Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: November - 2007


AMORE O FORSE NO

indice/immagini/post_immagini/amori “Per durare l’amore deve trasformarsi”, così inizia un articolo apparso su Psycologies dello scorso settembre che riportava una intervista allo psichiatra e psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche.
“C’è, diffusa, l’illusione che esista un sentimento d’amore senza condizioni < …….> ma l’amore romantico è un congegno estremamente complesso, delicato e pericoloso, perché si nutre di proiezioni e di illusioni, di forti idealizzazioni. E dunque rischia continuamente di creare frustrazioni e cortocircuiti distruttivi <….> è certo che, nella coppia che vuole durare, l’amore dichiara lo psichiatra deve trasformarsi continuamente. Proseguo con la lettura: “L’ innamoramento è qualcosa che capita, improvvisamente, all’insaputa dello stesso interessato. L’ amore è invece frutto di un lavoro, che implica un consapevole investimento di risorse. Perché l’amore duri occorre far prova di volontà”. Ma non solo, “il passaggio dall’innamoramento all’amore richiede la capacità di stare soli, di vivere i sentimenti in assenza dell’oggetto e indipendentemente dalla componente sensuale, insomma di tollerare la frustrazione e il rarefarsi dei momenti emozionali apicali”.
Le emozioni, appunto. Ecco che mi torna in mente un libro letto qualche tempo fa che parlava di amore e di passioni senza fine, di ascolto e di sordità, di egoismo e di altruismo estremo, di disprezzo e desiderio, insomma, di Vita. Vita fatta di incontri, di fusione e differenziazione, vita fatta anche di separazioni.
Le separazioni sono ineluttabili, non fosse altro per l’evento della morte, e ogni separazione va elaborata, metabolizzata, fatta rientrare nell’ordine naturale delle cose.
Sì, perché non è colpa o merito di nessuno se le cose nascono o finiscono: è la Vita, la nostra.
Mi alzo dalla poltrona, vado verso la libreria e cerco tra i volumi, eccolo: “Gli amori che abbiamo vissuto”.
Inizio a sfogliarlo, e ritrovo quel passaggio che dice:“La verità è che io ero innamorato come un ragazzino, non pensavo a niente che non avesse a che vedere con lei, aspettavo con ansia il momento di prendermene cura e non volevo altro che mostrarle il mio mondo, coccolarmi e godermi tutto ciò che potevamo goderci insieme. In quel periodo quasi non avemmo dissapori, andavamo d’accordo praticamente su tutto ed eravamo davvero felici. Certo, quando qualcosa andava male o io la contraddicevo, anche su una piccolezza, lei scoppiava a piangere e io mi sentivo perduto. Ma non era un pianto isterico, no, lei soffriva davvero”.
Qualche riga, quasi a voler ricordare che far crescere l’amore e stabilire una relazione duratura è possibile a patto di riconoscersi, ad un certo punto, diversi e separati, capaci di separarsi dall’oggetto d’amore, fino a non considerare l’altro mero oggetto d’amore ma “destinatario”, termine e a sua volte generatore, a patto di non eludere la necessaria trasformazione, innanzitutto delle emozioni.

 

 





NOTTURNO DIVENIRE

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Mezzanotte o poco più. Amo la notte quando è silenzio, pausa, rallentamento, assenza di frenesia. Entro in una bolla senza tempo e mi metto in ascolto mentre scorrono le immagini di un prima di un passato, con il suo carico di preoccupazioni e di scelte, che si giungono e fondono alle immagini del futuro, con tutto il suo carico di progetti e desideri. Sono dentro un’oscillazione armonica, tra momenti tutti importanti tutti vissuti tutti densi di senso. Oscillo ma sono perfettamente ancorato al mio presente, un presente che non sento ostaggio del passato o in affanno sul futuro. Un presente notturno e silenzioso, dinamico e in costante equilibrio.

E’inevitabile chiedersi “cosa sarebbe stato se”, ma è un attimo, un volo fulmineo a pelo d’acqua, che dura il tempo di un brivido, per poi risalire.

La consapevolezza del lasciar andare dà ogni volta nuovo impulso al mio volo, mi fa godere del momento presente, mi fa essere leggero e mi porta lontano dalla trappola delle abitudini e delle paure paralizzanti. Lasciar andare è un atto di libertà e di generosità, verso noi stessi verso l’altro.

“Noi esistiamo perché gli altri esistono, e non viceversa” – mi ripeto tra il sonno e la veglia. E penso che mezzanotte è già passata da un pezzo, che forse si affacciano già le luci dell’alba, penso, sì, ma soprattutto sento, e quello che sento è un grande abbraccio.

Abbraccio ciò che sono “ora”, con la consapevolezza di poter essere ciò che voglio solo se comincio proprio da questo “ora”.

Mi prendo cura di me, del mio presente, e, mentre lo faccio, sono già proiettato nel futuro, fatto di tanti momenti presenti e di persone da ascoltare, conoscere, capire e, perché no, di cui aver cura.

 

(Immagine da cetemps.aquila.infn.it)





LE MACERIE DELLA RABBIA
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La maggior parte di noi vive in attesa che la guerra scoppi per intervenire. Si vive a favore della guerra, già a partire dal quotidiano, saturo di conflittualità esacerbata, di aggressività incontrollata. Prevaricazione confusa con la rivendicazione di un diritto. Un diritto a cosa? Ad affermare la propria individualità a marcare il proprio confine esistenziale? No, diritto a vincere sull’altro e non assieme all’altro.

Sembrerebbe quasi un dato di natura.

La natura umana sarebbe dunque cattiva ed egoistica, segnata dall’istinto alla sopraffazione e alla diffidenza, dalla necessità di lottare “tutti contro tutti” non per vivere ma per sopravvivere all’altro, magari annientandolo?

Siamo dunque lo specchio fedele degli scimpanzé, che conoscono e praticano l’assassinio che non hanno amicizie durevoli, che tradiscono e nel quotidiano sono irritabili e litigiosi?

Perché invece non prendere esempio dai bonobo, dalla loro dedizione gli uni agli altri dalla loro refrattarietà alla guerra dalla loro convivenza pacifica e solidale dalla loro sorellanza morale?

Utopia, la si potrebbe chiamare.

Mi guardo attorno e sento il quotidiano denso di rabbia, di rabbia implosiva e male direzionata. Perché la rabbia può anche essere una risorsa, un potente serbatoio di energia, infatti la rabbia può fare da propulsore al cambiamento, ma solo se viene davvero compresa. La rabbia che rende ciechi non è un sentimento nobile ma una forza che distrugge: non solo fuori di sé ma anche e soprattutto chi ne è portatore, chi la coltiva e la esprime sotto forma di violenza e di brutalità. E cos’è poi questa rabbia così espressa se non una disarmante resa verso la vita? 

Riflessioni, sensazioni, guardandomi in giro e guardando attraverso la tv, i giornali la radio, finché non mi ritrovo nel silenzio della mia stanza con il libro del mio amico Giancarlo tra le mani: apro una pagina a caso. Leggo. E penso che è proprio vero che le cose non capitano mai per caso: il mondo ci dà ciò che chiediamo, così come ci fa incontrare le persone che desideriamo incontrare.

 

LE PIEGHE DEL TEATRO

 

sono sconcertato dallo spettacolo

ma il teatro non è la vita

solo ogni tanto

ne concede un’altra

 

così ho preso qualcosa per la notte

ma la notte è già trascorsa

e quella nuova

è per un’altra volta

 

 

Giancarlo Sputore (“Il venditore di petali”)

 

 





INTEGRARE, SEMPLICEMENTE
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“Come in alto così in basso. Come dentro così fuori”

 

 

Tabula Smaragdina, 3.000 a.C. circa

 

 

  

 

 Narelle Autio

 

 

Ascoltare ed ascoltarsi, incorporare un comportamento o un modo nuovo di essere, ed infine integrare quanto scoperto nella pratica quotidiana, in modo da trasformarla in azioni verso la direzione voluta. Dopo la prima e la seconda parte del “metodo della felicità” – così lo avevamo chiamato - , eccoci alla terza ed ultima parte: integrare.

Integrare richiede una vitalità profonda e si connota come una sfida estrema.

E’ una sfida a se stessi, al proprio orgoglio, alla propria forza centripeta, per azione della quale vorremmo fagocitare tutto e tutti; è una sfida estrema perché volta a recuperare la semplicità e l’essenza del vivere, a scoprirle o riscoprirle fino a integrarle, appunto.

Mi guardo attorno ed osservo, ascolto e sento, e la sensazione che forte mi assale è che tutto sia per me insegnamento.

Un saluto, la visione di una cascata, l’onda del mare che frange sulla riva, con ritmo autentico ed unico. Unico perché persino il rumore, se presto attenzione, non è mai lo stesso.

Osservo, e penso che nessuno dei tratti di quella riva, neanche i più piccoli, sono simili.

Nessuna pietra è uguale all’altra, nessun granello di sabbia – per quanto fine - è simile all’altro.

Nemmeno le stelle che osserviamo sopra di noi sono le stesse. Non è un mistero infatti che ciò che noi vediamo brillare, distante magari migliaia di anni luce, non esiste già più, almeno per come noi percepiamo la materialità.

Posso osservare, e godere di ciò che vedo, così come posso pormi delle domande, riflettere e andare oltre…meditare.

Non c’è niente di scontato nelle esperienze di ogni giorno, neanche nelle più piccole.

Non c’è niente di ordinario nel saluto di una persona amica né in quello di uno sconosciuto.

E non c’è, o non dovrebbe esserci, niente di tragico in un addio, se so comprendere fino in fondo  che quella persona non è persa, ma esiste. Esiste in un altro luogo, in un’altra dimensione, e vive, così come io vivo dentro di lei e viceversa, fosse anche per un attimo.

Non c’è niente di ripetitivo o di noioso in uno spezzone di film visto già decine di volte, perché ogni volta provo sensazioni nuove in emozioni già vissute.

Che si tratti di un film, di un oggetto, di un gesto o di una parola, che si tratti anche di uno sguardo o di un abbraccio: non vedo il loro ordinario. Vedo oltre.

Così l’ordinario si trasforma in straordinario, in uno straordinario da integrare in sé giorno dopo giorno fino a costruire la propria felicità. Estrema quanto la sfida.

Integrare, sì, semplicemente.

 





IN ASCOLTO
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La costruzione del proprio “io” solidamente strutturato passa attraverso l’essere ascoltati e compresi profondamente, narrando se stessi ad un’altra persona che abbia la voglia e la forza di ascoltare. A ciò va aggiunta la capacità - sempre di chi ascolta - di valorizzare ciò che si accoglie, sospendendo ogni giudizio, andando verso l’altro con curiosa innocenza.

Per chi ascolta è una splendida occasione di comprendere se stessi, contattando quelle parti di sé meno note, sconosciute o trascurate, e farle vibrare assieme al racconto dell’altro.

Nella sostanza, quanto più impariamo ad empatizzare con gli altri, tanto più impariamo ad empatizzare con noi stessi, cioè con le nostre parti interne. “Questo è il modo più efficace per consolidare il proprio io, non inteso come istanza separativa, egocentrica, competitiva, ma come centro di coscienza e volontà”: sostiene lo psicologo, e trainer di PNL lo psicologo e trainer di PNL, Mauro Scardovelli, e così sentono tutti quelli che, per professione o per vocazione, pongono al centro del proprio essere l’ascolto.

Marina Emiliozzi è una collega che, nel sentire pienamente la sua professione di coach, vive in profonda empatia con gli altri.

E dal suo “sentire” ha creato una poesia sull’ascolto che sento a me molto vicina e che vorrei condividere con voi, dedicandola a tutti quelli che desiderano imparare ad ascoltare in modo pieno, sempre di più, giorno dopo giorno.

 

L’ASCOLTO

 

Ancora nell’acqua che scende leggera

 

Pulire

 

Ascolto me stessa che ti ascolta

 

Il vento solleva un filo

 

Nasce l’Ascolto

 

E’ musica

 

Accettare

 

e non negare

 

per trasformare

 

Saper giocare

 

Fertile caos

 

Silenzio

 

  

 

 

                                                                            Marina Emiliozzi

 




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