Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


TUTTO IN UNA FIABA

In questo periodo non riesco ad essere libero da preconcetti e pregiudizi nell'interpretare ciò che sta accadendo nella nostra magnifica regione, e non mi riferisco ai soli fenomeni naturali. Per una strana associazione di idee, leggendo i quotidiani di oggi,  mi è venuta in mente una fiaba tibetana, una di quelle storielle che i genitori di quella remota terra raccontano ai propri figli, per trasferire loro insegnamenti di Vita cercando di prepararli alle insidie insite in un mondo nel quale tutto può essere l’esatto contrario di ciò che appare. Riporto la favola in questione integralmente, senza ulteriori commenti.

 

I due amici e l’oro scomparso

C’era una volta un padre che, raggiunta la vecchiaia, chiamò e sé il figlio e così gli si raccomandò: “Non mi rimane molto da vivere, figliolo. Per questo desidero che tu prenda il mio oro. Portalo a casa tua, poiché da oggi ti appartiene. Ma ricorda, non fidarti mai di nessuno, neppure di tua moglie, quando ne avrai una.”Il padre sperava che Sonam (tale era il nome del figlio) avrebbe fatto tesoro del suo ammonimento, imparando ad affrontare le insidie del mondo.

Sonam aveva un amico carissimo, tale Tamchu. Da bambini erano andati a scuola insieme e, alla sera, avevano fatto interminabili partite di volano. Tamchu abitava nel villaggio vicino, con la moglie e i due figli maschi. Un giorno Sonam decise di recarsi in pellegrinaggio a un lontano monastero e, dovendo lasciare l’oro dell’eredità in custodia a qualcuno, si ricordò che il padre gli aveva detto di non fidarsi mai del prossimo. Per il suo amico Tamchu, però, si sentiva di poter fare un’eccezione: della sua sincerità non avrebbe mai dubitato. Così si recò a casa dell’amico con le borse piene d’oro. “Tamchu-la” gli chiese fiducioso, “vorresti custodire il mio oro in mia assenza?” “Ma certo”, Sonam, rispose con entusiasmo Tamchu. “Con me il tuo oro sarà al sicuro e al ritorno dal pellegrinaggio lo ritroverai intatto. Siamo buoni amici, non hai niente da preoccuparti.”

Trascorso un anno, Sonam tornò dal suo viaggio. Si recò come stabilito a casa di Tamchu e gli chiese indietro il proprio oro.  “Oh caro Sonam, sono così dispiaciuto!” furono le parole con cui l’accolse l’amico costernato. “La sfortuna si è accanita contro di noi. Durante la tua assenza l’oro si è trasformato in sabbia!” Sonam fissava l’amico allibito mentre questi gli raccontava i dettagli di quell’evento inusitato. Alla fine Sonam pareva essersi ripreso del tutto dallo stupore iniziale, tanto che, dopo un breve silenzio, affermò: “Va tutto bene, Tamchu, non preoccuparti. Hai fatto sicuramente del tuo meglio per custodire il mio oro.” Come se nulla fosse i due uomini pasteggiarono insieme. La perdita del tesoro sembrava già appartenere al passato. Prima di accomiatarsi, Sonam fece una proposta all’amico:”Tamchu, sai bene che io non ho famiglia. Perciò mi piacerebbe tanto potermi prendere cura dei tuoi due figli per qualche mese. Li farò mangiare come si deve e li rivestirò di tutto punto. Staremo bene tutti e tre insieme, a casa mia.”  “Ma che bella idea!” esclamò Tamchu, e intanto pensava tra sé e sé: “Ha perso il suo oro per causa mia eppure desidera prendersi cura dei miei ragazzi. E’ davvero una persona di buon cuore.” Così, disse a Sonam di tenere pure i suoi figli per tutto il tempo che avesse desiderato.

Sonam portò i ragazzi a casa con sé e non fece mancare loro nulla. Nel frattempo, però, comperò due scimmiette di diversa età, cui diede, rispettivamente, il nome del fratello maggiore e di quello minore. Per giorni si adoperò ad ammaestrare le due bestiole, cosicché quando diceva “Tendzin, vieni qua!” la scimmia più grande correva da lui; quando chiamava “Thupten”, era la più piccola a raggiungerlo.  

Un giorno Tamchu venne a trovare i figli e Sonam lo accolse con aria triste e sconsolata. “Oh, mio caro Tamchu, sono così dispiaciuto!” gli disse contrito. “La  sfortuna si è accanita contro di noi. I tuoi ragazzi si sono trasformati in scimmie!” Tamchu, sconvolto dalla notizia, chiamò i figli a gran voce. Subito le due scimmiette gli corsero incontro, lo presero per mano e improvvisarono un girotondo, proprio come fossero bambini. Tamchu era disperato. “Sonam, cosa facciamo adesso? Come possiamo riportare i miei figli alle loro sembianze originarie?” Sonam rifletté un istante, poi disse all’amico: “La cosa sarebbe assai facile, se solo avessimo dell’oro. Tanto oro.” E la sua voce aveva un tono triste, come di chi abbia appena fatto una proposta irrealizzabile. “Quanto oro, esattamente?” s’informò Tamchu con fare concitato. “Almeno due borse piene di pepite” replicò Sonam prontamente. “Me le procurerò in men che non si dica!” lo rassicurò Tamchu, che già stava correndo verso casa. Presto fu di ritorno con le due borse e le consegnò subito a Sonam, che gi disse di aspettarlo da basso mentre saliva al piano superiore. “Ecco fatto, Tamchu” disse compiaciuto scendendo le scale di lì a poco. “Ho ritrasformato le scimmie nei tuoi due figli.” Tamchu era al settimo cielo e riabbracciò i suoi amati ragazzi, Ma, avendo capito l’antifona, era anche profondamente imbarazzato nei confronti di Sonam.

Alla fine i due amici (perché in fondo tali erano rimasti) scoppiarono in una bella risata.

 

Tratto dalla raccolta delle “Fiabe Tibetane” - Giunti Editore.



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