Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


FACCIAMO FINTA CHE

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“Il tempo è un fanciullo che gioca”

 

ERACLITO

 

 

All’interno delle organizzazioni è sempre più difficile scorgere fenomeni sociologicamente rilevanti di creatività viva. C’è un’abitudine stagnante: fare le cose in modo ripetitivo, senza alcuno slancio innovativo, in nome della standardizzazione dei processi, del consolidamento di un fare, ahimè, sempre uguale a se stesso.

La produzione di azioni simili può produrre nel tempo frustrazione, perdita di qualsiasi stimolo al processo ideativo, perdita della gioia di creare, quella gioia che deriva da uno sguardo nuovo su ciò che si conosce e che si è fissato per comodità e in modo – apparentemente - irreversibile.

E’ come se il processo creativo subisse una inibizione autoindotta, una vera e propria castrazione da parte delle persone che cooperano all’interno di una organizzazione, complice la consapevolezza che molto spesso i capi non accolgono (o ostacolo) le idee innovative e rendono vani il tempo e le energie mentali dedicati alla loro produzione.

A che scopo, dunque, esercitare la creatività?

Credo che sia questo il punto centrale della questione.

E credo anche che nella vita privata le cose non vadano diversamente.

L’impressione che ho è che non siamo più in grado di andare oltre le apparenze, di guardare con il cuore, prima che con la mente, mentre esercitiamo una “razionalità” che spesso non è altro che un condensato di giudizi, anzi pregiudizi, e visioni cristallizzate del mondo – degli altri e di noi stessi.

E’ per questo che resto affascinato dal comportamento dei bambini, dal loro essere diretti, dalla loro capacità di andare “a segno” senza arroganza. Il segreto è la semplicità del pensiero privo di sovrastrutture ideologiche che li porta a percepire ed interpretare la realtà in modo del tutto diverso rispetto al nostro. Quello che vedono i bambini, anche se noi non lo vediamo, non per questo non esiste. Probabilmente noi lo abbiamo solo dimenticato, licenziato dai sogni della nostra vita, rendendo la nostra vita un involucro vuoto o un rompicapo inspiegabile.

Ricordo di quando, da bambino, giocando con i miei amici, ci mettevamo tutti sotto un tavolo, immaginando di essere dentro una capanna, nel nostro piccolo rifugio: il “facciamo finta che”. Osservare e ascoltare il mondo dei bambini può aiutarci a recuperare una parte di noi lasciata chissà dove e chissà perché, e a sviluppare l’equilibrio – sempre più sfuggente – di “noi adulti”.

Insomma, per trovare nuova linfa vitale può anche bastare un “facciamo finta che”.

 

Leggi l'articolo "Cento bimbi a caccia dell'amico immaginario" apparso su "la Repubblica" il 19/12/2007

 

 



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