Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: September - 2007


SIAMO TUTTI ANORESSICI

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Manifesto 6x3, immagine shock. Ma io non vedo soltanto una ragazza ridotta a scheletro o, almeno, non solo. Per una volta, contrariamente a quanto fatto in precedenza in queste pagine, non voglio parlare di anoressia quale patologia. Non voglio nemmeno entrare nella polemica, per altro sterile, circa l’opportunità o meno di pubblicare una foto simile. Non è mia intenzione dissertare di deontologia pubblicitaria (ma ne sarei poi davvero capace?), malgrado l’argomento stia suscitando un interesse smisurato in Italia e non solo, visto che persino la CNN oggi ha mandato in onda un’intervista a Oliviero Toscani. Voglio invece allargare il campo, per un attimo voglio vedere la foresta e non l’albero, e fare una riflessione sociologica più che psicologica. Non so perché ma quella foto mi ha rimandato l’immagine della nostra società: una società anoressica.

Una società in cui i valori sono dis-valori e le percezioni alterate, senza misura né proporzione, una società che offre e rende desiderabili - e concretamente persegue - ideali di successo e di realizzazione fittizi, ideali che in realtà nascondono solo un grande vuoto; una società incapace di avanzare una proposta di vita, un modello dell’esistere più sano e in armonia con il nostro corpo (di cui “aver cura” e non da curare in modo spasmodico e ossessivo nella speranza vana di guadagnarsi la felicità rincorrendo fraintesi ideali di perfezione fisica) e in armonia con gli altri (dov’è l’ascolto? Il confronto libero, la costruzione e condivisione di valore?).

E’ una società del consumo e dell’orrore che finirà col digerire se stessa così come fa l’anoressica che si è deprivata a tal punto da ammalarsi di autocannibalismo. E non è altro che la nostra società, la società del nostro mondo occidentale, tanto opulento quanto fragile. Qualche giorno, e tutto si scioglierà - come è uso e consumo - nell’indifferenza generale, qualche giorno e saremo pronti a scandalizzarci per una nuova campagna, per una nuova immagine, senza il rischio di confonderla con la nostra.

 





DAL PUNTO DI VISTA DEL LUPO

Approfitto di questo post per rilanciare l’iniziativa lanciata poco tempo fa dal nostro amico Fabrizio Cipollini sulle pagine di Equilibri dinamici.

Dopo averci introdotto, nel suo primo articolo - "Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare" - al tema della creatività in generale, spaziando dalla matematica alla filosofia, Fabrizio è passato, nel suo secondo articolo “Creatività come archeologia”, ad un esempio concreto di creatività in relazione alla scrittura.

Una favola straconosciuta come Cappuccetto Rosso ha in sé delle possibilità di espansione narrativa notevoli, basta ad esempio immaginare la stessa storia dal punto di vista di uno dei vari personaggi e, senza stravolgere i fatti, ci ritroveremmo dinnanzi ad un racconto apparentemente nuovo.

Ogni storia ha in sé un implicito ed un esplicito, una fabula e un intreccio, conflitti e risoluzioni, e poggia sulla scelta originaria - fatta dall’autore - di una prospettiva e di una voce narrante, voce che può coincidere con uno dei personaggi o trascendere i personaggi stessi, per non parlare poi della scelta degli stili narrativi e dei registri linguistici che l’autore decide di volta in volta di mettere in atto!

Ecco, l’iniziativa da noi lanciata non insiste tanto sulla creatività stilistico-formale quanto sulla capacità di assumere un punto di vista non consueto.
Se qualcuno di voi vorrà dunque cimentarsi in questo esercizio creativo, riscrivendo da un qualsiasi altro punto di vista la favola di Cappuccetto rosso, autorizzandosi anche a delle deviazioni…poetiche - per così dire, saremo ben felici di leggere le vostre riscritture e di pubblicarle nelle nostre pagine (sceglieremo quella o quelle più interessanti, però!).
Bene, vi (ri)lancio questo gioco (ri)creativo…

A voi la penna, anzi, la tastiera!





DAL CREDERE ALL'AGIRE
 

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“La grande meta della vita non è la conoscenza, bensì l’azione”

 

 

Thomas Henry Huxley

 

 

 

 

 


Tre passi verso la felicità, dicevamo nei post precedenti.

Bene, partiamo dall’ascolto, dall’ ascolto attivo per essere precisi. Che non è solo ascolto dell’altro, comprensione di ciò che l’altro intende comunicarci, ma una vera e propria azione sull’altro e su noi stessi.

Questo tipo di ascolto ci permette di intervenire nel reale, nel concreto, ovvero di produrre cambiamenti attraverso azioni orientate agli obiettivi.

Spesso il solo ascolto non basta, o comunque non è sufficiente a innescare l’azione, perché l’introspezione, lo scandaglio dei nostri (e altrui) stati mentali non è sempre condizione sufficiente per passare all’azione. Infatti, una volta sviluppato un livello di consapevolezza elevato, siamo sì nella condizione di riuscire a riconoscere e individuare l’origine di un nostro stato mentale e/ emotivo, le sue radici profonde, a sapere cosa ci ostacola e ci impedisce di passare all’azione o cosa ci può favorire, ma questa consapevolezza non è di per sé garanzia del “fare”. E questo mancato passaggio all’atto rischia di vanificare tutto il lavoro di introspezione svolto e di farci permanere in una condizione di immobilità.

Nel bene e nel male, sono le nostre credenze a condizionarci, credenze che spesso si configurano come preconcetti e pregiudizi circa la nostra capacità ad attivare i comportamenti necessari a raggiungere i nostri obiettivi. Le nostre credenze e convinzioni funzionano infatti come “filtri” attraverso i quali osserviamo il mondo e ne interpretiamo i segnali; sono paragonabili, se vogliamo, a dei comandanti (del cervello) che decidono per nostro conto. Prova ne è che quando siamo profondamente convinti che qualcosa sia vero, è come se impartissimo un ordine al nostro cervello circa il modo in cui interpretare ciò che ci accade e, proprio sulla base di questo convincimento, mobilitiamo tutto il nostro organismo nella direzione voluta.

Quando crediamo che qualcosa sia vero, entriamo letteralmente in uno stato d’animo per cui esso è vero.

Le nostre credenze rappresentano quindi degli strumenti formidabili, e imparare a gestirle può essere di notevole aiuto nel raggiungimento del benessere personale, esistenziale e professionale. Questo perché noi agiamo in base a ciò che crediamo. Alcune credenze possono fungere da stimolo e da pungolo, altre possono invece costituire un freno, o perché erronee o perché residuo di schemi passati, specchio di una realtà che non ci riguarda più.

Infatti siamo naturalmente portati a pronunciare frasi del tipo “io sono fatto così..” oppure “sarà difficile per me riuscire a…”, tutte frasi che denunciano la nostra tendenza ad affidarci a (e cullarci in) credenze che ci inchiodano alla staticità del presente e chiudono qualunque apertura di prospettiva su possibilità alternative, su diversi modi di essere nel mondo.

Veniamo all’esperienza concreta, alla mia piccola esperienza che tuttavia può fungere da esempio esplicativo.

Ogni volta che inizio un nuovo progetto, di vita o professionale, pur valutando con attenzione gli ostacoli  le difficoltà insite nel percorso, mi predispongo mentalmente a favore della riuscita.

Per cui focalizzo la mia attenzione sulla qualità delle risorse interne di cui dispongo, su come impiegarle correttamente, sulla mia energia e, soprattutto, mi chiedo se l’obiettivo particolare da raggiungere è in linea con i miei valori più profondi.

Solo allineando obiettivi, valori e credenze, io sarò certo di ottenere, o comunque di avvicinarmi il più possibile a ciò che desidero.

Ricordo, al riguardo, un episodio della mia vita professionale: quando, fresco di nomina nell’area marketing di una società, ho dovuto presentare una relazione sugli obiettivi dell’anno in corso e di quello successivo. Era un impegno importante, avrei dovuto essere convincente e conquistare alle mie idee la platea.

Ricordo ancora il mio dialogo interiore prima di cominciare: lo scorrere mentale di tutto ciò che avevo preparato, i punti fermi del mio discorso e, soprattutto, la consapevolezza di aver lavorato bene.

Entrato “in scena”, le me convinzioni “potenzianti” mi guidarono nella presentazione del mio lavoro, lavoro che riscosse l’approvazione della stragrande maggioranza dei presenti.

Ancora oggi, quelle convinzioni, trasformatesi ed arricchitesi nel tempo, mi guidano nel mio agire quotidiano, nella via privata come nel lavoro, sostenendo il mio percorso di crescita.

Sì, sto proprio parlando della necessità di sviluppare la fiducia in se stessi, fiducia che non è altro che uno stato della mente e dell’animo, una rappresentazione interna che governa il comportamento, una rappresentazione che va nutrita costantemente e di volta in volta verificata.

La credenza, quindi, può essere sia credenza in una possibilità di riuscita in ciò che si desidera, sia una convinzione negativa, che ci disarma e ci “fa credere” - appunto - di essere impotenti e destinati al fallimento, se non programmati per fallire!

Chiediamoci quindi come fare a sviluppare e potenziare quelle credenze che possono sostenerci (e non abbatterci e limitarci), nella consapevolezza che anche le nostre credenze sono una scelta, una scelta che dipende da noi.

 

 





FELICITA': un'apertura di prospettiva

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"Cambiando i loro intimi atteggiamenti mentali, gli esseri umani sono in grado di modificare gli aspetti esteriori della propria esistenza"

 

William James

 

 

 

 

Ognuno di noi dà un significato diverso alla felicità, occorre ribadirlo. Ognuno di noi ne parla, e molti di noi ritengono di sapere ciò che li renderebbe “felici”, salvo poi verificare sulla propria pelle che forse non è così scontato.

Per quanto ho potuto sperimentare, è lo stato mentale il punto di partenza, perché è dalla mente che parte tutto.

Se penso alla felicità della mente penso al raggiungimento di uno stato gioioso, calmo, rilassato, tranquillo, totalmente indipendente dalle condizioni esterne. Non intendo cioè la felicità come il godimento che si trae dalla visione di un bell’oggetto o dall’ascolto di un brano musicale, che sicuramente mi trasmettono piacevolezza.

E’ un viaggio interiore che non ha mai fine, un viaggio continuo, basato sul riconoscimento e sulla eliminazione di piccole azioni che riteniamo “non virtuose”.

In tal modo si potrà comprendere come si può essere felici e creare, predisporre le cause per diventarlo. Bisogna quindi avere la possibilità mentale a sacrificarsi, soprattutto nei primi tempi, poiché la nostra natura è indirizzata verso la negatività.

Se vogliamo invece indirizzarci verso una visione positiva del nostro stato, dobbiamo sviluppare la tolleranza per affrontare le fatiche che possono condurci alla vera comprensione di ciò che accade e, da qui, porre una base solida per costruire l’ambiente capace di generare felicità.

Prendiamo il caso, per altro comune, di una dinamica interpersonale: volere ad ogni costo che qualcuno cambi, ovvero far sì che quella persona diventi ciò che noi desideriamo, ad esempio un collega o un collaboratore - in ambito professionale, oppure il partner o i figli - in quello privato.

In tal caso scivoliamo, molto spesso senza nemmeno averne sentore, in questa trappola: critichiamo, analizziamo le azioni altrui e giudichiamo, senza comprendere la reale motivazione che spinge quella persona a comportarsi secondo quel determinato schema, questo perché siamo convinti di essere nel giusto e andiamo avanti decisi a difendere la nostra posizione, senza accettare compromessi.

Siamo in questo caso prigionieri delle nostre opinioni, e andiamo subito in collera non appena incontriamo qualcuno che ha un punto di vista differente dal nostro. Non è facile riconoscere in noi questi comportamenti attraverso i quali mettiamo in atto schemi mentali non orientati all’ascolto, e anche se li riconoscessimo non è facile accettare di dover cambiare e, tanto meno, decidere di farlo: mettersi in discussione è una pratica più dolorosa e impegnativa di quanto si creda.

Eppure ci sarà capitato in molte altre occasioni, quando magari eravamo sereni e in pace profonda con noi stessi e privi di ogni attaccamento, di riuscire ad aiutare gli altri, ad infondere a nostra volta tranquillità e serenità, imparando ad essere “equanimi”.

Due situazioni diverse, due stati mentali opposti, due reazioni opposte.

Il guaio è che nei momenti in cui siamo più coinvolti emotivamente, è il primo stato mentale ad avere il sopravvento, quello orientato alla negatività e all’ascolto di un’unica sacrosanta ragione: la nostra.

Per poterne venire fuori ciascuno di noi dovrebbe chiedersi quale sia il suo stato mentale in una determinata circostanza, ovvero se è più forte la manifestazione della mente turbata dalle emozioni negative o se è più forte la manifestazione dell’aspetto di pace, serenità, calma. E’ uno strumento, un aiuto, una pratica, “un allenamento al cambiamento”. La pratica si compone di tre passaggi fondamentali: il primo è l’ascolto, il secondo è l’incorporazione, il terzo è l’ integrazione con le attività quotidiane. Perché la pratica sia completa questi tre aspetti devono essere tutti presenti. Chi pensa e spera che solamente con l’ascolto le cose si risolvano non otterrà un cambiamento radicale. Occorre provare e sperimentare, sbagliare, riprovare di nuovo, senza stancarsi, con atteggiamento critico e nello stesso tempo costruttivo, arrivando a comprendere fino in fondo cosa sta accadendo e cosa ci impedisce di raggiungere lo stato desiderato perché solo dall’esperienza deriverà un effettivo cambiamento. Di fatto, anche nella nostra vita quotidiana agiamo in questo modo; impariamo, interiorizziamo ciò che apprendiamo ed infine familiarizziamo con ciò che abbiamo appreso. Nel fare tutto ciò agiamo con il maggior impegno possibile, nel tentativo di raggiungere traguardi che, una volta ottenuti, speriamo riescano a darci la tanto desiderata felicità.

 





DEL SENSO DELLA FELICITA'
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“La felicità è una
farfalla che, se la
insegui, sfugge
sempre alla presa,
ma se ti siedi
tranquillo,
può anche posarsi su
di te.”

 

Nathaniel Hawthorne

 

 

 

 

 

Che cos’è la felicità?

Bella domanda. Potremmo stilare un elenco di condizioni - materiali fisiche simboliche -  necessarie alla realizzazione della nostra idea di felicità. Ma anche in quel caso non saremmo arrivati a definirla. Forse perché proprio quando la esperiamo, proprio quando la felicità c’è, non pensiamo ad essa e non ci soffermiamo a nominarla. E magari invece avviamo riflessioni, rimuginiamo su di essa proprio quando essa non c’è, perché in quel momento ci sentiamo manchevoli di qualcosa e il nostro stato d’animo e mentale sono orientati in senso negativo.

Alcuni hanno il pudore di dirsi felici, ovvero non ne parlano – di felicità, della loro – per partito preso, ma non per un puntiglio o per ideologia, semplicemente per timore, come se la felicità non fosse di questo mondo o non fosse alla loro portata, per cui dicono – semplicemente – che “stanno bene” o che “aspirano a stare bene”, e questo è per loro già tanto. Perché, poi? Forse peccheremmo di tracotanza se parlassimo o ricercassimo la felicità?

La felicità non è un peccato, certo, e ricercarla è un’ aspirazione che ogni essere umano nutre in cuor suo, uno stato che ognuno persegue anche se attraverso vie diverse, particolari, spesso non comprensibili ai più.

Ma la disparità delle vie d’accesso non deve distoglierci dall’obiettivo, che è invece comune: essere felici.

I passi per raggiungere questo stato di grazia, di pienezza non sono elencabili né uguali per tutti, ma per tutti dovrebbe essere chiaro un concetto: anche la felicità è una conquista. E implica fatica.

La fatica di ascoltarci e ascoltare l’altro, di comprendere la nostra e l’altrui natura, i nostri schemi mentali e quelli altrui. E cambiarli, laddove sia necessario.

Questo perché il bene-felicità dipende da noi ma non può prescindere dall’altro.

Gli obiettivi che ci poniamo nella vita quotidiana, da quelli apparentemente più spiccioli o vicini a quelli di più ampio respiro, meritano sempre una nostra riflessione e andrebbero sempre calibrati sul nostro sentire.

Sentire cosa? Quanto aderiscano a noi e viceversa. Perché la felicità è racchiusa in ogni gesto quotidiano perché ogni gesto è parte del nostro programma vitale e solo noi possiamo scegliere quale crisma imprimere a questo progetto, che è la vita: se sviluppare un atteggiamento positivo, egoistico in modo sano e dunque intrinsecamente altruistico, o un atteggiamento negativo, di autoboicottaggio rispetto alle nostre capacità aspirazioni obiettivi.

Allo stesso tempo, bisognerebbe accettare il fatto che la felicità possa non essere uno stato permanente, una conquista definitiva, ormai assodata e inalienabile. E che magari possa non durare molto, che possa essere transeunte ma non per questo meno godibile, meno agognabile. La felicità è uno stato di piena grazia, di cui possiamo godere anche senza esserne avvertiti! 

La felicità può durare anche lo spazio di un’intensa emozione, e svanire assieme a lei.

Insomma, cos’è questa felicità? Forse alla fine la felicità non è altro (come se fosse poca cosa!) che trovare l’ equilibrio? Ma non ci stancheremo mai di dire che l’equilibrio è quanto di più instabile esista, quanto di più difficile da perseguire e da far perdurare, l’equilibrio è dinamico, dopo tutto, o no?

Bene, e tanto per ripeterci - per citarci, se vogliamo! – questo equilibrio, da cui la felicità potrebbe schiudersi, può essere raggiunto e mantenuto solo grazie e in virtù di un allenamento, un allenamento consapevole, che implica la fatica di comprendere quello che viviamo e che agiamo - in relazione a noi e all’altro - e di mettere in discussione i nostri schemi mentali e di comportamento consolidati.

E’ un allenamento dunque non solo al cambiamento ma giocoforza anche alla felicità, e come tale ha una sua durezza ed è articolato in tappe (o momenti), da apprendere e agire. Quali?

Nei prossimi post il mio impegno sarà quello di illustrarle, precisando – qualora ce ne fosse bisogno – che il mio è solo un possibile approccio e di certo non l’unico..!

 




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