Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: July - 2008


SARA' DAVVERO COSI'?
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VIBRAZIONI DI VITA

 

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Essere consapevoli di un fatto, di una condizione, di una situazione personale; diventare coscienti di un qualcosa che prima ignoravamo. Tuttavia la consapevolezza da sola, spesso non ci conduce verso il cambiamento tanto desiderato. La differenza tra il sogno e la realizzazione di un sogno, sta nell’impegno ad andare verso una certa direzione, con determinazione, forza e soprattutto con molta coerenza. Mi è piaciuto quanto scritto dall’amico e collega Riccardo. Lo porto alla vostra attenzione, con piacere immenso.

 

 

 

Consapevolezza & Incoerenza

 

 

Incontro per caso ad un aperitivo un mio vecchio compagno di regata.

C’è sorpresa e piacere nel rivederci: immediatamente nei nostri occhi ritornano i ricordi spumeggianti delle domeniche trascorse a "bolinare" tra le onde, con l’unico obiettivo di arrivare a tagliare la linea di arrivo prima di tante altre barche, magari prima di tutti.

 

Fioccano i ricordi, i racconti, le emozioni tornano sulla pelle: quasi sembra di sentire il maestrale invernale che taglia la faccia e gli schizzi freddi dell’onda che viene attraversata dallo scafo.

 

Sono quasi due anni che non regatiamo insieme. Gli chiedo: “ e tu? Che hai fatto in questo tempo? Regate? Con chi?” mi risponde: “no, sai, non ho più regatato, non so come sia possibile reggere a lungo in un mondo così superficiale, sempre solo pensare alle regate: vuol dire proprio non avere la testa!!!no no! Io ho smesso!”.  Continuiamo a parlare, di mille cose diverse che alcune volte ci accomunano e che altre volte ci dividono. Ci salutiamo, abbracci sinceri, pieni… Appuntamento per la prossima settimana, impegni di lavoro permettendo.

 

Vado via, “monto sul mio destriero” a due ruote e mi avvio verso casa. Mentre sfila ai miei lati lo straordinario spettacolo dei fori imperiali, nella brezza serale estiva, la mente ritorna a questo piacevole incontro ed inizio a pensare. Mi sorprendo: chissà quante volte sarà già capitato di diventare consapevole dei cambiamenti fatti, dei rituali abbandonati, delle passioni sfiorite, degli hobby divenuti noiosi. Ma, mi chiedo, perché ogni volta bisogna cedere all’abitudine di rifiutare, rinnegare, quasi cancellare ciò che in un passato recente ci aveva appassionato? Perché esser consapevoli della strada che stiamo percorrendo, spesso si traduce nel denigrare, quasi rinnegare, ciò che ci siamo lasciati dietro?

Perché a volte ci sembra che per consolidare la consapevolezza del cambiamento sia necessario far tabula rasa di ciò che è stato, pur rischiando di diventare incoerenti con ciò che siamo stati?

Panta rei diceva l’antico saggio greco, ma perché dare per scontato che a scorrere sia una valanga (che travolge e distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino) e non un ruscello trasparente e fresco?

Non sarebbe più sano esser consapevoli del cambiamento, mantenendosi in armonia con ciò che è stato prima, semplicemente trattenendo dentro ciò che di positivo ci ha lasciato?

E se questo fosse proprio il modo migliore di vivere il cambiamento?

Forse è proprio questa spinta a dover rinnegare/cancellare ciò che è stato, a farci vivere con più fatica i cambiamenti?...

Ah …eccomi sotto casa (???)…dove sono le chiavi del cancello automatico? 

 

 

Riccardo La Malfa 

 





FOCALIZZARE

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Ogni qualvolta ci addentriamo nei nostri pensieri, positivi o meno che siano, compiamo un processo di analisi. In questo processo risulta di fondamentale importanza arrivare a porsi delle buone domande, senza le quali difficilmente arriveranno buone risposte.

Ma come si fa ad essere sicuri che le domande sono quelle corrette per noi?

Nel condurre questa esperienza di ricerca, credo sia bene tenere conto del fatto che solo attraverso il passaggio all’applicazione pratica di ciò che si pensa sia giusto, arriverà la risposta corretta ai nostri quesiti. Moltissime cose le possiamo leggere sui libri, molte altre possono essere apprese attraverso l’insegnamento, ma l’esperienza concreta è la sola cosa che può confermare o meno le nostre supposizioni. Vi sono però alcuni pericoli insiti in questo tipo di ricerca, che potrebbero condurci a produrre azioni non in linea con i nostri valori. Per attenuare i rischi connaturati in questa scelta, occorre stabilire una “direzione” verso la quale tendere e, di conseguenza, concentrare tutti i nostri sforzi per raggiungere quella determinata condizione desiderata, allenandosi a vivere la realtà in modo diverso, andando al di là del pensare ciò che è bello e comodo e ciò che non lo è, abbandonando la tentazione di soffermarsi al mero calcolo fine a se stesso.

Qualche giorno fa, ho scritto un post scaturito da una mia riflessione circa la direzione da me desiderata e verso la quale sto profondendo tutti i miei sforzi. Ciascuno di noi può avere dei dubbi, dei ripensamenti, delle difficoltà a lasciare andare determinati attaccamenti o abitudini consolidate. In questo genere di “allenamento”,  se non si arriva a porsi una serie di domande che possano indagare direzioni diverse, non riconosceremo mai quelle  “fissazioni” che ci impediscono di andare oltre, che poi sono quelle dalle quali difficilmente riusciamo a distaccarci.

Ad esempio, nella mia attività professionale, io immagino i miei clienti in modo armonioso, positivi, allegri, anche se in quel preciso momento non lo sono affatto. Questa non è a sua volta una “fissazione” nel cercare di ottenere un effetto immediato, ma lo sforzo di creare la condizione di vedere la persona che ha un problema da risolvere e, contestualmente, la sua forza interna e le capacità insite in quella stessa persona potenzialmente in grado di trovare una soluzione valida per se stessa. Questo modo di percepire la realtà potrebbe essere esteso ad ogni ambito di vita, in famiglia ad esempio, cercando di andare oltre ciò che in quel preciso momento ci appare di quella persona; pensarla positiva anche in un’affermazione o una esclamazione che può toccarci in modo profondo. L’immaginazione consapevole non è fantasia, ma l’utilizzazione massima della capacità di sentire, decidendo cosa si vuol sentire per comprendere a fondo da dove prende origine un certo pensiero ma anche per scavare nella profondità di noi stessi.

 





RICERCARE

 

 

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Questa sera un pensiero più presente degli altri, 

mi porta a cercare il significato di ciò che sto vivendo in un libro.

Sfoglio il primo, il secondo, terzo...

Eccolo!

Lo apro. La magia si ripete.

Trovato!

Ancora una volta.

 

 

Mi macera questa attesa

 

Mi macera questa attesa

di non so cosa.

 

Questa sensazione di aver perso

qualcosa che non è mai

stata mia.

 

Questo insoddisfatto bisogno di indefinito.

 

Mi lascio marcire così

in queste segrete,

cercando di aprire

i miei sensi al mondo.

 

Venite notizie, informazioni, stimoli,

suoni, rumori, odori e colori.

Unitevi in un baccanale

ed ubriacatemi

stordendomi all’eccesso.

 

Regalatemi

Il dono della profezia

per vedere cosa sarò

nel futuro.

 

Vorticate la mia struttura

e sferzate le mie terminazioni nervose

frullando ogni mio atomo.

 

Interrompete però

questa visione

prima del risultato.

 

 

 

Fabrizio Cipollini, L’imitazione del silenzio, Paoletti D’Isidori Capponi Editori

 

 

 





PERSONE O CORPI?

Chi di noi non ha sperimentato almeno una volta nella vita un senso di disagio, di smarrimento o, peggio, di rabbia e di frustrazione in un colloquio con un medico?  A volte ci siamo sentiti poco ascoltati, compresi, trattati con superficialità, di fronte ad un problema che, a prescindere dalla sua gravità, generava in noi apprensione ed inquietudine. Non credo ci sia una responsabilità diretta di quel particolare professionista. Credo invece che tali comportamenti siano in qualche modo da ricollegarsi alle scoperte scientifiche, le quali hanno portato a pensare che ad ogni malattia corrispondesse un preciso rimedio e quindi, trovata la causa,  ad associare al sintomo la cura e, di conseguenza, a colegare a determinati disturbi fisici, specifiche applicazioni terapeutiche, più o meno invasive. Nella stragrande maggioranza dei casi rimane fuori da questo ragionamento il riferimento al causa/effetto, oltre all’aspetto psichico della persona che si sente percepita come un oggetto che si è "rotto in qualche parte", trascurando la componente mentale ed emozionale. Di fatto, l’aspetto più profondo della malattia, ricollegabile alla parte più “invisibile” della persona,  è stato etichettato come di natura psicosomatica e , per tale motivo, di importanza trascurabile. Molte volte poi, abbiamo avuto modo di verificare come alcuni problemi di ordine emotivo generino sintomi fisici, come ad esempio cefalee, gastriti, coliti, ansia, insonnia e molti altri ancora. All’esatto opposto, i problemi di origine fisica possono ripercuotersi a livello mentale ed emozionale, come ad esempio il classico mal di schiena o un semplice raffreddore che provoca malumore. Corrado Canale, medico neurologo, che da alcuni anni sta approfondendo gli studi e le interconnessioni tra mente e corpo, soprattutto attraverso la PNEI-  psiconeuroendocrinoimmunologia-,  apre una nuova prospettiva nel campo dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, incentrata soprattutto sull’ascolto attivo, per dare alla medicina un modo per ripensarsi e, alle persone, maggiori opportunità di piena guarigione.

 

Leggi l'articolo di Corrado Canale




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