Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: July - 2007


GRAZIE
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Grazie: me lo ripeto spesso, ogni volta che osservo con più attenzione quello che mi accade intorno, anche quando non sono in grado di decifrarlo appieno, almeno non subito.

In questa mattina d’estate l’aria è carica di dolcezza, di troppa dolcezza.

Accompagno un mio amico in clinica: dovrà iniziare una terapia, un percorso probabilmente lungo e disseminato di trappole – la sfiducia, la mancanza di volontà, di forza, il senso di impotenza e di frustrazione.

Ho intravisto il suo bisogno d’aiuto, ma da lui nemmeno una parola. L’ho letto nel suo sguardo, e oltre al bisogno non detto ho letto anche la sua rabbia esacerbata verso tutto e tutti. I suoi occhi sembrano assenti, sembrano cercare fuori ciò che può essere solo nell’anima: è nell’anima la “voce”, la chiave per ritrovarsi e guarire.

Ma lui ora non può indulgere all’ascolto interno, semplicemente non è il momento, non ancora.

Eccomi, io ci sono. Per lui ma anche per me.

Quando mi vede arrivare non sembra stupito, doveva averlo immaginato, forse lo ha anche temuto, ma non è scappato, non si è sottratto.

Accetterà il mio sostegno, la mia guida: lui è qui, e non altrove; lui è qui, e avrebbe potuto anche non farsi trovare, avrebbe potuto scappare, prendere il largo, come tante volte è già successo.

Ma questa volta no, è rimasto, mi ha aspettato, forse la deriva comincia a far paura.

 

>Ciao

>Ciao

>Che vuoi?

>Qualcosa di diverso di quello che tu ora vuoi per te...ma il punto non è questo, e lo sappiamo oramai. Tu cosa vuoi?

 

Finalmente un’apertura, un piccolo passaggio insperato tra il mio sguardo e il suo, un grido di dolore che non ha paura di venir fuori.

Camminiamo verso la porta che separa il sogno dalla realtà, la gioia dalla disperazione, la delusione dalla speranza.

Mi sento invaso da una sensazione di serenità. Perché? Cosa sto sentendo, cosa sto apprendendo da tutto questo?

Il campanello, la porta si apre e ci accoglie un sorriso…senza speranza, sconfitto, non vero. Entriamo e camminiamo lungo i corridoi. Incontriamo altre facce, ma nessuna dolcezza. Poi il congedo: un saluto, un abbraccio, qualche altra frase, mezze domande e mezze risposte, dal senso inafferrabile liquido.

La porta si richiude dietro di me. Il sogno si spegne appassendo in una realtà che mi sembra fatta di gomma. Non riesco a penetrarla a decifrarla come vorrei e nuovamente mi chiedo: cosa mi sta insegnando tutto questo? La risposta non arriva, non per il momento, ma arriverà, lo so, e per questo, solo per questo, GRAZIE.

 





EMPATIA: ascolto profondo, rispetto, apertura di sé

 

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Empatia.

Intuire il mondo interiore dell’interlocutore: quello che pensa sente desidera, e al di là di ciò che esprime verbalmente (non sempre le parole svelano il vero!).

Intuire e capire senza farsi condizionare dal proprio modo di attribuire significato e valore alle cose del mondo.

Sentire e sentirsi, in una interazione magica, fatta appunto di comprensione profonda, di capacità di “vedere” e “provare” la gioia o il dolore dell’altro come se noi fossimo l’altro e l’altro fosse noi.

Sì, "come se" … questa è la condizione principale per vivere davvero l’empatia, condizione senza la quale parleremmo solo di semplice identificazione, di proiezione egoistica.

Ma l’immedesimarsi - il riuscire a vivere attraverso lo sguardo dell’altro e il sentire dell’altro - di per sé non basta perché ci sia empatia. L’empatia necessita anche di controllo, di frapposizione di una distanza rispetto al vissuto dell’altro, quella distanza che ci permette di comprendere il punto di vista dell’altro senza annullare il nostro.

Solo così potremmo essere d’aiuto, prestare non solo ascolto ma anche soccorso.

Per me l’empatia è anche una grande emozione: l’emozione di vivere temporaneamente la vita dell’altro, muovendomi al suo interno con estremo rispetto e delicatezza, percependo le sue paure, le sue gioie, i momenti di tenerezza, di confusione o qualunque altra emozione stia vivendo in quel particolare momento della sua vita. Lo faccio sospendendo il giudizio, imbrigliando la tendenza che abbiamo ad approvare o disapprovare - da bravi censori -, la tendenza a correggere, ad indicare la strada secondo noi giusta, a elargire la “nostra” oggettività.

L’altro che io sto sentendo e ascoltando in modo così profondo e libero va aiutato a scoprire le sue forze, il suo sentire, la sua ragione, e in questo momento noi dobbiamo avere la capacità, la sensibilità e l’intelligenza di farci da parte, “accontentarci” di essere stati semplici strumenti di conoscenza per l’altro.

E’ uno stato di grazia, l’empatia, uno stato governato dallo scambio continuo, senza prevaricazioni né imposizioni, uno stato per alcuni versi entusiasmante, fondato e costruito sulla trasparenza e sulla reciproca fiducia, per cui sia io sia l’altro ci doniamo senza barare sui nostri sentimenti (chi sa ascoltare sa anche riconoscere quando le parole ingannano malgrado le intenzioni di chi le proferisce!), nel rispetto di entrambi e nella serena complicità di animi.

 

L'immagine: Carlo Romagnolo, "Ponte nella nebbia", olio su tela, 2007

 





IL CORPO ANORESSICO

Il corpo anoressico è un corpo-sintomo, in esso è iscritta la sofferenza di un’anima. L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare, ma non solo. E’una patologia insidiosa e devastante perché difficile da disinnescare, perché se non curata in tempo se non curata con gli strumenti adeguati se sottovalutata o ignorata, può portare alla morte. Perché le anoressie sono tante quante sono le anoressiche.

Di anoressia si può morire; di anoressia si muore.

E se non si muore, si vive all’inferno.

L’euforia derivata dalla capacità - esperita all’inizio - di controllare il proprio corpo e le proprie emozioni, attraverso il controllo del cibo, svanisce presto, lasciando il posto all’incubo della malattia. L’insoddisfazione e l’infelicità non sono state battute. Per contro, si precipita in una discesa rovinosa, si perde via via aderenza al reale. Tutto è capovolto, tutto è distorto.

E’ distorta la visione del proprio corpo, delle sue fattezze, e la percezione del limite da non superare.

L’anoressica perde la capacità di valutare obiettivamente la sua presenza nel mondo, ha bisogno del bene altrui ma è diffidente, e si crede onnipotente pur conservando una profonda disistima di sé.

Di anoressia si muore, ma di anoressia si può guarire.

Parlare di questa malattia, perforare il muro dell’ignoranza, sviluppare terapie efficaci, sensibilizzare le ammalate e i familiari e chi vive assieme a loro, chi condivide pezzi di vita con loro, è necessario.

Attraverso la rete, ad esempio, si creano legami si mettono in circolo informazioni si rompe il silenzio e attraverso la rete si può iniziare a prendere coscienza del proprio stato, a capire i propri bisogni e ad unire alla consapevolezza l’ agire concreto. Un esempio illuminante è “Briciole di Pane”,un blog diventato punto di riferimento e luogo di conoscenza e di discussione e di aiuto per chi di anoressia soffre e per chi vuole capire.

Nelle pagine di questo blog trovano voce le esperienze di moltissime ragazze, spesso giovanissime, che parlano di sé, del loro sprofondare o del loro faticoso processo di guarigione, e ne parlano senza indulgere ad autocompatimenti e senza cedere alla tentazione di sviluppare tra di loro una perniciosa solidarietà pro-anoressia.

 

 

Vai agli articoli correlati:

 

“L’ANORESSIA NERVOSA. QUADRO CLINICO E CARATTERISTICHE DI PERSONALITA’”

“LA RELAZIONE PADRE-FIGLIA NELL’ANORESSIA NERVOSA”

“ABUSO SESSUALE E DISTURBI ALIMENTARI”

 

 





LA VITA IN OGNI RESPIRO

 

E’ mattina presto: il sole è tiepido, l’aria calma. I miei passi riecheggiano sul marciapiede, emettendo un suono ovattato. Sto correndo, dosando le energie, ascoltando i miei battiti, il mio respiro. Mi muovo in una scia di luce. Sento sul viso una brezza leggera, percepisco gli odori e i profumi di questa mattina rarefatta e salmastra. Lo stupore mi fa visita e non ho nessuna intenzione di opporgli resistenza.

I mie passi sono cadenzati, ritmati, i miei sensi aperti, apertissimi.

Sembra solo una corsa, jogging – per dirla all’inglese – ma è molto di più: è consapevolezza di ogni istante; è corpo e mente, carne ed anima insieme.

E’ascolto.

Ascolto l’appoggio dei piedi, la posizione del bacino, le contrazioni dei muscoli – lombari, addominali – impegnati nel movimento, ascolto le spalle - bene aperte -, ascolto il viso – disteso -, e il respiro - profondo.

Tutto ciò che attraverso e che dovrebbe essermi familiare diventa nuovo, sorprendente.

Il pensiero mi catapulta all’indietro, e mi ritrovo bambino, a sei anni, di fronte al mio maestro di arti marziali, nel dojo (la palestra). Ricordo il sorriso appena accennato del maestro, la sua voce profonda ferma rassicurante: “Buongiorno, benvenuto”… null’altro. Poi gli allenamenti, duri, intensi ma pieni di gioia, e ancora la sua voce: “Non aver paura di combattere con i più grandi, Giuseppe. Ascolta il tuo respiro, rendilo profondo, fino a sentirlo lì, nella pancia. E non dimenticare di sentire quello del tuo avversario, ascoltalo…Cerca la tua stabilità interiore e vedrai che la sentirai anche sotto i tuoi piedi…”, e poi, sorridendo, aggiungeva: “ Vedrai che più sono grandi più fanno rumore quando cadono!”.

Il respiro, dunque. Cercarlo in ogni cosa.

Negli anni successivi ho incontrato altri maestri, altre pratiche, altri allenamenti, ma la prospettiva era comune: imparare ad ascoltarsi e apprendere il respiro, perché nel respiro è l’anima.

I giapponesi credono che l’anima sia racchiusa nell’addome. Per questo parlano, di “hara”, così come gli antichi greci esprimevano lo stesso concetto in “phren” o “thumos”. I neurologi moderni parlano oggi di “cervelli addominali e pelvici”, indicando con questo termine i centri del nervo simpatico, che in quelle parti sono fortemente influenzati dall’agire psichico.

Inspiro, espiro…il passo diventa più fluido…ascolto, osservo, porto dentro di me tutto ciò che i miei occhi filtrano… il respiro diventa più profondo… la fatica diminuisce.

Inspiro, espiro…alla ricerca della mia stabilità, del mio equilibrio.

Un senso di gratitudine mi pervade, e mi rende leggero.

Gratitudine verso chi mi ha indicato la strada della comprensione, rendendo possibile il perpetuarsi di questo piccolo miracolo di vita, nel respiro.

 

 

Leggi l'articolo "IL RESPIRO E L'ANIMA:PSICHE ED ENERGIA"

 

 





ILLUSIONI ORGANIZZATIVE

 

Riflessioni a seguito della lettura di un libro “La fine della grande illusione”, scritto da un mio amico, Luciano Cipolletti, e da me presentato qualche giorno fa.

Brevemente: la storia è quella di Mike e della sua parabola esistenziale-professionale, percorrendo la quale l’autore fa una disamina delle varie tecniche e metodologie aziendali imperniate sull’agire manageriale che si sono succedute, fatte concorrenza e scalzate nel corso degli ultimi anni. Mike è alla ricerca del “metodo dei metodi”: la soluzione finale, per intenderci. E pare trovarla: una metodologia - anche questa! - finalizzata alla definizione del corretto obiettivo e incentrata sull’analisi dei vincoli.

Sono perplesso; anche perché penso che le tecniche di per sé non sono né buone né cattive e che di per sé servono a poco o nulla.

Ma facciamo un passo indietro.

Sappiamo che le organizzazioni sono orientate al cliente, ovvero il destinatario finale di tutti gli sforzi del management, da quello produttivo e organizzativo a quello promozionale. Il cliente viene studiato analizzato, segmentato e aggregato, e, per blandirlo, sedurlo e conquistarlo, si elaborano strategie mirate. Dopo tutto, come diceva P. Druker, il cliente dovrebbe essere “il solo vero motivo per il quale un’azienda debba esistere”.

Ma siamo sicuri che le aziende, così ben equipaggiate sul fronte esterno (quello che guarda e mira al cliente, o cittadino, o consumatore, o utente che dir si voglia), lo siano altrettanto sul fronte interno?

Non dobbiamo dimenticare che esistono dei clienti interni all’azienda che sicuramente non sono meno importanti di quelli esterni, anzi, direi di più.

Non è forse vero che l’efficacia e l’efficienza di un’organizzazione abbia origine al suo interno? Ciò vuol dire che risiede e proviene dalle singole persone che formano il tessuto organizzativo.

E a monte di tale connettività altro non c’è che l’ agire manageriale.

Un agire che implica:  COERENZA, CAPACITA’ DECISIONALE, CHIAREZZA, CONTROLLO DEI PROPRI STATI EMOZIONALI, CAPACITA’ INTERAZIONALE, EMPATIA, ASCOLTO e molto altro ancora.

Governare e indirizzare l’agire manageriale è il punto nevralgico di ogni organizzazione e il punto focale di ogni intervento strutturale.

La moltiplicazione degli approcci alla gestione manageriale lascia intuire che non esiste in fin dei conti il “metodo dei metodi” e che le varie tecniche o formule matematiche rischiano di risultare strumenti inservibili a fronte del solo vero prioritario intervento da fare: ripartire dalle persone.

L’individuo deve essere riposizionato al centro dell’indagine e concepito come interezza e non solo in relazione alla mansione svolta.

L’agire manageriale dovrebbe - in quest’ottica - essere più che mai rivolto all’interno dell’organizzazione e sempre più orientato alla valorizzazione delle sue vere e imprescindibili risorse: le persone.

Il punto è che più conosco le organizzazioni, più mi convinco del fatto che la maggior parte delle organizzazioni dimentica che alla base di ogni strategia, anche la più rudimentale, e dietro ogni cambiamento, ci sono – come propulsori e artefici – proprio loro: le persone, ovvero i collaboratori, i cosiddetti “clienti interni”.

La mia impressione è che l’interesse per le persone sia solo enunciato e, dunque, formale, e che di sostanza vera, come il rispetto e l’ascolto, ci siano solo tracce, sparse e impercettibili.

 

 




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