Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: May - 2008


SOLO UN VIAGGIO

 

 

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Giacomo Balla, "L'auto è già passata", 1913.

 

Il rumore monocorde e ovattato del motore accompagna i miei pensieri che fluiscono senza sosta. Una buca più profonda delle altre ed un sobbalzo. La strada si inerpica tra le montagne ancora parzialmente innevate, rendendo evidenti i contorni dei canaloni che tra poco diventeranno macchie scure. Davanti a me alcuni tir avanzano lentamente, ancora carichi di una potenza difficilmente arginabile, intenti a divorare un nastro di asfalto semilucido.
Intanto il cd da poco inserito scandisce ritmi e voci di brani ricchi di potenza e di grazia. La musica fila assieme a pensieri e immagini e respiri profondi e intensi mentre lascio il mare alle mie spalle  e  mi addentro tra le montagne imponenti.
Davanti a me una curva, ed io mi piego, mentre il sedile mi trattiene come in un caldo abbraccio.
Ma ecco che un’auto sopraggiunge a forte velocità e intende sorpassarmi in un punto impossibile.
Decelero, faccio passare, con il rumore del suo motore che copre il mio. Un attimo e riesce ad inserirsi mentre un tir sbuca inaspettatamente da dietro una seconda curva. Nell’abitacolo dell’auto a pochi metri dalla mia, un uomo gesticola animatamente; alla sua destra, una figura esile di donna, che fissa immobile la strada: sarà preoccupata annoiata o magari rassegnata?
Altra scalata, altro sorpasso e via, in un’inarrestabile frenesia. Di consumare strada e asfalto, di arrivare di arrivare, il prima possibile, prima di tutti.
Il guidatore davanti a me è lanciato in una corsa insensata, chiuso nel suo rassicurante abitacolo, incurante di chi gli sta accanto, pronto ad inalberarsi per chissà quale motivo – vedo i suoi gesti scalmanati – pronto a placarsi quando incolla il telefonino all’orecchio e accelera.
Poco più avanti incontro una piazzola, mi fermo. Faccio qualche passo all’aria aperta, annuso i profumi del verde altipiano, guardo le nuvole soffici e  veloci che lambiscono le cime. Socchiudo gli occhi, respiro. Riconosco l’odore di terra e di erba bagnata, e il profumo pungente dei fiori. Ascolto il mio respiro, prendo il mio tempo, trovo il mio ritmo. Sorrido. E pensare che fino a qualche tempo fa sarebbe stato solo un viaggio, un viaggio come tanti.

Muse - Starlight
(ascolta)

 





VIVERE BENE?

 

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 “Una strada con un cuore è facile...
Un guerriero non deve sforzarsi per trovarla gradevole,
essa rende il viaggio felice e finché un uomo la segue
è una cosa sola con essa.”

Carlos Castaneda

 

 

Uno rientra in casa, stanco, dà un’occhiata distratta all’ambiente, un saluto fugace a qualcuno. Una doccia e poi a tavola, a scambiare frasi di circostanza e indifferenza.
Intanto un televisore vomita le solite notizie, in un silenzio denso di energia appassita.
Un silenzio abitato da piatti bicchieri e posate. Che ci servono un pasto al di sopra delle nostre necessità, da divorare nervosamente.
E poi si va a letto, e arriva il primo sonno, apparentemente ristoratore, invocato per azzerare pensieri e preoccupazioni, per digerire pezzi di vita trangugiati in fretta.
Insomma, una giornata come tante, la giornata di tanti, troppi individui.
Ognuno di noi si può riconoscere in questo epilogo che da solo esprime il senso stesso della giornata appena trascorsa. E di tante giornate come questa.
Mi viene da pensare che abbiamo completamente dimenticato l’essenza stessa della saggezza insita nei cromosomi della nostra civiltà.
Una saggezza che andrebbe riscoperta e fatta vivere, in quanto unica strada al benessere, al vivere bene, che pure tanto agogniamo ma che sentiamo sempre troppo lontano, lontano e indecifrabile.
Io credo che il vivere bene passi principalmente attraverso la ricerca dell’equilibrio mente-corpo e dell’equilibrio tra noi e gli altri, fino ad arrivare alla consapevolezza di come vi sia felicità autentica quando il bene proprio incontra e si integra con la medesima sensazione dell’altro.
La Vita, per essere vissuta ed assaporata appieno, richiede dinamismo, creatività, interesse, ottimismo ed una immensa fiducia in se stessi e negli altri. Le organizzazioni, come le città, fino alle strutture sociali più piccole come la famiglia, sono oramai ancorate a modelli statici basati su una pigrizia mentale senza precedenti.
Per non parlare delle nuove generazioni e del loro bisogno di identità e spiritualità al quale le generazioni precedenti non sono riuscite a dare indirizzo né risposta. E intanto il nichilismo avanza e si rinuncia ad ingaggiare la propria personalissima lotta con il “senso” e la sua ricerca, e intanto si narcotizzano le emozioni, fino a disconoscerle.
Non c’è da meravigliarsi se anche la società italiana comincia a dare segni di decadenza e di ingiustificata rinuncia a “mettersi in gioco” in modo totale e radicale. Bisognerebbe cambiare, sì, cambiare per non subire la “razionalità” spesso disumana di un sistema globalizzato, in cui impera lo scambio delle merci e l’incitamento al consumo materiale, e in cui viene mortificato lo slancio critico e creativo, la possibilità di “pensare”, almeno pensare, un’alternativa. Un sistema che rischia di soppiantare identità culturali colme di antiche genialità; un sistema che rischia di soppiantarci.
Il mondo sta cambiando? Be’, è talmente ovvio da trovarmi imbarazzato nel doverlo ribadire. Ma come sta cambiando? E come ci sta cambiando?
Non sarà forse arrivato il momento per noi di provare ad immaginare epiloghi diversi? Di provare a cambiare i nostri scenari, sostituendo i soliti gesti, i soliti discorsi, i soliti spazi, con un vivere nuovo, attraverso il quale affermare la nostra diversità e la nostra potenza?

 

L'immagine: S. Dalì, "Necrophiliac Springtime"





L'IMITAZIONE DEL SILENZIO

 

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Parlare d' amore non è semplice.  L' amore è l' essenza stessa della nostra forza vitale, anche quando ci conduce alla sofferenza, perché è proprio grazie ad essa che evolviamo nel nostro processo di crescita interiore. La nostra però è una società nella quale i sentimenti spesso vengono vissuti come minacce dalle quali fuggire impauriti, preferendo la “sicurezza” di un vivere superficiale che si limita a lambire i sentimenti, tutt’al più li evoca, ma senza mai penetrare davvero in essi.
Moltissime persone parlano d’amore perché vogliono l’amore, allora lo sviscerano e lo analizzano in tutti i suoi aspetti, come se l’amore potesse essere ridotto ad un oggetto, ad uno strumento con relativo foglio di istruzioni da leggere e studiare: è sufficiente scorrere le pagine delle riviste che propongono articoli di “istruzione” del genere: “Capire l’amore in 5 mosse”.
Eppure mi accorgo che quegli stessi uomini e donne che bramano l’amore, spesso non si dispongono ad offrirlo, a donarlo e a donarsi apertamente, perché hanno paura, paura di soffrire…quando finirà.
Fabrizio, con la sua innata leggerezza e semplicità, tipica delle persone profonde, ci ha fatto dono in modo amorevole di una raccolta di sue poesie che mi ha emozionato e reso felice, risucchiandomi in un vortice di sensazioni indescrivibili. Tra le sue righe ho ritrovato il talento di un ricercatore intento ad indagare il senso delle emozioni autentiche dell’animo umano,  una persona con il suo amore sincero verso le donne,  privo di retro pensieri, preconcetti e pregiudizi, e proprio per questo universale.
Tra i brani magistralmente letti  da un’attrice ieri sera, in occasione della presentazione ufficiale del libro di fronte ad una moltitudine di persone che hanno occupato ogni angolo della magnifica “sala Docens” di Ascoli Piceno, ne  ho scelto uno, nella cui intensità mi sono dapprima perso, per poi ritrovarmi in un susseguirsi di vuoto e di pieno d’animo. E, a giudicare dai volti e dal respiro di chi mi stava intorno, non sono stato il solo.

 

Lascia che sia marea

 

Ed allora…

Ed allora lascia…

Ed allora lascia che sia marea.

Lascia che la risacca allarghi i suoi confini,

che il termine e l’inizio del mare si confondano.

Permetti a questa mano di intrecciarsi con la tua.

Ed allora…

Ed allora lascia che sia marea.

Marea di sangue e di saliva

tremore tremendo, scoprendo il tuo corpo.

Aspro stupore nell’averlo scoperto.

Lascia che sia marea.

Lascia che le mie braccia

ti leghino a questo attimo.

Riflusso di saliva e di sangue.

Tremendo stupore, lasciando il tuo corpo.

Aspro tremore nell’averlo lasciato.

Ed allora…

Ed allora lascia che sia marea.

Lascia che la marea spazzi via

il nostro peccato,

che mondi la carne

lasciata ad asciugare alla luna.

 

FABRIZIO CIPOLLINI, "L'IMITAZIONE DEL SILENZIO", PAOLETTI D'ISIDORI CAPPONI EDITORI

 




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