioni espressi, espressi anche esitando, con qualche reticenza o timidezza: non è facile aprirsi, anche quando si è protetti da uno schermo.

Ma lo schermo ha una duplice funzione: nasconde e rivela. E non è forse vero che spesso, nel tentativo di nasconderci, riveliamo di noi più di quanto noi stessi immaginiamo?

Provo un senso di sincera gratitudine e di soddisfazione nel sentire il calore delle persone che qui si incontrano e partecipano - anche solo leggendo -, delle persone che condividono pensieri paure ed emozioni, suscitate magari proprio da una frase o da una parola captate in queste pagine.

Mentre scrivo vado con la mente agli sguardi di chi leggerà queste righe, agli stati d’animo ai desideri o turbamenti, e quello che sento è un senso sempre più profondo e avvolgente di comunità, di essere insieme, di cercare gli uni negli altri - e con gli altri - qualcosa e, perché no, di trovarla.

E’ un senso di famiglia, è il senso della rete. E’ il senso di non essere mai - o mai del tutto - soli, di non essere un semplice “rifugio da” ma un luogo di “propulsione verso”.

Ogni volta che entro in questo spazio – che di virtuale ha solo il mezzo – mi sento vicino ad altri - a voi altri - anche senza conoscerne il volto, e provo un’emozione che mi riempie di gioia e mi fa star bene. Ecco, più che pensare, sento. E quel che sento è che non sono e non siamo lontani.





NOTTURNO DIVENIRE

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Mezzanotte o poco più. Amo la notte quando è silenzio, pausa, rallentamento, assenza di frenesia. Entro in una bolla senza tempo e mi metto in ascolto mentre scorrono le immagini di un prima di un passato, con il suo carico di preoccupazioni e di scelte, che si giungono e fondono alle immagini del futuro, con tutto il suo carico di progetti e desideri. Sono dentro un’oscillazione armonica, tra momenti tutti importanti tutti vissuti tutti densi di senso. Oscillo ma sono perfettamente ancorato al mio presente, un presente che non sento ostaggio del passato o in affanno sul futuro. Un presente notturno e silenzioso, dinamico e in costante equilibrio.

E’inevitabile chiedersi “cosa sarebbe stato se”, ma è un attimo, un volo fulmineo a pelo d’acqua, che dura il tempo di un brivido, per poi risalire.

La consapevolezza del lasciar andare dà ogni volta nuovo impulso al mio volo, mi fa godere del momento presente, mi fa essere leggero e mi porta lontano dalla trappola delle abitudini e delle paure paralizzanti. Lasciar andare è un atto di libertà e di generosità, verso noi stessi verso l’altro.

“Noi esistiamo perché gli altri esistono, e non viceversa” – mi ripeto tra il sonno e la veglia. E penso che mezzanotte è già passata da un pezzo, che forse si affacciano già le luci dell’alba, penso, sì, ma soprattutto sento, e quello che sento è un grande abbraccio.

Abbraccio ciò che sono “ora”, con la consapevolezza di poter essere ciò che voglio solo se comincio proprio da questo “ora”.

Mi prendo cura di me, del mio presente, e, mentre lo faccio, sono già proiettato nel futuro, fatto di tanti momenti presenti e di persone da ascoltare, conoscere, capire e, perché no, di cui aver cura.

 

(Immagine da cetemps.aquila.infn.it)





IN ASCOLTO
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La costruzione del proprio “io” solidamente strutturato passa attraverso l’essere ascoltati e compresi profondamente, narrando se stessi ad un’altra persona che abbia la voglia e la forza di ascoltare. A ciò va aggiunta la capacità - sempre di chi ascolta - di valorizzare ciò che si accoglie, sospendendo ogni giudizio, andando verso l’altro con curiosa innocenza.

Per chi ascolta è una splendida occasione di comprendere se stessi, contattando quelle parti di sé meno note, sconosciute o trascurate, e farle vibrare assieme al racconto dell’altro.

Nella sostanza, quanto più impariamo ad empatizzare con gli altri, tanto più impariamo ad empatizzare con noi stessi, cioè con le nostre parti interne. “Questo è il modo più efficace per consolidare il proprio io, non inteso come istanza separativa, egocentrica, competitiva, ma come centro di coscienza e volontà”: sostiene lo psicologo, e trainer di PNL lo psicologo e trainer di PNL, Mauro Scardovelli, e così sentono tutti quelli che, per professione o per vocazione, pongono al centro del proprio essere l’ascolto.

Marina Emiliozzi è una collega che, nel sentire pienamente la sua professione di coach, vive in profonda empatia con gli altri.

E dal suo “sentire” ha creato una poesia sull’ascolto che sento a me molto vicina e che vorrei condividere con voi, dedicandola a tutti quelli che desiderano imparare ad ascoltare in modo pieno, sempre di più, giorno dopo giorno.

 

L’ASCOLTO

 

Ancora nell’acqua che scende leggera

 

Pulire

 

Ascolto me stessa che ti ascolta

 

Il vento solleva un filo

 

Nasce l’Ascolto

 

E’ musica

 

Accettare

 

e non negare

 

per trasformare

 

Saper giocare

 

Fertile caos

 

Silenzio

 

  

 

 

                                                                            Marina Emiliozzi

 





ESSERE IN CONTATTO

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Amani Willett

 

E’ sera: davanti ai nostri occhi scorrono le immagini della giornata appena trascorsa, e intanto scarichiamo una e-mail, ascoltiamo la nostra musica preferita o leggiamo un libro. Siamo rilassati e immersi in una calma protetta, finché un’immagine, un ricordo, un’emozione ci fa perdere il senso di ciò che stiamo vivendo.

L’uomo ama vagabondare con la sua mente, ma se spera di vivere una vita connotata da “capacità di giudizio, carattere e volontà” - come sosteneva Willliam James, fondatore della moderna psicologia americana - egli trascura quanto sia determinante avere in mano le redini della propria attenzione.

La nostra attenzione è sì selettiva ma a volte si sposta a caso e casualmente sposta la nostra mente in un altrove, in un luogo diverso da quello in cui eravamo o “credevamo” di essere immersi. La mente che vagabonda può essere un’immagine felice, un’immagine che evoca un viaggio un’esplorazione la ricerca di un nutrimento, di nuova linfa e di spazi nuovi, uno spostamento salutare che ci permette di arricchire quanto stiamo sentendo e di ritornarvi con una ricchezza in più.

Ma la mente che vagabonda può essere intesa anche come una mente che si distoglie si distrae perché ha perso il contatto con se stessa, con quello che sta vivendo e sentendo, e si allontana non per scelta, non per rigenerarsi nell’altrove ma per perdersi nell’altrove, per perdere quel contatto che forse non ha mai avuto.

Succede allora che la mente ci porta lontano da noi, e anche i sensi non hanno più presa sulla realtà.

Non percepiamo più i suoni, così come non riusciamo nemmeno ad accarezzare un'altra persona comprendendo fino in fondo i sentimenti trasmessi e la loro intensità.

Sarebbe sufficiente chiederci cosa ci sta succedendo, cosa stiamo sentendo, in che modo la vita sta scorrendo dentro e fuori di noi, sarebbe sufficiente sì, per accedere ad uno stato mentale di minima consapevolezza.

Le domande sono all’apparenza semplici articolazioni di un discorso che mira ad ottenere una risposta a ciò che ci affligge.

Tuttavia mi accorgo che spesso le domande sono formulate in modo da indirizzare più o meno consciamente il nostro pensiero verso una direzione predeterminata, una direzione che confermi le nostre convinzioni, il più delle volte limitanti, mentre le risposte autentiche sfuggono.

In questo modo perdiamo l’occasione di capire e verificare se stiamo andando nella direzione desiderata, se stiamo compiendo i passi giusti o se piuttosto non ci stiamo ancora una volta confondendo, distogliendo, ingannando. Se ancora una volta non abbiamo deragliato e ci ritroviamo fuori.

Fuori dalla nostra vita, dal nostro sentire, e senza. Senza l’ascolto dei nostri sensi e della nostra parte più profonda.

Tutto finisce fuori controllo, per noi specialisti del fuori contatto. Lontani dai sentimenti, dai pensieri e dalle emozioni, presi nella trappola di un presente che non riusciamo a vivere per davvero, angosciati da un futuro che non è altro che una proiezione del nostro passato, spesso di quella parte di passato da dimenticare ma di cui non riusciamo a liberarci e alla quale ostinatamente ci leghiamo. 

Così, ci ritroviamo separati da noi stessi, ci ritroviamo a vagabondare senza meta ci ritroviamo a indulgere alle nostre divagazioni che riflettono solo la nostra incapacità a prendere e a mantenere il contatto con ciò che stiamo vivendo, che rivelano solo la nostra perseveranza nel cullare aspettative e desideri che non ci appartengono o che ci deludono.

Non riusciamo a sentire noi stessi e non riusciamo nemmeno a sentire l’altro, quello che vive che sta provando che ci sta chiedendo, a voce alta o in silenzio: il contatto è interrotto, con il mondo interno così come con quello esterno.

Il nostro vagabondare lontano da noi e non dentro di noi ci distoglie dall’ascolto.

E l’altrove al quale ci conduce non è altro che la parte di noi in cui si sono calcificati convincimenti e false credenze, in cui l’ordine è solo apparente e l’insoddisfazione reale.

Non riusciamo più a comprendere la grandezza insita nei battiti di una vita che ci dà tutto solo perché è vita, quella nostra, quella di chi ci passa davanti e di chi ci sta intorno.

Siamo separati, dunque, ma spesso non riusciamo nemmeno a decifrarlo o a dirlo questo stato e, anche quando la percepiamo - questa interruzione - e avvertiamo un disagio, non riusciamo a scendere alla sua radice perché non sappiamo porci le giuste domande.

Le domande giuste sono quelle che non sono inquinate dalle nostre rigidità che non conservano la crosta delle nostre abitudini, sono le domande utili, quelle che ci conducono alle risposte autentiche.

E La domanda che apre alla consapevolezza di sé è la sola che può farci recuperare il contatto con il presente e con l’altro e, prima ancora, il senso della nostra semplice unicità.

 

 




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