Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: February - 2008


SIMMETRIE E NO
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“Il dio del Mare del Nord disse: “Non puoi discutere dell’oceano con una rana nel pozzo, poiché è intrappolata in uno spazio confinato. Non puoi parlare di ghiaccio con un insetto estivo, poiché è vincolato in un’unica stagione. Non puoi parlare della Via con un allievo prevenuto.
Sei venuto fuori dal passato attraverso i dirupi e le piane e hai contemplato il vasto mare e conosciuto la tua relativa insignificanza; ora è possibile parlare con te del grande
disegno sottostante.”


Un passaggio da “alluvioni d’autunno” nel Chang-tzu

 

 

 

 

Scrivo questo post sollecitato dai  commenti lasciati su: “Donne e Uomini” - commenti preziosi dei quali  vi ringrazio di cuore!
Sono convinto che non esista “una” verità, ma “tante” verità, una per ognuno di noi, proprio perché la comprensione e l’interpretazione delle cose del mondo passa inevitabilmente attraverso dei filtri personali, che sono il risultato della nostra conoscenza della nostra esperienza e del nostro sentire.
Ciò che crediamo giusto o accettabile può essere più o meno condiviso dagli altri (la famiglia, la società, il gruppo di riferimento), e questo lo esperiamo attraverso il confronto, dunque: lo scambio. Di idee, di opinioni, di credenze e sentimenti.
Si può convergere ed essere totalmente d’accordo su un concetto fino ad identificarci con esso; ma si può anche divergere, avere posizioni diverse, non coincidenti. Il fatto è che proprio nel renderle manifeste, cercando e sostenendo il confronto con gli altri, proprio nella
diversità tra noi e gli altri, sta la bellezza del vivere. Come dire, siamo diversi, lo sappiamo, ce lo ricordiamo reciprocamente, magari ci scontriamo pure, ma senza dimenticare di attingere alla diversità in quanto valore, in quanto fattore di crescita.
Che vi siano poi differenze di genere, tra uomini e donne – nello specifico, è cosa risaputa e innegabile. Tutto sta a saperle interpretare, queste differenze, tutto sta a saperle trasformare in occasione di confronto. E’ sempre interessante ragionare su queste differenze (biologiche, culturali, ecc) purché lo si faccia, secondo me, nell’ottica della composizione della differenza e non dello scontro, della irriducibilità di due posizioni antagonistiche.
Vi propongo a tal proposito la lettura di un articolo apparso sulla rivista “Mente e Cervellodi marzo/aprile 2004 che affronta questo argomento da un possibile punto di vista, ovvero mettendo in luce le simmetrie tra il funzionamento del cervello di lei e quello di lui. E’ uno dei possibili  modi per aprire una prospettiva “costruttiva”  di conoscenza di e tra questi “due mondi”.
 Vi lascio con le parole di Thomas Hora (eminente psichiatra) - che siete liberi di condividere o meno! - : “
per comprendere se stesso, l ‘uomo ha bisogno di essere capito dall’altro.”

L’immagine: scultura dell’artista Antonio Cersosimo, “Insieme”, 2000





DONNE E UOMINI

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“Nei giorni seguenti, Maria scoprì di essere prigioniera

della trappola che aveva insistentemente

evitato – ma non era né triste né preoccupata.

 Al contrario: non avendo niente da perdere, si sentiva libera.”

 

P. Coelho – Undici minuti

 

 

 

 

 

 

 

Indugio con le labbra sulla tazzina del caffè, poi un buco nero mi risucchia.

Al tavolo a fianco al mio due uomini discutono. Il volume delle loro parole è tale per cui non posso non ascoltare.

Parlano in modo concitato, scambiandosi gesti di approvazione, ognuno corroborando il pensiero dell’altro, tutti e due snocciolando il loro personalissimo punto di vista, depositando le loro inamovibili conclusioni.

Ad ascoltarli, malgrado la nostra volontà, siamo in due: io e una anziana donna seduta all’angolo della sala. Una donna elegante, che ha cura di sé, fiera di ogni sua ruga.

I due uomini parlano “di donne”, e lo fanno con l’aria di chi presume di sapere e di conoscere tutto al riguardo (e in modo definitivo), con l’arroganza di chi non riesce a vedere le proprie incapacità e insicurezze, riuscendo solo ad esprimere un senso di rivalsa non meglio identificato né ragionato o compreso, riuscendo solo a dirsi “libero”.

Libero in che senso? E’una libertà che mi sa tanto di resa, che ha il sapore della rinuncia. Sono libero perché mi assolvo dal capire, sono libero perché ho alzato le mani: libero in questo senso, dunque?

Mi sento sempre più a disagio, infastidito da quei discorsi sulle donne, così generalizzanti superficiali, rivelatori di un malessere strisciante e quindi più pericoloso. Sì, sono proprio infastidito da certa miopia, da questa incapacità a cogliere l’ampiezza della Vita, la sua complessa ricchezza.

L’anziana donna è disgustata quanto me: l’espressione del suo viso è inequivocabile.

Intanto i due decidono di andare: con la coda dell’occhio li guardo infilare la porta d’uscita e tagliare il freddo che c’è fuori.

Mi sento sollevato.

Incrocio lo sguardo della donna e indovino i suoi pensieri: identici ai miei.

I suoi occhi sono sfolgoranti, il viso tradisce disapprovazione mentre le parole restituiscono un’invidiabile consapevolezza: “Sono convinti di poter dominare una donna, addirittura di voler dominare la donna!”.

Chiamato in causa rispondo con un cenno di assenso.

Lei prosegue:“Ma noi donne siamo nate libere, anche se spesso facciamo finta di rinunciare ad esserlo, magari per amore di due idioti come quelli là …”.

Un saluto di sguardi, poi mi alzo ed esco fuori, a prendermi tutto il freddo che c’è, a ricomporre pezzi di discorsi così diversi di persone diverse, tutte protese a trovare un senso, una verità da custodire, purché sia.

 

L'immagine: Antonio Haupala, “La Meditazione”, olio su tela, 2007

 





SCEGLIERE LA VITA

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Leggevo in questi giorni, sulla rivista Dossier Medicina di febbraio/marzo, l’articolo del dottor Paolo De Cristofaro e della nostra amica psicologa Angela Meola (vai al suo articolo su ED).

Il tema è l’approccio al trattamento dei dca – ovvero: disturbi del comportamento alimentare (definizione purtroppo lacunosa e imprecisa: corpo e anima sono inscindibili!).

Estrapolo il passaggio conclusivo:“Il Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione [della ASL di Teramo] si pone come un riferimento dialettico permanente che ha soprattutto voglia di capire come aiutare i nostri ragazzi e che cosa fare per mitigare questa grande sofferenza spesso travisata dalla comunicazione mediatica che non è in grado di offrire risposte adeguate e coerenti ai tanti drammi individuali e familiari”.

E’ il dramma dell’individuo-in-relazione, dell’individuo che smarrisce la chiave della relazione, del contatto con le persone più vicine, dei legami profondi. Autismo sociale, appunto.

I canali di comunicazione si ostruiscono, si interrompono: all’inizio è solo un po’di rumore, è un’interruzione intermittente che poi però rischia di installarsi in modo permanente traducendosi in impossibilità di entrare in contatto, di dare e ricevere “la cura”: il bene, l’affetto, la comprensione, il sostegno e, perché no, il perdono.

Il dramma è la rappresentazione del disagio – più che di una malattia -, un disagio pericoloso, anche mortale, un disagio che è sacrosanto capire, decifrare per poter sviluppare strumenti e strategie di intervento adeguati. Smantellare dei convincimenti radicati - che si traducono in abiti mentali e comportamentali sia nella persona che porta su di sé il disagio sia nelle persone del suo (ahimè sempre più ridotto e cedevole) ambito vitale (la famiglia, le amicizie) - si traduce in una vera e propria opera di ri-programmazione.

Si tratta di individuare l’interruttore “giusto” da toccare, tra tanti falsi interruttori, quello giusto da azionare, perché solo così si produce, appunto, azione e l’uscita dal guado del disagio.

Capire non basta, dalla comprensione e consapevolezza acquisite da chi vive il disagio e da chi tenta di sostenerne il superamento, occorre passare all’azione, alla pratica della cura, intervenendo concretamente sul fronte dell’unione inscindibile di mente e corpo – l’individuo – e sul suo vero nutrimento – in questi casi, avvelenato: la socialità.

Nell’articolo che qui riportiamo c’è un messaggio di speranza e di fiducia, c’è la volontà - di molti – di indagare e capire, di confrontarsi e agire, integrando le conoscenze e i saperi, per poter meglio interpretare i vissuti, per poter muovere - quanto prima - l’interruttore giusto.

 

Leggi l'articolo di Dossier Medicina 

 

L'immagine: Fabio Greco, "Love Story", acrilico su tela.

 





ANGELI

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Menti libere, prive di pensieri,

fronti chiare, volti sereni.

Tutto quello che venne fuori da loro

venne quieto, come le quattro stagioni.

 

Chung Tzu

 

 

Sono intorno a noi, a volte ci sostengono, altre volte ci fanno riflettere, ma fanno sempre qualcosa per noi, grande o piccola che sia: la fanno e basta.
Sono gli Angeli.
Non sempre ci accorgiamo della loro presenza, ma diamo per scontato che ci sia: una presenza costante, silenziosa, tenace, una presenza che ci guida senza palesarsi mai troppo perché gli Angeli non hanno bisogno di dire: “Siamo qui!”, ci sono e basta. Sono nati per questo, vivono per questo e amano per questo. Tutt’al più minimizzano quello che fanno, perché loro sono così: discreti e pieni di forza, sorridenti e generosi.
A volte ci passano accanto come un soffio, e come un soffio vanno via, ma senza lasciarci davvero: rimangono i loro gesti e le loro parole, i loro sguardi brillanti e luminosi, rimane la loro bellezza fuori dal comune, la bellezza della loro Vita.
Gli Angeli passano, non sono più vicino a noi, o almeno non come noi eravamo abituati a sentirli e a vederli; passano ma forse cambia solo il loro modo di esserci. Allora, per percepire la loro presenza, è sufficiente forzare il limite della nostra comprensione e della nostra visione, è sufficiente “saper vedere”, vedere oltre vedere attraverso.
Gli Angeli passano, ma la loro presenza rimane, rimane sempre: la ritroviamo nei volti di chi hanno amato senza alcuna contropartita, con Amore. La ritroviamo nei piccoli grandi miracoli che compiono, come può essere un sorriso ritrovato in un volto per troppo tempo sofferente. Sorridono a loro volta, e il loro viso si illumina di elegante semplicità.

Anna Zanghi, 33 anni, medico. Un angelo, passato, come un soffio di vento.

Grazie cugina mia, per tutto quello che mi hai insegnato, senza che io te lo abbia mai detto prima.





UN'ALBA

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CATANIA, 3 febbraio 2008

 

Mi succede spesso di guardare il sole sorgere.

Un’alba non è mai uguale ad un’altra, come i posti in cui vado, come i pensieri che inseguo e che mi inseguono. Come carezze, mai uguali l’una all’altra.

Respiro.                                                                  

La natura se ne frega della pochezza dell’uomo, di quest’uomo troppo preso dal nulla per comprendere il valore di ciò che ogni giorno smarrisce, e irrimediabilmente.

Osservo.

E mi incanta e mi meraviglia quel confine aperto, davanti a me, quasi senza segreto. La Mente che ha generato tutto questo credo si sia divertita a confondere, in questo momento, la notte con il giorno, quasi a volerci ricordare che quando qualcosa implode e finisce, qualcos’altro nasce e si espande con infinita potenza.

C’è un attimo in un’alba in cui tutto sembra essere sospeso: la brezza smette di soffiare e il silenzio diventa padrone assoluto. Non riesco a capire se la notte vuole cedere il passo al giorno oppure no.

Giorno e notte, gioia e tristezza, certezze e dubbi infiniti.

Non abbiate paura” ci è stato detto da di Chi la Vita l’ha assaporata attimo per attimo con grande rispetto e senza alcun timore.

Il Sole si stacca dall’orizzonte ed i pensieri diventano più chiari, o forse solo meno soli.

 




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