Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


DEL SENSO DELLA FELICITA'
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“La felicità è una
farfalla che, se la
insegui, sfugge
sempre alla presa,
ma se ti siedi
tranquillo,
può anche posarsi su
di te.”

 

Nathaniel Hawthorne

 

 

 

 

 

Che cos’è la felicità?

Bella domanda. Potremmo stilare un elenco di condizioni - materiali fisiche simboliche -  necessarie alla realizzazione della nostra idea di felicità. Ma anche in quel caso non saremmo arrivati a definirla. Forse perché proprio quando la esperiamo, proprio quando la felicità c’è, non pensiamo ad essa e non ci soffermiamo a nominarla. E magari invece avviamo riflessioni, rimuginiamo su di essa proprio quando essa non c’è, perché in quel momento ci sentiamo manchevoli di qualcosa e il nostro stato d’animo e mentale sono orientati in senso negativo.

Alcuni hanno il pudore di dirsi felici, ovvero non ne parlano – di felicità, della loro – per partito preso, ma non per un puntiglio o per ideologia, semplicemente per timore, come se la felicità non fosse di questo mondo o non fosse alla loro portata, per cui dicono – semplicemente – che “stanno bene” o che “aspirano a stare bene”, e questo è per loro già tanto. Perché, poi? Forse peccheremmo di tracotanza se parlassimo o ricercassimo la felicità?

La felicità non è un peccato, certo, e ricercarla è un’ aspirazione che ogni essere umano nutre in cuor suo, uno stato che ognuno persegue anche se attraverso vie diverse, particolari, spesso non comprensibili ai più.

Ma la disparità delle vie d’accesso non deve distoglierci dall’obiettivo, che è invece comune: essere felici.

I passi per raggiungere questo stato di grazia, di pienezza non sono elencabili né uguali per tutti, ma per tutti dovrebbe essere chiaro un concetto: anche la felicità è una conquista. E implica fatica.

La fatica di ascoltarci e ascoltare l’altro, di comprendere la nostra e l’altrui natura, i nostri schemi mentali e quelli altrui. E cambiarli, laddove sia necessario.

Questo perché il bene-felicità dipende da noi ma non può prescindere dall’altro.

Gli obiettivi che ci poniamo nella vita quotidiana, da quelli apparentemente più spiccioli o vicini a quelli di più ampio respiro, meritano sempre una nostra riflessione e andrebbero sempre calibrati sul nostro sentire.

Sentire cosa? Quanto aderiscano a noi e viceversa. Perché la felicità è racchiusa in ogni gesto quotidiano perché ogni gesto è parte del nostro programma vitale e solo noi possiamo scegliere quale crisma imprimere a questo progetto, che è la vita: se sviluppare un atteggiamento positivo, egoistico in modo sano e dunque intrinsecamente altruistico, o un atteggiamento negativo, di autoboicottaggio rispetto alle nostre capacità aspirazioni obiettivi.

Allo stesso tempo, bisognerebbe accettare il fatto che la felicità possa non essere uno stato permanente, una conquista definitiva, ormai assodata e inalienabile. E che magari possa non durare molto, che possa essere transeunte ma non per questo meno godibile, meno agognabile. La felicità è uno stato di piena grazia, di cui possiamo godere anche senza esserne avvertiti! 

La felicità può durare anche lo spazio di un’intensa emozione, e svanire assieme a lei.

Insomma, cos’è questa felicità? Forse alla fine la felicità non è altro (come se fosse poca cosa!) che trovare l’ equilibrio? Ma non ci stancheremo mai di dire che l’equilibrio è quanto di più instabile esista, quanto di più difficile da perseguire e da far perdurare, l’equilibrio è dinamico, dopo tutto, o no?

Bene, e tanto per ripeterci - per citarci, se vogliamo! – questo equilibrio, da cui la felicità potrebbe schiudersi, può essere raggiunto e mantenuto solo grazie e in virtù di un allenamento, un allenamento consapevole, che implica la fatica di comprendere quello che viviamo e che agiamo - in relazione a noi e all’altro - e di mettere in discussione i nostri schemi mentali e di comportamento consolidati.

E’ un allenamento dunque non solo al cambiamento ma giocoforza anche alla felicità, e come tale ha una sua durezza ed è articolato in tappe (o momenti), da apprendere e agire. Quali?

Nei prossimi post il mio impegno sarà quello di illustrarle, precisando – qualora ce ne fosse bisogno – che il mio è solo un possibile approccio e di certo non l’unico..!

 



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