Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: October - 2007


PAROLE & AQUILONI

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Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo

 “Per andare dove amico?”

 “Non lo so, ma dobbiamo andare

Queste le parole dei personaggi di Jack Kerouac, questa la sua voglia di vita , una voglia mista ad ansia e spesso di difficile comprensione. Partire e andare, partire per conoscere se stessi e il mondo, andare alla ricerca di un senso. E’ il viaggio fisico, che ci fa percorrere spazi, spazi misurabili in chilometri, che ci fa coprire distanze geografiche sì ma anche mentali, culturali, ed è lo stesso viaggio che si può intraprendere leggendo.

Quando la lettura è potente.

Leggere significa quindi iniziare un viaggio, un viaggio il cui esito non è scontato. Per quanto possiamo conoscerci o credere di conoscerci non sappiamo mai chi o cosa saremo alla fine di quel viaggio, in un mondo che non è solo sfogliato o immaginato, in un universo di sentimenti e pensieri che possono anche mutarci nel profondo, che possono ampliare il nostro orizzonte o introdurci nel mondo dell’altro.

Credo che Fabrizio voglia comunicarci proprio il senso di questa esperienza, e lo fa con talento e mosso dall’urgenza di condividere la scoperta di una grande emozione incontrata leggendo.

 

< >Faceva caldo da molti giorni e la solita bibita fresca a difficoltà riusciva a mantenere una decente temperatura corporea. Ero in balcone, dopo l'ennesima doccia, cercando refrigerio in un piccolo spiffero di vento che spirava dal mare.

< >Il mare ha l'incommensurabile dono di calmarmi, quasi che i tumulti del cuore e della mente si sintonizzino, per muoversi all'unisono, con il periodico ritmo delle onde.

< >Difficilmente riesco a scrivere quando è molto caldo, perché non sopporto di inumidire con il mio sudore la pagina di quaderno, blocco o moleskine che sto usando. È quasi una sorta di religione della pagina bianca la mia, ma direi che è più una di quelle piccole manie che abbiamo tutti e che chiamiamo difetti per autoassoluzione.

< >Il fatto che non scriva quando è caldo, però, non significa che non mi metta a leggere. Anzi direi proprio il contrario.

< >La magia della lettura, infatti, riesce a farmi dimenticare la situazione metereologica e trasportarmi in una dimensione onirica in cui non esistono impedimenti oppure contrattempi.

< >Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con gli artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

< >Avevo comprato questo libro, spinto più dal battage pubblicitario che per convinzione, ma era bastato leggere questo incipit per comprendere che mi trovavo davanti a quello che si dice "un bel libro".

< >C'è una domanda che, inevitabilmente, mi fanno non appena si viene a scoprire che scrivo: "come si impara a scrivere ?". Dopo tanti anni, e molte domande, la mia risposta attuale è: "bisogna leggere molto".

Potrà sembrare un paradosso, ma è la pura e semplice verità: se volete migliorare la vostra scrittura, leggete.

Leggete, leggete, leggete.

Leggere non è mai un esercizio inutile.

Un bel libro, infatti, è un libro scritto bene.

Ebbene quel libro, quella calda sera d'estate, è stato molto più importante di un bicchiere di acqua fresca, perché ha avuto il potere, quasi magico, di farmi volare in una terra straniera, che a fatica oggi cerca di tornare alla normalità.

Una terra straniera in cui gli aquiloni volano e si combattono ed intrecciano i loro fili con le vite delle persone, un po' come le Parche della mitologia greca.

E proprio come un filo di un aquilone si srotola la avventura del protagonista intessuta di amicizia, inganno, rabbia, bugie, fratellanza, amore e redenzione, fino alla conclusione in cui il magico cerchio della vita si schiude perfettamente ribaltando i ruoli iniziali.

Ricordo perfettamente che mi sono messo a piangere nel leggere gli ultimi capitoli e di aver provato un certo dolore quando, quasi senza rendermi conto del tempo passato, sono arrivato all'ultima pagina.

"Correvo con il vento che mi soffiava in viso e sulle labbra un sorriso ampio come la valle del Panjsher. Correvo."

Potevo sentire quel vento, anzi ero io quel vento.

Ma ero anche aquilone, lettore piangente e protagonista sorridente.

Il libro in questione è "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini, uno che di "magia" ne ha da vendere.

 

Fabrizio Cipollini 





LA MENTE DI PIETRA

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Hogen,

un insegnante cinese di

Zen, viveva tutto solo in un

piccolo tempio in campagna.

Un giorno arrivarono quattro monaci

girovaghi e gli chiesero se potevano accendere

un fuoco nel suo cortile per scaldarsi.

Mentre stavano preparando la legna, Hogen li

sentì discutere sulla soggettività e sull’oggettività.

Andò loro accanto e disse: “Ecco questa grossa pietra.

Secondo voi, è dentro o fuori dalla vostra mente?”.

 

Uno dei monaci rispose: “Dal punto di vista del

Buddismo, tutto è un’oggettivazione della mente,

perciò direi che la pietra è nella mia mente”.

 

“Devi sentirti la testa molto pesante,” osservò

Hogen “se te ne vai in giro portandoti

nella mente una pietra come questa”.

 

Piccola storia Zen

 





ESSERE IN CONTATTO

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Amani Willett

 

E’ sera: davanti ai nostri occhi scorrono le immagini della giornata appena trascorsa, e intanto scarichiamo una e-mail, ascoltiamo la nostra musica preferita o leggiamo un libro. Siamo rilassati e immersi in una calma protetta, finché un’immagine, un ricordo, un’emozione ci fa perdere il senso di ciò che stiamo vivendo.

L’uomo ama vagabondare con la sua mente, ma se spera di vivere una vita connotata da “capacità di giudizio, carattere e volontà” - come sosteneva Willliam James, fondatore della moderna psicologia americana - egli trascura quanto sia determinante avere in mano le redini della propria attenzione.

La nostra attenzione è sì selettiva ma a volte si sposta a caso e casualmente sposta la nostra mente in un altrove, in un luogo diverso da quello in cui eravamo o “credevamo” di essere immersi. La mente che vagabonda può essere un’immagine felice, un’immagine che evoca un viaggio un’esplorazione la ricerca di un nutrimento, di nuova linfa e di spazi nuovi, uno spostamento salutare che ci permette di arricchire quanto stiamo sentendo e di ritornarvi con una ricchezza in più.

Ma la mente che vagabonda può essere intesa anche come una mente che si distoglie si distrae perché ha perso il contatto con se stessa, con quello che sta vivendo e sentendo, e si allontana non per scelta, non per rigenerarsi nell’altrove ma per perdersi nell’altrove, per perdere quel contatto che forse non ha mai avuto.

Succede allora che la mente ci porta lontano da noi, e anche i sensi non hanno più presa sulla realtà.

Non percepiamo più i suoni, così come non riusciamo nemmeno ad accarezzare un'altra persona comprendendo fino in fondo i sentimenti trasmessi e la loro intensità.

Sarebbe sufficiente chiederci cosa ci sta succedendo, cosa stiamo sentendo, in che modo la vita sta scorrendo dentro e fuori di noi, sarebbe sufficiente sì, per accedere ad uno stato mentale di minima consapevolezza.

Le domande sono all’apparenza semplici articolazioni di un discorso che mira ad ottenere una risposta a ciò che ci affligge.

Tuttavia mi accorgo che spesso le domande sono formulate in modo da indirizzare più o meno consciamente il nostro pensiero verso una direzione predeterminata, una direzione che confermi le nostre convinzioni, il più delle volte limitanti, mentre le risposte autentiche sfuggono.

In questo modo perdiamo l’occasione di capire e verificare se stiamo andando nella direzione desiderata, se stiamo compiendo i passi giusti o se piuttosto non ci stiamo ancora una volta confondendo, distogliendo, ingannando. Se ancora una volta non abbiamo deragliato e ci ritroviamo fuori.

Fuori dalla nostra vita, dal nostro sentire, e senza. Senza l’ascolto dei nostri sensi e della nostra parte più profonda.

Tutto finisce fuori controllo, per noi specialisti del fuori contatto. Lontani dai sentimenti, dai pensieri e dalle emozioni, presi nella trappola di un presente che non riusciamo a vivere per davvero, angosciati da un futuro che non è altro che una proiezione del nostro passato, spesso di quella parte di passato da dimenticare ma di cui non riusciamo a liberarci e alla quale ostinatamente ci leghiamo. 

Così, ci ritroviamo separati da noi stessi, ci ritroviamo a vagabondare senza meta ci ritroviamo a indulgere alle nostre divagazioni che riflettono solo la nostra incapacità a prendere e a mantenere il contatto con ciò che stiamo vivendo, che rivelano solo la nostra perseveranza nel cullare aspettative e desideri che non ci appartengono o che ci deludono.

Non riusciamo a sentire noi stessi e non riusciamo nemmeno a sentire l’altro, quello che vive che sta provando che ci sta chiedendo, a voce alta o in silenzio: il contatto è interrotto, con il mondo interno così come con quello esterno.

Il nostro vagabondare lontano da noi e non dentro di noi ci distoglie dall’ascolto.

E l’altrove al quale ci conduce non è altro che la parte di noi in cui si sono calcificati convincimenti e false credenze, in cui l’ordine è solo apparente e l’insoddisfazione reale.

Non riusciamo più a comprendere la grandezza insita nei battiti di una vita che ci dà tutto solo perché è vita, quella nostra, quella di chi ci passa davanti e di chi ci sta intorno.

Siamo separati, dunque, ma spesso non riusciamo nemmeno a decifrarlo o a dirlo questo stato e, anche quando la percepiamo - questa interruzione - e avvertiamo un disagio, non riusciamo a scendere alla sua radice perché non sappiamo porci le giuste domande.

Le domande giuste sono quelle che non sono inquinate dalle nostre rigidità che non conservano la crosta delle nostre abitudini, sono le domande utili, quelle che ci conducono alle risposte autentiche.

E La domanda che apre alla consapevolezza di sé è la sola che può farci recuperare il contatto con il presente e con l’altro e, prima ancora, il senso della nostra semplice unicità.

 

 





IO SONO

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Non sarò mai ciò che non sono perché qualcuno vuole inchiodarmi ad un essere che non è il mio. Perché la ricerca dell’autenticità è considerata tempo perso. Perché il conoscersi costa fatica. Perché se fai qualche calcolo l’ ”essere” riesce meglio.

Ho bisogno di vedere e ho bisogno di credere.

Ho bisogno di capire e di sentire.

E poi ho bisogno di respiri che ambiscano a qualcosa di più della semplice sopravvivenza.

Ho bisogno di scendere in profondità, e di prendermi tutti i rischi di un viaggio negli abissi.

C’è sempre tempo per risalire, per tornare in superficie in mezzo alla folla che normalmente abita la superficie.

Chissà perché i più rinunciano a scendere qui sotto.

Forse perché ci si ritrova a contatto con ciò che si è realmente, con ciò che non si può non essere. E questo comprensibilmente spaventa.

Proverò delusione, a volte, altre volte gioia. Ma saranno comunque emozioni  autentiche. Incontrerò miserie e plausi, di tanto in tanto cambierò rotta, e saprò apprezzare le forme note come quelle sconosciute.

Magari dovrò rinunciare ai percorsi consolidati e accettare la sfida di quelli impervi magari ogni tanto dovrò stare scomodo magari a volte starò in compagnia, in compagnia sincera, e altre volte solo.

Come adesso, seduto in un pub, in una città che ho imparato ad amare e che mi parla, e che non chiede nulla. Nemmeno se la ascolto.

Ecco: adesso, io sono.

 





VITA LEGGERA

indice/immagini/post_immagini/guscioIeri ero al tavolino di un bar ad aspettare l’inizio di un seminario e giravo con calma il mio caffè. Mi apprestavo ad assaporarlo quando ho buttato l’occhio su alcune pagine che avevo con me, e sono stato folgorato:“Per tutta un vita ho vissuto in una noce di cocco. Non è un posto meraviglioso per viverci? C’era poco spazio ed era buio, soprattutto la mattina quando dovevo farmi la barba. Ma ciò che mi dispiaceva di più era che non avevo modo di mettermi in contatto con il mondo esterno. Se nessuno avesse trovato la noce di cocco o non l’avesse aperta, sarei stato condannato a passare tutta la mia vita lì dentro. Forse a morire lì dentro. Morii in quella noce di cocco. Dopo un paio d’anni la trovarono e l’aprirono; dentro trovarono me, rimpicciolito e sgretolato. “Che peccato” dissero. “se l’avessimo trovato prima, forse avremmo potuto salvarlo. Forse ce ne sono altri, chiusi dentro come lui.” E andarono in giro e aprirono tutte le noci di cocco che trovarono. Ma fu inutile. Fu tempo sprecato. Di persone che scelgono di vivere in una noce di cocco ce n’è una su un milione. Non potrei dire che ho un cognato che vive in una ghianda.” (Gustavson, Locked In)

Chi non ha mai sperimentato un momento in cui si è sentito completamente a terra, svuotato, impotente se non inutile? Probabilmente in quei momenti ci siamo sentiti proprio dentro la noce, al buio, senza contatti con l’esterno, senza possibilità di rendere significante il nostro esserci, anzi senza esserci. O almeno senza la percezione di esserci e quasi sicuramente volevamo che così fosse. Quando la fisiologia di una persona ha un crollo, l’energia positiva si spegne e lo stato d’animo e mentale subisce la stessa sorte. Tuttavia, anche quando sono gli aspetti esterni a condizionarci, a renderci vulnerabili, tutto dipende da noi, da quanto riusciamo a reagire, a prendere in mano le redini della nostra vita e iniziare a costruire un ponte nella direzione voluta così da rompere il pesante guscio che ci immobilizza, e ci nasconde a noi stessi prima ancora che agli altri.

Gli altri, già. Dagli altri, da chi ci sta attorno, da chi può rappresentare una presenza per noi significativa ci proviene un riconoscimento identitario molto importante se non il senso dell’esistere, ma…attenzione!

Capita infatti che le persone infelici, di norma, vogliono che anche noi siamo infelici, e il guaio è che non ne sono consapevoli. In questo caso non possiamo affidarci ciecamente, non possiamo permettere che siano loro a condurre il gioco, e tanto meno non possiamo aspettarci da loro un aiuto per rompere la noce che ci ingabbia.

L’infelicità altrui, quando anche noi patiamo questo stato di afflizione e di perdita di fiducia e di speranza, può essere un utile specchio se non un terreno di condivisione e di comunicazione ma può essere anche pericolosa se noi non siamo pronti ad accoglierla, se non abbiamo ancora accolto la nostra e iniziato ad equipaggiarci per farle fronte.

A me capita di imbattermi assai spesso in persone che sembrano aver perso la luce che sembrano appassire sotto il peso delle avversità delle insoddisfazioni, e non rinuncio alla loro compagnia. Proprio perché so che non modificherò di una sola virgola il mio stato di gioiosa leggerezza e che rispetterò la loro condizione senza subirla.

E, quasi per magia, spesso è il loro stato a cambiare, facendomi provare una felicità senza fine e facendo crescere il mio amore per loro.




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