Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


FELICITA': un'apertura di prospettiva

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"Cambiando i loro intimi atteggiamenti mentali, gli esseri umani sono in grado di modificare gli aspetti esteriori della propria esistenza"

 

William James

 

 

 

 

Ognuno di noi dà un significato diverso alla felicità, occorre ribadirlo. Ognuno di noi ne parla, e molti di noi ritengono di sapere ciò che li renderebbe “felici”, salvo poi verificare sulla propria pelle che forse non è così scontato.

Per quanto ho potuto sperimentare, è lo stato mentale il punto di partenza, perché è dalla mente che parte tutto.

Se penso alla felicità della mente penso al raggiungimento di uno stato gioioso, calmo, rilassato, tranquillo, totalmente indipendente dalle condizioni esterne. Non intendo cioè la felicità come il godimento che si trae dalla visione di un bell’oggetto o dall’ascolto di un brano musicale, che sicuramente mi trasmettono piacevolezza.

E’ un viaggio interiore che non ha mai fine, un viaggio continuo, basato sul riconoscimento e sulla eliminazione di piccole azioni che riteniamo “non virtuose”.

In tal modo si potrà comprendere come si può essere felici e creare, predisporre le cause per diventarlo. Bisogna quindi avere la possibilità mentale a sacrificarsi, soprattutto nei primi tempi, poiché la nostra natura è indirizzata verso la negatività.

Se vogliamo invece indirizzarci verso una visione positiva del nostro stato, dobbiamo sviluppare la tolleranza per affrontare le fatiche che possono condurci alla vera comprensione di ciò che accade e, da qui, porre una base solida per costruire l’ambiente capace di generare felicità.

Prendiamo il caso, per altro comune, di una dinamica interpersonale: volere ad ogni costo che qualcuno cambi, ovvero far sì che quella persona diventi ciò che noi desideriamo, ad esempio un collega o un collaboratore - in ambito professionale, oppure il partner o i figli - in quello privato.

In tal caso scivoliamo, molto spesso senza nemmeno averne sentore, in questa trappola: critichiamo, analizziamo le azioni altrui e giudichiamo, senza comprendere la reale motivazione che spinge quella persona a comportarsi secondo quel determinato schema, questo perché siamo convinti di essere nel giusto e andiamo avanti decisi a difendere la nostra posizione, senza accettare compromessi.

Siamo in questo caso prigionieri delle nostre opinioni, e andiamo subito in collera non appena incontriamo qualcuno che ha un punto di vista differente dal nostro. Non è facile riconoscere in noi questi comportamenti attraverso i quali mettiamo in atto schemi mentali non orientati all’ascolto, e anche se li riconoscessimo non è facile accettare di dover cambiare e, tanto meno, decidere di farlo: mettersi in discussione è una pratica più dolorosa e impegnativa di quanto si creda.

Eppure ci sarà capitato in molte altre occasioni, quando magari eravamo sereni e in pace profonda con noi stessi e privi di ogni attaccamento, di riuscire ad aiutare gli altri, ad infondere a nostra volta tranquillità e serenità, imparando ad essere “equanimi”.

Due situazioni diverse, due stati mentali opposti, due reazioni opposte.

Il guaio è che nei momenti in cui siamo più coinvolti emotivamente, è il primo stato mentale ad avere il sopravvento, quello orientato alla negatività e all’ascolto di un’unica sacrosanta ragione: la nostra.

Per poterne venire fuori ciascuno di noi dovrebbe chiedersi quale sia il suo stato mentale in una determinata circostanza, ovvero se è più forte la manifestazione della mente turbata dalle emozioni negative o se è più forte la manifestazione dell’aspetto di pace, serenità, calma. E’ uno strumento, un aiuto, una pratica, “un allenamento al cambiamento”. La pratica si compone di tre passaggi fondamentali: il primo è l’ascolto, il secondo è l’incorporazione, il terzo è l’ integrazione con le attività quotidiane. Perché la pratica sia completa questi tre aspetti devono essere tutti presenti. Chi pensa e spera che solamente con l’ascolto le cose si risolvano non otterrà un cambiamento radicale. Occorre provare e sperimentare, sbagliare, riprovare di nuovo, senza stancarsi, con atteggiamento critico e nello stesso tempo costruttivo, arrivando a comprendere fino in fondo cosa sta accadendo e cosa ci impedisce di raggiungere lo stato desiderato perché solo dall’esperienza deriverà un effettivo cambiamento. Di fatto, anche nella nostra vita quotidiana agiamo in questo modo; impariamo, interiorizziamo ciò che apprendiamo ed infine familiarizziamo con ciò che abbiamo appreso. Nel fare tutto ciò agiamo con il maggior impegno possibile, nel tentativo di raggiungere traguardi che, una volta ottenuti, speriamo riescano a darci la tanto desiderata felicità.

 



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