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IL CORPO ANORESSICO

Il corpo anoressico è un corpo-sintomo, in esso è iscritta la sofferenza di un’anima. L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare, ma non solo. E’una patologia insidiosa e devastante perché difficile da disinnescare, perché se non curata in tempo se non curata con gli strumenti adeguati se sottovalutata o ignorata, può portare alla morte. Perché le anoressie sono tante quante sono le anoressiche.

Di anoressia si può morire; di anoressia si muore.

E se non si muore, si vive all’inferno.

L’euforia derivata dalla capacità - esperita all’inizio - di controllare il proprio corpo e le proprie emozioni, attraverso il controllo del cibo, svanisce presto, lasciando il posto all’incubo della malattia. L’insoddisfazione e l’infelicità non sono state battute. Per contro, si precipita in una discesa rovinosa, si perde via via aderenza al reale. Tutto è capovolto, tutto è distorto.

E’ distorta la visione del proprio corpo, delle sue fattezze, e la percezione del limite da non superare.

L’anoressica perde la capacità di valutare obiettivamente la sua presenza nel mondo, ha bisogno del bene altrui ma è diffidente, e si crede onnipotente pur conservando una profonda disistima di sé.

Di anoressia si muore, ma di anoressia si può guarire.

Parlare di questa malattia, perforare il muro dell’ignoranza, sviluppare terapie efficaci, sensibilizzare le ammalate e i familiari e chi vive assieme a loro, chi condivide pezzi di vita con loro, è necessario.

Attraverso la rete, ad esempio, si creano legami si mettono in circolo informazioni si rompe il silenzio e attraverso la rete si può iniziare a prendere coscienza del proprio stato, a capire i propri bisogni e ad unire alla consapevolezza l’ agire concreto. Un esempio illuminante è “Briciole di Pane”,un blog diventato punto di riferimento e luogo di conoscenza e di discussione e di aiuto per chi di anoressia soffre e per chi vuole capire.

Nelle pagine di questo blog trovano voce le esperienze di moltissime ragazze, spesso giovanissime, che parlano di sé, del loro sprofondare o del loro faticoso processo di guarigione, e ne parlano senza indulgere ad autocompatimenti e senza cedere alla tentazione di sviluppare tra di loro una perniciosa solidarietà pro-anoressia.

 

 

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