Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


LA SFIDA DI UNA VITA

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“E’ forse proprio quando non sappiamo più che fare
che siamo giunti al nostro compito reale;

e forse è quando non sappiamo più dove andare

che incomincia davvero il nostro viaggio”   
                                      
     

(Wendell Berry)

 

 

 

 

Riappropriarsi dei sensi, anche quando tutto quello che ci circonda ci spinge in direzione opposta! Sentirsi e sentire vuol dire comprendere e diventare consapevoli di quello che stiamo vivendo, attimo per attimo, come in questo momento in cui sto scrivendo. Questa è per me la vera bellezza e la vera ricchezza del vivere: godere di ogni attimo, godere del momento presente, anche quando, anzi, soprattutto quando il mondo fuori accelera e le cose si muovono in fretta.

Quando ripercorro la vita vissuta fino ad oggi, non posso non pensare ai momenti cruciali, positivi e negativi, ai miei errori, ai cambiamenti, alle sfide. Mi soffermo su questi momenti, analizzo le esperienze che mi hanno segnato e non posso non constatare che ciò che c’è - fuori - di me è molto diverso da quello che io pensavo di avere dentro.

Le esperienze mi hanno cambiato e, soprattutto, hanno di volta in volta cambiato la percezione che avevo di me, o meglio quello che io credevo di sapere di me. L’incongruenza tra il Giuseppe atteso-immaginato e quello realizzato mi ha a volte sorpreso favorevolmente altre volte no, ma il riconoscere e vivere questa non coincidenza è stato per me sempre un’ occasione di crescita, una sfida ulteriore.

La sfida verso me stesso, la lotta volta a capire chi sono, cosa voglio, cosa posso fare, essere.

Queste domande hanno tutte a che vedere con la definizione della nostra identità, con la ricerca di senso, individuale e non, e, perché no, con la ricerca della felicità.

La felicità, appunto.

Spesso, all’interno delle sessioni di coaching, quando il mio cliente ed io ci avviciniamo all’individuazione dell’obiettivo, mi sento dire:”Voglio essere (o sentirmi) felice”.

Con questa frase si esprime un desiderio, il desiderio di un “qualcosa” da raggiungere, un qualcosa che però non si sa bene identificare, e si esprime anche l’ansia e il timore di non riuscire ad esaudire tale desiderio, di non poter toccare quello stato di grazia tanto agognato. Come se, una volta approdati ad esso, potessimo placare la nostra sete e dichiarare la ricerca conclusa!
Capita, pensando al passato, di far coincidere la felicità con una relazione, con un lavoro, con un cambiamento, con un progetto. Ricordiamo la scossa di adrenalina che pervadeva il nostro essere nel mentre di quelle esperienze appaganti, piene, gratificanti. Sì, ma per quanto? Queste esperienze si sono poi concluse, interrotte o semplicemente le abbiamo digerite ed espulse. Ed è rimasta la nostalgia di quella adrenalina, di quella sensazione di benessere così vicina alla felicità.
Ma forse non cadiamo in errore quando ci ostiniamo a far coincidere la felicità con uno di questi stati o condizioni? E perdiamo così di vista la vita nella sua globalità, nel suo senso più ampio. Ma come facciamo a sapere se ciò che crediamo di desiderare e con pervicacia perseguiamo sia davvero o faccia davvero la nostra felicità?

Le domande sono tante. Ora, mentre scrivo, sto cercando di dare ordine ai pensieri che fluiscono nella mia mente, e cerco di vivere questo momento appieno, e attento a non perdere di vista il senso di questo meraviglioso viaggio che è la vita. Un viaggio che è all’inizio, o meglio, che è sempre a un nuovo inizio, perché siamo in continuo cambiamento, e mai e poi mai dovremmo negarci la possibilità di pensarlo immaginarlo e infine produrlo il cambiamento che desideriamo. Sono ad un nuovo giro di boa, e intravedo la strada che prosegue verso una nuova direzione, magari sconosciuta, impegnativa. Ho una certezza, però, che affonda la sua ragion d’essere nel mio desiderio, nel mio attuale desiderio: il desiderio di ricerca, di comprensione della natura della mente, dell’etica umana, delle strade che ci avvicinano al senso, al senso della vita.

Ad un certo punto del mio percorso ho sentito che ciò che stavo facendo non mi rendeva felice - l’ho anche raccontato in uno dei primi post- e ho iniziato a nutrire la convinzione che il dedicarmi a me stesso fosse in qualche modo in contrasto con il sostegno dato alle altre persone. Fu importante per me, in quel momento di disorientamento, avvicinarmi alla psicologia buddista e recuperare, anche grazie ad essa, una visione sistemica, e quindi capire che occuparsi di sé stessi e contemporaneamente degli altri è fondamentale per l’esistenza umana, e che lasciare in disparte il sé, nella visione occidentale della compassione ad esempio, è una omissione drastica.

Forse è proprio questo un primo, piccolo spiraglio di apertura rispetto al concetto di felicità. O, almeno, della mia felicità. Se io compio delle scelte che mirano a sollevare un essere dalla sofferenza, riesco a provare una sorta di benessere estremo, che si tratti di piccole o di grandi cose. Ma il passaggio cruciale sta nel fatto che per arrivare a provare una felicità piena, la compassione e l’amorevolezza devono essere contemporaneamente applicate a se stessi ed agli altri. Ecco una delle mie sfide… di una vita.

L'immagine: il faro di "Cape Recinga", Nuova Zelanda

 



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