Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: October - 2008


L'ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

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“Così, vagando costantemente ai limiti dell’incoscienza, subendo tutte le suggestioni, animata dalla violenza dei sentimenti tipici di chi non può fare appello a influenze razionali, sprovvista di spirito critico, la folla rivela tutta la sua straordinaria credulità. Per essa non esiste l’inverosimile, cosa della quale non dobbiamo mai dimenticarci se vogliamo comprendere con quale facilità si creano e si propagano le leggende e le voci più stravaganti”.

 

Gustave Le Bon

 

 

 

 

 

 

Allarme, allarme, allarme…

La borsa crolla, i consumi sono al minimo,  la recessione viene sbandierata dai mass media come la catastrofe del secolo.

AZIONI!

Ripianiamo le perdite! Ricapitalizziamo gli istituti bancari! Finanziamo, finanziamo, finanziamo!

“Abbiamo il dovere di sostenere l’economia” viene detto da più parti. Avanti con  il G20 , e non più il G8… Quando siamo alla frutta, invitiamo altri commensali al banchetto, tanto non c’è più nulla da spartire, se non la.. recessione.

Ma siamo sicuri che tutto quello che sta accadendo sia così disastroso?

Warren Buffet, uno che di investimenti se ne intende, essendo l’uomo divenuto più ricco degli Stati Uniti  grazie alle sue operazioni in borsa, sosteneva già qualche anno fa che la maggior parte dei titoli erano in media quotati 25 volte in più rispetto al loto valore reale. Asseriva inoltre che, nel medio termine, o il valore dei titoli sarebbe stato ridimensionato dal mercato, oppure quelle stesse aziende avrebbero dovuto modificare la loro dimensione in pochissimi anni, raddoppiando il loro fatturato. Com’era prevedibile, è stata la prima ipotesi a prevalere.

OPPORTUNITA’

Ecco dunque  che si prospetta all’orizzonte una magnifica opportunità per tutta l’umanità: l’entrata in crisi di moltissime organizzazioni,  produrrà come conseguenza la fuoriuscita dell’attuale classe dirigente, per fare posto ad una nuova generazione di imprenditori, manager e politici, con valori e capacità completamente differenti rispetto al passato. Ciò non credo avverrà rapidamente. Con tutta probabilità dovranno passare degli anni per avere un beneficio da questo cambiamento, forse anche una decina, ma il processo si è oramai innescato ed è in qualche modo irreversibile.

Nella quotidianità può essere utile per noi ricercare una differente manifestazione di Vita, che passa principalmente attraverso l’accettazione di  questa nuova sfida, che può essere vinta mediante il superamento di ciò che per molto tempo abbiamo voluto considerare verità assolute. Trovare la forza di modificare le nostre vecchie convinzioni rispetto ai normali “status”, costruendo un proprio stile di vita, non nel senso di azzerare le spese, ma ideando una modalità di consumo, più intelligente ed in qualche modo personale, completamente svincolata dagli stereotipi attuali. Iniziare a scegliere cosa acquistare in funzione di ciò che si sente; dall’abbigliamento alle auto, agli elettrodomestici, alle vacanze e via di seguito. Con tutta probabilità, ci riapproprieremo del nostro tempo libero, trasformando questa grande occasione in una ulteriore possibilità di sviluppo personale e da qui, porre le basi per un nuovo modo di percepire ciò che si possiede, in quanto autentico e non virtuale.

 





FANTASTICA CONCRETEZZA
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Un lampione elettrico può essere ignorato, per la semplice ragione che è insignificante e transitorio. Le fiabe, invece, si occupano di argomenti più permanenti e fondamentali, come il fulmine.

 

 

John Ronald Reuel Tolkien

 

 

 

Salvador Dalì: Nascita dell'uomo nuovo

 

 

I preconcetti limitanti sono convinzioni alle quali ci sentiamo radicati, frutto di esperienze passate, che non ci permettono di vedere le opportunità presenti e future.

Raccogliamo dunque l'invito di Fabrizio e cerchiamo di allenarci ad andare oltre ciò che appare, partendo dalla lettura di brani pieni di magica creatività.

 

 

Tempo fa in un convegno asserivo che oggi è più di moda la fantasy della fantascienza perché il progresso scientifico attuale è molto più là della fantasia scientifica e sfida le nostre convinzioni etiche, mentre il genere fantasy ci permette di recuperare e rimodellare una tradizione in cui c'è un bene ed un male riconoscibile e riconosciuto in modo assoluto.

Per chi, come me, è un amante del Signore degli anelli, questa moda del fantasy non può che prenderla bene.  Frodo, Gandalf, Aragorn e Legolas, (il mio preferito), popolano il mio immaginario e ammetto di avere la trilogia completa di Peter Jackson in DVD a casa.  Solo la saga di Eragon del diciannovenne americano Christopher Paolini ha saputo riappassionarmi al genere, tanto che sto aspettando con cupidigia l'uscita italiana del terzo libro.

Questa estate ho, poi, scoperto che in Italia abbiamo una straordinaria scrittrice fantasy che è Licia Troisi, la quale ha scritto due bellissime trilogie che hanno come protagoniste principali due eroine molto molto particolari: Nihal e Dubhe.

Le storie hanno un bellissimo intreccio con elementi e personaggi che si dipanano attraverso i sei libri, ma soprattutto perché, come Paolini, nelle sue storie ci sono i draghi. Queste creature mitologiche mi hanno sempre affascinato, ma, non ho mai avuto l'occasione di poter scrivere qualcosa su di loro.

È difficile mettere in una poesia il riferimento ad un drago, anche se non dispero di poterlo un giorno fare. Scrivere poesie è una operazione bellissima ed affascinante ed è molto appagante sapere che le tue parole hanno saputo suscitare emozioni negli altri.

Eppure, dopo 2 libri di poesie pubblicate, sentivo che dovevo provare a fare qualcosa di nuovo. Pormi una nuova meta, non per piacere agli altri, ma soprattutto per me stesso.

Ero alla ricerca e dovevo avere fiducia che la risposta sarebbe arrivata, come sempre.

La risposta mi è venuta leggendo un altro fantastico libro: "la solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano, vincitore meritato dello Strega. Ho, infatti, pensato che se un matematico poteva scrivere un romanzo usando come metafora un argomento che conosceva benissimo, anche io potevo utilizzare le mie passioni per farne un'opera narrativa.

E così è stato.

Sono partito dai draghi ed ho iniziato a buttare giù una storia con loro protagonisti. Ebbene in poche ore sul mio computer era pronta una base di partenza. Era il piccolo seme che mi serviva per iniziare a scrivere il mio primo romanzo, intitolato provvisoriamente "il ritorno del cavaliere del drago".

Adesso che ho finito il quarto capitolo, mi piacerebbe molto se voi, amici di equilibri dinamici, vorreste farmi da gruppo di lettura.

Intanto vi lascio il prologo di questa avventura

Alla prossima.

Fabrizio Cipollini

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Prologo

In principio erano i draghi. Vraunas, Stenzart, Retresaf e Gherfad erano i loro nomi. Vraunas era il drago della terra, Stenzart, quello dell'acqua, Retresaf era il drago dell'aria e Gherfad, il dragone del fuoco.

I Draghi erano gli unici essere viventi nel regno di Althesia che, a quei tempi, era una enorme e fertile pianura delimitata a nord dal grande mare di Wast, a sud dal deserto immenso di Uns, ad est dall'inestricabile foresta di Etres ed ad ovest dall' smisurata catena dei monti di Enost.

All'interno di questa pianura rigogliosa c'erano due laghi, il lago di Kela quello di Wat. In entrambi i laghi vi era una isola al centro. L'isola di Elsi nel lago di Kela quella di Eath  nel lago di Wat.

Tutto sembrava fatto per i Draghi e per la loro felicità.

Gherfad si innamorò di Stenzart e decisero di abitare l'isola di Elsi. Il drago del fuoco si prodigava affinché alla sua amata non mancasse niente e la felicità dei draghi era avvertita anche dalla natura che ricompensava il comprensorio del lago di Kela  con abbondanza di frutti.

Anche Vraunas e Retesaf si innamorarono e si stabilirono nell'isola di Eath. Ma l'amore di Vraunas non era del tutto sincero. Il drago della terra, infatti, nutriva una malsana concupiscenza verso Stenzart ed una invidiosa gelosia verso Gherfad.

L'unione tra Gherfad e Stenzart generò quelli che oggi chiamiamo i Draghifalchi. Essi assomigliano a grandi falchi con alcune caratteristiche proprie dei draghi come la testa, il lungo collo, il corpo snello e le larghe ali membranose  con le piume marroni con punte di gialle e blu.

I Draghiserpe, furono i frutti del legame tra Vraunas e Retresaf. Come suggerisce il nome essi sono dei giganteschi serpenti costrittori muniti di ali, come quelle dei pipistrelli, e la testa piumata. L'arma dei draghiserpe era la coda elettrificata, mentre i draghi falchi erano in grado di sputare fuoco dalla bocca.

Un funesto giorno, però, la passione di Vraunas verso Stenzart divenne irrefrenabile e così si originò la guerra dei draghi. Vistosi rifiutato da Stenzart, Vraunas, accecato dall'ira e dalla gelosia, attaccò la dragonessa e la uccise recidendole la testa.

Vraunas, nel vedere il corpo senza vita della dragonessa, riprese coscienza e scappò via velocemente, non notando che dal sangue di Stenzart si stavano generando le creature delle acque.

Fu Gherfad a trovare il corpo senza vita della sua amata. Egli pianse e si lamentò per giorni. La sua nenia funebre si udiva a molte leghe di distanza ed arrivò alle orecchie di Retresaf che decise di andare a vedere cosa fosse accaduto.

Quando vide il drago che cingeva con le ali il corpo senza vita della sua amata, Retresaf iniziò a piangere anche lei e fece per avvicinarsi, ma una fiammata di Gherfad la bloccò. Il ruggito di Gherfad era spaventoso e cupo e non assomigliava per niente al lamento funebre che aveva sentito poco prima.

Era un ruggito carico di odio e di vendetta, feroce e oscuro.

Retresaf non capì, ma, appena guardò le ferite mortali che aveva al  collo  Stenzart , intuì la verità. Folle di rabbia e di odio verso il suo amato volò fino alle vette più alte dei monti di Enost e lì si lasciò cadere in un crepaccio, profondo ed oscuro, trovando così la morte. Dalla scomparsa di Retresaf si generarono le creature dell'aria.

Presto la vendetta vinse il dolore e Gherfad uscì dalla sua tana e, dispiegando le ali enormi, si mise a caccia di Vraunas.

Egli lo trovò vicino alla sua dimora. L'attaccò fu tanto fulmineo, quanto letale e ci volle tutta l'abilità del drago della terra per evitare di soccombere. La lotta tra i due draghi andò avanti per sette giorni ed i colpi che si scambiavano facevano tremare le fondamenta dell'Universo.

Fu Vraunas, alla fine, a capitolare sotto la furia di Gherfad e dal suo ventre si originarono tutte  le creature della terra, i Arietidi e gli Elfi oscuri.

Nonostante la sua  vittoria,  Gherfad era stato ferito gravemente e a malapena arrivò a casa. Allo stremo delle forze, il Dragone si sacrificò e diede vita agli Uomini, ai Centauri, agli Gnomi e agli Elfi d'oro.

 

(Dal libro delle Origini di Aubertson )

 

 





SEMPLICEMENTE MELANIA

indice/immagini/post_immagini/Escher

 

Grazie Melania anche a nome di tutte quelle persone che, leggendo il tuo post, potranno trovare uno stimolo in più per credere nelle immense possibilità che sono naturalmente presenti dentro ciascuno di noi.

 

 

 

C'era una volta la tranquillità...

C'era, anche se non sapevi che ci fosse.

Te ne accorgi solo quando tende a sfuggirti dalle mani, lasciando il posto al suo miglior nemico, il PANICO.

Ah! quanto avresti voluto godertela prima quella spensieratezza che oggi sembra non far più parte di te.

Già spensieratezza, “senza pensieri”!

Quegli odiosi pensieri che ora dominano te, il tuo corpo, la tua mente, la tua vita.

Da quando il panico fa capolino in te per la prima volta, a quando si stanzia perennemente il passo è breve.

Inizi a retrocedere, tutto ciò che ieri facevi con estrema facilità e semplicità, oggi sembra essere insormontabile, alle volte impossibile.

Un giorno credi sia un problema nella tua mente, qualcosa nel meccanismo si è inceppato, l'altro invece ti convinci di stare seriamente male fisicamente.

Si verifica la frammentazione di te stesso.

Non sei più in grado di essere una persona, unitaria, tutta d'un pezzo; sei da quel momento il tuo corpo e la tua mente.

Ma tu, dove sei? Nel tuo corpo o nella tua mente?

Spesso preferisci tirati fuori dalle liti di quei due, costantemente in disaccordo.

Ma decidi di combattere, “perché io sono più forte”.

Prendi di petto il PANICO, magari decidi di uscire in macchina imboccando l'autostrada tanto temuta, e mentre lo fai non sei da sola, sei consapevole che accanto a te, sul lato passeggero, c'è lui, il PANICO.

Quando questo si fa sentire tu ci parli, lo sfidi, continui a ripetergli che ce la farai.

Lui, dal canto suo, continua a ripeterti di tornare indietro, che non è roba per te, che staresti meglio nel tuo “nido protetto”.

Giri la macchina, e proprio in quell'istante ti senti già meglio.

È un attimo. Dal malessere più totale, inizi di nuovo a respirare. È tutto finito.

Ma non ci sei riuscita, ha vinto lui.

È qui che il PANICO ti presenta un'amica, l' ANGOSCIA.

Lei ti deride, mentre tu trovi ogni possibile giustificazione alla sconfitta, perché a te, in fondo, non piace perdere, infatti è la paura che è stata più forte di te, non sei tu che sei stata debole.

Il PANICO ti fa perdere ogni speranza, e , a poco a poco, ti ritrovi chiusa in casa, ma soprattutto in te stessa.

Accetti di avere un problema, forse non sei l'unica.

Sfogli riviste e pagine web cercando conferma che non sei “anormale”, che qualcuno capisce come ti senti, a differenza di quanti non riescono a comprendere a pieno ciò che provi.

Ti senti sollevata e per ora questo ti basta.

Poi per caso, al telegiornale ti presentano un libro, parla del PANICO e di come se ne può uscire.

Pensi “lo hanno fatto apposta per me”, e ti precipiti a comprarlo.

Ti viene detto che l'unico e sacrosanto metodo di uscire dal tunnel del PANICO è affidarsi alle care e scomode medicine, e che “far credere ad una persona che attraverso la meditazione uscirà dalla depressione o dagli attacchi di PANICO può essere pericoloso”.

E  ancora “la psicoanalisi non è una terapia, ma un interessante cammino di dialogo, di confronto, che può essere efficace nelle persone sane, e non per chi soffre di attacchi di PANICO”.

Pensi, “sono malata?”, “ho sottovalutato la situazione?”

si perché, la prima azione che hai fatto è quella di chiedere aiuto ad un medico.

Se un neurologo afferma che l'unica soluzione sono i farmaci devo credergli!

Ma ti senti un po' confusa, e ti chiedi: ma se questo medico afferma che “il cervello, al pari di un muscolo è perennemente flessibile ed adattabile”, e poi che “come si allenano le capacità mnemoniche si può allenare il nostro cervello a riconoscere e a reagire al PANICO, identificato come una bugia del cervello”, non posso anche io allenare la mia mente? Il muscolo non ha bisogno di medicinali per l'elasticità o la mobilità, perché il mio cervello dovrebbe averne bisogno?

Non posso credere che mi servano le medicine come il malato di diabete ha bisogno dell'insulina. Non può essere certo così.

Se il PANICO è come un corpo estraneo che si stanzia in noi, costringendoci ad una vita rinunciataria, con i farmaci non andrò a tacerlo? Ma non sarebbe meglio che io lottassi per portarlo il più lontano da me e dalla mia vita?

Se io prendessi questi farmaci, non sarei come il timido che beve per disinibirsi e che poi non riesce più a farne a meno?

Se io mi sento frustrata perchè non riesco più ad essere quello di una volta, la mia autostima non ricordo più cosa sia, accettare come unica soluzione i farmaci, non mi farà sentire una fallita?

I giorni a seguire sono un po' confusi, da un lato sei fermamente convinta che da sola ce la puoi fare, dall'altro, nei momenti di sconforto ti convinci che quelle medicine magiche potrebbero aiutarti.

A questo punto subentro io, Melania, 21 anni, dall'età di 15 anni soffro di ansie e attacchi di panico.

Le ho provate tutte, in un primo momento non gli ho dato corda, ma poi le limitazioni attorno alla sfera della mia quotidianità si sono fatte sempre più grandi ed importanti.

Ho deciso di entrare in terapia psicologica.

Mi sentivo come un “malato incompreso”, e le amorevoli attenzioni che la psicologa mi dedicava una volta a settimana, mi hanno fatto credere che di quello avevo bisogno.

Più passava il tempo e più continuavo a ripetermi che prima o poi quelle sedute avrebbero dato il loro frutto.

Dopo sei mesi nulla era migliorato, e le mie paure, diventavano sempre più ingombranti.

A 17 anni e un diploma da voler prendere, mi sono convinta che l'unica via per avere una vita normale fosse quella farmacologica.

Per un certo verso era vero.

Per 3 anni ho vissuto come le mie coetanee, la scuola , le feste, gli amici, e tutto quello che si può fare da adolescenti.

“L'unico neo” , le cosiddette ricadute.

A volte le paure tornavano, inaspettatamente. E la dose farmacologica aumentava con loro.

Fino alla frustrazione, il senso di fallimento e di impotenza di fronte al PANICO.

Ho detto basta, ho 20 anni, non posso auspicarmi di vivere per sempre sotto l'effetto dei farmaci, non posso continuare a nascondere la paura.

Ho smesso. Chiaramente questo ha comportato un declino fisico e mentale spaventoso. Sei mesi chiusa in casa con il timore anche solo di gettare la pattumiera fuori la porta.

Le uniche mie uscite erano dedicate ai colloqui col Dottor Zanghi, che, nell'ambito del mio percorso ho scoperto essere semplicemente Giuseppe.

Lui che, non formalmente, non clinicamente, non farmacologicamente, ma professionalmente, mi ha indicato la strada da percorrere, senza però accompagnarmi.

Si perchè dovevo uscirne da sola, non crearmi un punto di salvezza in lui.

In meno di un anno sono tornata ad uscire con gli amici, guidare da sola, riuscire a  socializzare, iscrivermi nuovamente all'università... a tornare alla mia vita.

Sono di nuovo una sola persona, unica ed unitaria, il mio corpo e la mia mente sono tornati in perfetta armonia.

Le mie paure non sono del tutto scomparse, ma oggi ho la forza di affrontare, per poter dire ogni volta “ho vinto, ce l'ho fatta”.

La mia autostima è tornata, a volte pecco di immodestia, a livelli altissimi.

Il tutto senza crearmi la minima dipendenza da lui o dal suo metodo, e soprattutto senza farmaci.

Questa lettera aperta ha tre scopi: il primo quello di ringraziare Giuseppe per lo splendido lavoro fatto, e perfettamente riuscito; il secondo è quello di invitare quanti, come me, soffrono di questo disturbo, a continuare a lottare; non per ultimo, fare infiniti complimenti a me stessa per avercela fatta!

                                                                                             Melania settembre 2008

 




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