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MONDO DIGITALE

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Vivi in un ambiente che ti sembra popolato da persone, ma in realtà è pieno di fantasmi – così si esprime Lee Siegel, critico letterario, a proposito di Internet (L’Espresso, 13 marzo2008).

Molti lo adulano, alcuni lo demonizzano, altri cercano di ponderare luci e ombre, rischi e opportunità di questo mezzo di comunicazione, la rete delle reti, attraverso il quale il mondo è entrato in contatto diretto e in tempo reale, attraverso il quale sono nati ambienti virtuali squisitamente sociali, soprattutto attraverso le chat e i blog.

Internet ha cambiato le coordinate di spazio e di tempo, le modalità interazionali e quelle di rappresentazione di sé. A pensarci bene, non è poca cosa. Ci si potrebbe chiedere se si tratta di cambiamenti vantaggiosi o meno, ma avrebbe poco senso, visto che il bilancio rischi-opportunità è spesso un bilancio del tutto personale, strettamente legato all’uso che ognuno di noi fa di un dato mezzo.

E’ vero che esistono fenomeni su larga scala alquanto preoccupanti: l’emergere di patologie legate all’abuso di Internet (internet addiction), che si concretano in vere e proprie dipendenze, studiate e curate al pari di dipendenze ben note quali quelle da droghe da alcol da sesso.

Quando prevale l’assuefazione al mezzo, per cui l’individuo non riesce a concepire vite altre rispetto a quella virtuale, vuol dire che quest’ultima ha risucchiato in sé il reale, accrescendo la spaccatura interna all’individuo, esacerbando i suoi conflitti, alienando infine l’individuo da se stesso.

Sherry Turkle (1997) ci offre tuttavia un ulteriore punto di vista: ”L’ambiente virtuale può fornirci la sicurezza necessaria per poter manifestare quel che ci manca, in modo da iniziare ad accettarci così come siamo. Il virtuale non deve necessariamente rappresentare una prigione. Può essere la zattera, la scala, lo spazio transitorio, la moratoria, situazioni che vanno abbandonate dopo aver raggiunto una maggiore libertà. Non dobbiamo rifiutare la nostra vita sullo schermo, ma neppure è il caso di considerarla come una vita alternativa. Possiamo usarla come uno spazio per la crescita.”

La riflessione propostaci dal nostro amico Fabio Muzzupappa è incentrata su un aspetto particolare di Internet e delle nuove tecnologie di comunicazione, ovvero sul rischio – paventato già nel titolo Autismo digitale - che un certo utilizzo di questi mezzi generi una moltitudine di solitudini interconnesse a livello planetario, e dunque solo l’illusione di una messa-in-relazione del soggetto con altri soggetti (o, meglio, con i loro simulacri disseminati in rete o nell’etere).

Internet e le nuove tecnologie creerebbero, quindi, solo un’illusione di realtà, produrrebbero un ripiegamento del soggetto su di sé che si tradurrebbe in una atrofizzazione delle sue capacità relazionali, capacità solo apparentemente espanse (perché la molteplicità delle connessioni e la facilità dell’entrare in contatto possono nascondere l’insidia del disimpegno e della deresponsabilizzazione), e relazioni solo simulate e non autenticamente vissute.

E, come dice Siegel, non c’è libertà senza autenticità, senza responsabilità, senza la presa in carico di sé e dell’altro.

Ma questo è solo uno dei possibili punti di vista su un oggetto di riflessione in costante movimento che segna ogni giorno una nuova frontiera, rischiando di fare del dibattito attuale un dibattito già superato. Eh già, tirannia della velocità.

E’ questa la vera cifra del nostro tempo, una velocità che ci fa consumare bruciare dissipare e non ci fa assimilare digerire metabolizzare né le opportunità insite nel nuovo né l’occasione rappresentata dall’incontro con l’altro.

 

Leggi l'articolo di Fabio Muzzupappa:  "Autismo digitale"

 



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