Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: August - 2007


SPIRITI LIBERI?

 

 

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“Mi piace immaginare uno

strumento che ci permetta di

scomporre gli schemi del

comportamento suicida nel modo

in cui il fisico scompone un

raggio di luce. Attraverso un

tale spettroscopio sociologico

potremmo vedere spandersi lo

spettro multicolore di tutti i

possibili atteggiamenti verso la

vita. Tutta l’angosciosa

confusione diventerebbe nitida,

chiara e comprensibile”

 

(Arthur Koestler, ”Lo Yogi e il commissario”)

 

 

 

 

 

Nella psicologia buddista, l’insoddisfazione è considerata la vera sofferenza. Per quanto si possieda, il desiderio non diminuisce, si vuole sempre di più, e dalla sofferenza, la frustrazione. Questo non è un fenomeno esterno, ma mentale. Divenire consapevoli dello stato mentale è la chiave, anche nei momenti in cui tutto ci farebbe pensare o, meglio, non pensare.
Ogni giorno della nostra vita dovrebbe essere impiegato a divenire consci di tutto quello che facciamo, del perché e di come lo facciamo. Di solito facciamo tutto inconsapevolmente: mangiamo inconsapevolmente, beviamo inconsapevolmente, parliamo inconsapevolmente, ci divertiamo inconsapevolmente. Non abbiamo nessuna idea di quello che sta succedendo nella nostra mente anche se diciamo che siamo consci. Anche in questo caso, sospendendo il giudizio, semplicemente osservandoci, potremmo confrontarci con le nostre idee ed esaminarle, sperimentarle. Tuttavia la tendenza dell’uomo è quella di illudersi che le cose siano inalterabili e che restino immutevoli nel tempo. Prendiamo ad esempio la vacanza. La tanto vagheggiata vacanza agostana: voglia di sole, di natura, di divertimento, quel divertimento che rende “liberi”, che ci fa stare bene, con chi o con cosa desideriamo. Tutto programmato o quasi, almeno nella nostra mente, in attesa di trasformare il desiderio in realtà. Poi arriva il giorno della partenza e ci si ritrova immersi in luoghi nuovi, gente nuova, discorsi nuovi, divertimenti nuovi. Nuovi?
La fatica di arrivare è già dimenticata. Il ricordo di figure anonime incrociate sul nostro percorso è alle nostre spalle. La rabbia per qualche sopruso o cattivo servizio ricevuto si è già stemperata. E che il divertimento cominci! Bello sentirsi liberi, senza vincoli, senza tabù, senza regole fisse. Che sia questa la splendida sensazione di sentirsi “liberi”? Si pensa che il periodo sarà abbastanza lungo da permetterci di fare tutto ciò che vogliamo. Qualche giorno dopo, tutto è concluso, in un lampo, in una manciata di momenti vissuti intensamente.
Vissuti?
Luoghi che scopriamo anonimi, così come gli sguardi e i sorrisi, così come i rituali giornalieri costruiti senza poter assaporare nulla, d’un tratto espulsi dai nostri pensieri, senza lasciare traccia. Ma sulla via del ritorno, già si imbastiscono progetti per l’anno a venire, si ritorna a sperare, ad illudersi nuovamente. Una imprecazione all’auto che ci precede, al tabellone degli orari del treno o dell’aereo, e la rabbia sale:
com’è che si chiamava “quello” o “quella”? Ma perché poi non siamo stati a visitare…a proposito, dov’è che andremo il prossimo weekend?
Non vogliamo comprendere che anche il tempo cronologico, se ci pensiamo bene, è solo un’illusione. Il passato non esiste più perché è morto, il futuro deve ancora venire ed il presente è qualcosa che non si può afferrare perché costituisce un confine tra passato e futuro. Alla base una sofferenza, a volte malcelata, derivante da una insoddisfazione costante. Riempire le giornate, bruciarle, non fermarsi, non porsi domande, organizzare tutto (quando non ci viene puntigliosamente organizzato da altri), senza darsi tregua né pace. Poltiglie di vita,
senza “respiro”.Pensavamo di essere spiriti liberi, e ci scopriamo liberi dallo spirito.  

 





IL PROCESSO CREATIVO: FASCINO E INQUIETUDINE
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Penso che la creatività e l’innovazione consistano nel saper vedere, nelle cose che tutti possono vedere, quello che nessuno ha mai visto prima.

Colui capace di creare “guarda attraverso”, vede l’invisibile, ha qualcosa di magico, divino e demoniaco allo stesso tempo, che lascia affascinati e al contempo inquieti coloro, i più, che vedono solo ciò che tutti possono vedere. Non si crea mai dal nulla, difficilmente un’invenzione può essere radicale, più spesso è un’invenzione moderata, perché l’invenzione è sempre il precipitato di qualcosa di già conosciuto assimilato sperimentato combinato all’idea nuova, all’intuizione felice che determina lo scarto.

Aprire la propria mente vuol dire anche allenarla a immaginare ciò che oltrepassa i confini del noto, i confini delle abitudini (di pensiero, di vita), ovvero tutto ciò che ci aiuta nell’economia del vivere ma che una volta sclerotizzato ci toglie il gusto del vivere, e ci fa ripiegare su noi stessi, e intorpidire (mente e corpo).

Immaginare la soluzione laterale, quella non contemplata apre di per sé la strada alla ricerca dei modi mezzi modalità strumenti per rendere quella soluzione attuale.

Rompere gli schemi, dunque, ma solo se li conosciamo: è questa la base di partenza per ogni artista, per ogni inventore, per ogni scopritore. E’ questo che i matematici, e gli scienziati in generale, fanno: forzano le barriere di ciò che sanno già, e immaginano mondi e soluzioni (im)possibili, li immaginano però come possibili e già questo li porta ad un passo dalla loro attualizzazione.

Così, per poter innescare una qualunque tipologia di cambiamento, occorre prima di tutto conoscersi, è vero, e fin qui siamo ancora nell’ambito del dato, ma occorre soprattutto riconoscersi e aprirsi, ovvero predisporsi alle idee nuove, sia nel mondo esterno che in quello interno a noi. Il passaggio all’individuazione delle tecniche e strategie idonee a raggiungere l’obiettivo prefissato è non meno importante ma successivo.

Prima, dunque, la parte creativa, libera da condizionamenti e vincoli, poi la logica finalizzata all’azione. E per “logica” intendiamo, mutuandola da De Bono, “lo strumento logico usato per approfondire una miniera, per allargarla e dotarla delle strutture necessarie”.

Se però la miniera è stata scavata in un posto sbagliato, nessun accorgimento riuscirà a rimuoverla e a trasportarla nel posto adatto.

Insomma, sarebbe auspicabile volgere il proprio sguardo in una nuova direzione, cancellando ciò che la realtà definisce come “la realtà”, e immaginare combinazioni infinite ma possibili.

 

Leggi anche gli articoli di Fabrizio Cipollini "Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare" e "Creatività come Archeologia"





LA SFIDA DI UNA VITA

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“E’ forse proprio quando non sappiamo più che fare
che siamo giunti al nostro compito reale;

e forse è quando non sappiamo più dove andare

che incomincia davvero il nostro viaggio”   
                                      
     

(Wendell Berry)

 

 

 

 

Riappropriarsi dei sensi, anche quando tutto quello che ci circonda ci spinge in direzione opposta! Sentirsi e sentire vuol dire comprendere e diventare consapevoli di quello che stiamo vivendo, attimo per attimo, come in questo momento in cui sto scrivendo. Questa è per me la vera bellezza e la vera ricchezza del vivere: godere di ogni attimo, godere del momento presente, anche quando, anzi, soprattutto quando il mondo fuori accelera e le cose si muovono in fretta.

Quando ripercorro la vita vissuta fino ad oggi, non posso non pensare ai momenti cruciali, positivi e negativi, ai miei errori, ai cambiamenti, alle sfide. Mi soffermo su questi momenti, analizzo le esperienze che mi hanno segnato e non posso non constatare che ciò che c’è - fuori - di me è molto diverso da quello che io pensavo di avere dentro.

Le esperienze mi hanno cambiato e, soprattutto, hanno di volta in volta cambiato la percezione che avevo di me, o meglio quello che io credevo di sapere di me. L’incongruenza tra il Giuseppe atteso-immaginato e quello realizzato mi ha a volte sorpreso favorevolmente altre volte no, ma il riconoscere e vivere questa non coincidenza è stato per me sempre un’ occasione di crescita, una sfida ulteriore.

La sfida verso me stesso, la lotta volta a capire chi sono, cosa voglio, cosa posso fare, essere.

Queste domande hanno tutte a che vedere con la definizione della nostra identità, con la ricerca di senso, individuale e non, e, perché no, con la ricerca della felicità.

La felicità, appunto.

Spesso, all’interno delle sessioni di coaching, quando il mio cliente ed io ci avviciniamo all’individuazione dell’obiettivo, mi sento dire:”Voglio essere (o sentirmi) felice”.

Con questa frase si esprime un desiderio, il desiderio di un “qualcosa” da raggiungere, un qualcosa che però non si sa bene identificare, e si esprime anche l’ansia e il timore di non riuscire ad esaudire tale desiderio, di non poter toccare quello stato di grazia tanto agognato. Come se, una volta approdati ad esso, potessimo placare la nostra sete e dichiarare la ricerca conclusa!
Capita, pensando al passato, di far coincidere la felicità con una relazione, con un lavoro, con un cambiamento, con un progetto. Ricordiamo la scossa di adrenalina che pervadeva il nostro essere nel mentre di quelle esperienze appaganti, piene, gratificanti. Sì, ma per quanto? Queste esperienze si sono poi concluse, interrotte o semplicemente le abbiamo digerite ed espulse. Ed è rimasta la nostalgia di quella adrenalina, di quella sensazione di benessere così vicina alla felicità.
Ma forse non cadiamo in errore quando ci ostiniamo a far coincidere la felicità con uno di questi stati o condizioni? E perdiamo così di vista la vita nella sua globalità, nel suo senso più ampio. Ma come facciamo a sapere se ciò che crediamo di desiderare e con pervicacia perseguiamo sia davvero o faccia davvero la nostra felicità?

Le domande sono tante. Ora, mentre scrivo, sto cercando di dare ordine ai pensieri che fluiscono nella mia mente, e cerco di vivere questo momento appieno, e attento a non perdere di vista il senso di questo meraviglioso viaggio che è la vita. Un viaggio che è all’inizio, o meglio, che è sempre a un nuovo inizio, perché siamo in continuo cambiamento, e mai e poi mai dovremmo negarci la possibilità di pensarlo immaginarlo e infine produrlo il cambiamento che desideriamo. Sono ad un nuovo giro di boa, e intravedo la strada che prosegue verso una nuova direzione, magari sconosciuta, impegnativa. Ho una certezza, però, che affonda la sua ragion d’essere nel mio desiderio, nel mio attuale desiderio: il desiderio di ricerca, di comprensione della natura della mente, dell’etica umana, delle strade che ci avvicinano al senso, al senso della vita.

Ad un certo punto del mio percorso ho sentito che ciò che stavo facendo non mi rendeva felice - l’ho anche raccontato in uno dei primi post- e ho iniziato a nutrire la convinzione che il dedicarmi a me stesso fosse in qualche modo in contrasto con il sostegno dato alle altre persone. Fu importante per me, in quel momento di disorientamento, avvicinarmi alla psicologia buddista e recuperare, anche grazie ad essa, una visione sistemica, e quindi capire che occuparsi di sé stessi e contemporaneamente degli altri è fondamentale per l’esistenza umana, e che lasciare in disparte il sé, nella visione occidentale della compassione ad esempio, è una omissione drastica.

Forse è proprio questo un primo, piccolo spiraglio di apertura rispetto al concetto di felicità. O, almeno, della mia felicità. Se io compio delle scelte che mirano a sollevare un essere dalla sofferenza, riesco a provare una sorta di benessere estremo, che si tratti di piccole o di grandi cose. Ma il passaggio cruciale sta nel fatto che per arrivare a provare una felicità piena, la compassione e l’amorevolezza devono essere contemporaneamente applicate a se stessi ed agli altri. Ecco una delle mie sfide… di una vita.

L'immagine: il faro di "Cape Recinga", Nuova Zelanda

 





ALLO SPECCHIO

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La pelle attaccata alle ossa, vedo io. La pelle a coprire il grasso e il lardo che cola e che esce dagli occhi, vede lei. E se tale è la visione, se tanto ingannatore è lo specchio, anzi lo sguardo che lo cerca, allora il viso - per quanto emaciato- dovrà essere ancora scavato, per lei.

Ha una percezione di sé alterata, squilibrata, e ciò che è bello è brutto, ciò che è normale, mostruoso. Dismorfofobia.

Lei vede il proprio corpo mutare rapidamente forma, lo vede dilatarsi e restringersi, vivendo un’esperienza di spersonalizzazione e di irrealtà che può condurla al delirio alla dissociazione, se non all’autolesionismo.

Lavorare sulla propria immagine corporea: questo ora vorrebbe (dovrebbe) fare. Me lo dice, ma il dire può essere impegno così come un tramite di dilazione.

E così, la percezione è deformata, le forme perse, annegate in una forma informe e ritenuta mostruosa.

Anoressia nervosa e dismorfofobia sono sovente intrecciate, tant’è che la dismorfofobia è di fatto considerata un criterio diagnostico dell’anoressia nervosa, ed è ad essa associata secondo due modalità. In un caso, l’anoressia nervosa può essere considerata una conseguenza della dismorfofobia in quanto esito del tentativo estremo ed esasperato di controllare il proprio peso per renderlo confacente al proprio ideale – distorto; nell’altro caso, la dismorfofobia può essere considerata, all’inverso, come conseguenza dell’anoressia.

Cosa occorre fare e da dove cominciare?

Ogni anoressica ha il suo percorso da seguire, in ragione della sua biografia del suo vissuto emotivo e psicologico della sua storia familiare.

I piccoli passi sono importanti, e la costanza ancora di più.

Mai dimenticare di poter trovare la propria cura e mai perdere la speranza che la cura ci sia che qualcuno possa accompagnarci passo dopo passo in questo lungo ma necessario percorso fino alla guarigione.

Cambiare è impresa non facile, guarire è anch’esso un cambiamento e la sua riuscita dipende da noi, dalla nostra volontà ma anche dalla ricerca delle persone che possono accompagnarci guidarci e sostenerci.

 

Ringrazio Chiara Rizzello per le sue parole di incoraggiamento per il lavoro che stiamo intraprendendo con e su “Equilibri dinamici”,  e accolgo la sua preghiera di ricordare che in Briciole di pane è reperibile una lista di centri che forniscono sostegno a chi soffre di disturbi del comportamento alimentare e che questa lista è costantemente aggiornata e la serietà dei centri attentamente valutata.

 





EMOZIONI IN VERSI

 

“Quel che accade e soprattutto quel che si fa, è molto meno di quel che si è”: così ho letto nella prefazione della raccolta di poesie “Emozioni Prime” del mio amico poeta Giancarlo Sputore, pubblicata nel 1997.
Vi propongo di seguito la poesia che dà il titolo alla raccolta, una poesia che esprime la consapevolezza che nulla di ciò che accade durante la giornata è inutile, ovvio, superfluo, e che anche la crisi, il dolore, la solitudine possono tramutarsi in canto e speranza.

 

Emozioni Prime

      Inizio

 

Ogni giorno un’emozione.

Per sfuggire a tutti i pensieri freddi

a quelli poveri

a quelli malinconici.

Ogni giorno da scoprire

anche nella quotidianità

per non renderla scontata

per renderla viva

mai pesante

piacevole

non dolorosa.

Che se si arriva al meglio

è bello passo passo

perché tutte le tappe sono da apprezzare

e le esperienze

vivono in noi e nella nostra vita

come l’aria nel vento,

leggere ci sfiorano

in silenzio ci accarezzano

aspettano la fine della tempesta

per entrarci dentro

e creare una sola cosa con noi.

Fanno sempre parte di noi

alimentano la nostra vita

gonfiano i nostri occhi e il nostro cuore

aprono la nostra mente

ed ogni respiro è più pensato

più misurato

è pieno di un altro po’ di mondo

di persone

di volti

di amori.

Ogni giorno un’emozione

non per forza improvvisa

né per forza indimenticabile.

A volte è appena viva

facile a scomparire

perché un’emozione a volte

entra piano nell’orizzonte dei pensieri

entra in silenzio.

Che se non vivi per coglierle

non te ne accorgi di loro.

Così io

sto attento ad ascoltarne il suono

sto attento a sentirne il profumo

aspetto poi che penetri più forte

nel cuore.

E le emozioni

pensarle e ricordarle con precisione

non si può

perché sono un istante

e appena iniziano già finiscono.

Sono un attimo di stupore negli occhi

e un attimo di soddisfazione per l’anima;

e se hai vicino qualcuno

te ne accorgi se la sua mente viaggia con loro

perché distratto

è dentro la sua gioia

o dentro il suo dolore.

E’ lì immobile

Attento non a quello che succede attorno

ma a quello che succede dentro se stesso.

Un’emozione è come l’inizio di un amore

Perché quando è forte

è difficile da spiegare

ma facile da sentire.

E capita

che quando meno te lo aspetti

ti danno quella notizia

o da lontano rivedi quell’amico perduto.

Oppure

riesci finalmente a trovare le parole

per quella persona da tanto voluta

desiderata

amata.

E capita

quando meno te lo aspetti

di riascoltare quella canzone

e nel mare di vedere i gabbiani sfrecciare

con una gran voglia di seguirli.

Oppure scopri che il cielo

sa essere ancora più rosso

di come lo avevi visto prima

e le nuvole ancora più strane.

Ma il più bello

arriva quando tu

seduto sulla tua sedia

appoggiato alla tua scrivania come me ora

ritrovi te stesso

pensi che stai davvero vivendo

pensi che oggi quel che possiedi è già tanto

che sai apprezzare

tutte le possibilità di pensare.

E anche se i giorni passano

passano giorno per giorno

ora per ora

minuto per minuto.

E se  il grigio ti vuole

lascia che venga lui a prenderti

e fa che si veda solo sulla tua pelle

perché la gioventù

potrà ancora essere dentro di noi

e le nostre parole

potranno ancora essere quelle di un tempo

quelle che usavamo ai tempi della scuola.

Per noi

Non saranno mai fuori moda

saranno sempre ubriache

di giornate felici.

E avremo la maturità per poter ricordare quei momenti

sapendo di non poterli mai rivivere

mai più così vicini

così vivi

così veri.

E anche la persona che sarà al nostro fianco

sapremo rivederla con la mente

giovane e incerta

come oggi

e con lei le parole

le promesse poi avveratesi

le battaglie

le conquiste

le concessioni.

E con tutto il resto

saranno soddisfazione

negli occhi dei nostri piccoli figli

poi grandi,

saranno la vita

che alimenterà ancora

le nostra.

E ancora aria respireremo.

E se il profumo ci sembrerà diverso

ci fermeremo e respireremo di nuovo

e più forte.

Che da dentro poi

dal profondo

risentiremo tutti i fiori.

 

 

Giancarlo Sputore, Emozioni Prime, Renato Cannarsa Editore, 1997

 

 

 

 




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