Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: coaching


LA VIA PERCORRIBILE NON E' L'ETERNA VIA
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La via percorribile non è l’eterna Via,
 il nome definibile non è l’eterno nome.
“Nulla” si chiama il grembo del cielo e della terra,
“essere” è invece madre di tutte le creature.
L’eterno nulla vuole guardar misteri,
mentre l’eterno essere vuole osservare il piccolo.
L’origine dei due è sempre la stessa, ma i nomi son diversi.
La loro identità si dice arcana,
ancor più arcana dell’arcano stesso, porta tutti i misteri
.

 

TAO-TE-CHING


Un modello di vita, nella sua globalità, non può essere costruito a priori. Nessun consiglio viene accettato, anche quando nelle parole sono espresse le verità più assolute per il nostro caso. Si può cambiare solo quando siamo realmente pronti, ma non a seguito di programmi “motivazionali” o spinte esterne. Ciò in quanto esiste solo un modo per condurre la propria Vita, ma spessissimo lo ignoriamo. Proprio per questo, ad esempio, non è mia abitudine consigliare alcunché, semmai porto le persone a comprendere ciò che è vitale per loro stesse, in quanto convinto che sia il solo modo per progredire davvero. Faccio la stessa cosa anche nei confronti di me stesso, nei dialoghi interni, nelle domande che mi pongo costantemente o durante le mie meditazioni. Il percorso è traumatico, doloroso, non privo di incognite, di passi in avanti decisi, e altrettanti passi indietro effettuati in modo repentino e con questo progredire, l’alternanza di stati d’animo e di sensazioni anche corporee diverse. E’ dunque l’esperienza diretta, magari sbagliata, che porta alla comprensione vera di ciò che non va bene per la ricerca della Via. Il punto è che occorrono molti anni di prove, errori, cadute a volte rovinose, delusioni e vittorie inebrianti, rimanendo però sempre coerenti con se stessi. Certo le guide che scegliamo sono importantissime, ma vanno considerate l’intenzione e le finalità più profonde di chi sarà al nostro fianco. Tuttavia, come dice il grande Vittorio Arena, “il senso della Vita è un mistero. Ce ne rendiamo conto quando non ce ne rendiamo conto e smettiamo di preoccuparcene”. Questo è quello che è accaduto a me ed oggi, finalmente, il puzzle inizia a ricomporsi, con una stupenda naturalità, proprio quando non me ne sono più curato con intenzione e focalizzazione continua. Ero convinto che sarebbe stato ciò che il mio incoscio, fin da bambino, ha da sempre sognato. Nella vita privata, nel lavoro, fino alle mie passioni o ai miei hobby. Solo oggi mi rendo conto che è stata la pazienza ed il perseverare nel mantenere la direzione anche quando sarebbe stato molto più semplice cambiare,  Ecco il significato della frase del brano di Jovanotti che ho pubblicato su FB. E il viaggio non si ferma qui.





LEADERSHIP & COACHING
indice/immagini/post_immagini/CopertinaLibroGZIn un contesto sociale complesso è improcrastinabile, per un’efficace
azione di guida delle persone, curare e sviluppare competenze
in passato sottovalutate. Il volume presenta temi essenziali per tutti
coloro che attivano comportamenti di gestione e sostegno degli individui.

Saper guidare è l’essenza della leadership; tuttavia le sole abilità
direttive, il più delle volte basate sulle mere competenze tecniche,
non consentono il raggiungimento dei risultati desiderati. Saper
ispirare e motivare le persone (ma anche se stessi) diventa l’imprescindibile
nuova frontiera del gestire. Ispirare vuol dire comprendere,
indirizzare, dare e ricevere feedback costruttivi.
Il testo si contraddistingue
per i rigorosi contenuti scientifici e l’applicazione pragmatica
degli argomenti presentati, con l’ausilio di esempi in grado di
coinvolgere i lettori; vengono forniti strumenti per stimolare i leader,
i coach ed i collaboratori a sviluppare il loro potenziale mediante conoscenze,
consapevolezza e tecniche. In sostanza si mira ad incrementareil sapere, il saper fare ed il saper essere curando in particolare:le risultanze scientifiche più aggiornate; il come gestire i diversi aspetti affrontati e la verifica delle proprie competenze e modalità di azione di fronte ai comportamenti di leadership e di coaching. Il libro può costituire un valido aiuto per tutte quelle persone che vogliono cercare una indicazione per iniziare un percorso di cambiamento personale.




IL GENITORE COME COACH

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Ogni genitore ha in sé  un profondo desiderio: costruire una meravigliosa relazione con i propri figli cercando di trasferire loro il senso di un legame che potrà essere di immensa utilità per le generazioni future.

Continua...

 

Leggi integralmente l'articolo





SEMPLICEMENTE MELANIA

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Grazie Melania anche a nome di tutte quelle persone che, leggendo il tuo post, potranno trovare uno stimolo in più per credere nelle immense possibilità che sono naturalmente presenti dentro ciascuno di noi.

 

 

 

C'era una volta la tranquillità...

C'era, anche se non sapevi che ci fosse.

Te ne accorgi solo quando tende a sfuggirti dalle mani, lasciando il posto al suo miglior nemico, il PANICO.

Ah! quanto avresti voluto godertela prima quella spensieratezza che oggi sembra non far più parte di te.

Già spensieratezza, “senza pensieri”!

Quegli odiosi pensieri che ora dominano te, il tuo corpo, la tua mente, la tua vita.

Da quando il panico fa capolino in te per la prima volta, a quando si stanzia perennemente il passo è breve.

Inizi a retrocedere, tutto ciò che ieri facevi con estrema facilità e semplicità, oggi sembra essere insormontabile, alle volte impossibile.

Un giorno credi sia un problema nella tua mente, qualcosa nel meccanismo si è inceppato, l'altro invece ti convinci di stare seriamente male fisicamente.

Si verifica la frammentazione di te stesso.

Non sei più in grado di essere una persona, unitaria, tutta d'un pezzo; sei da quel momento il tuo corpo e la tua mente.

Ma tu, dove sei? Nel tuo corpo o nella tua mente?

Spesso preferisci tirati fuori dalle liti di quei due, costantemente in disaccordo.

Ma decidi di combattere, “perché io sono più forte”.

Prendi di petto il PANICO, magari decidi di uscire in macchina imboccando l'autostrada tanto temuta, e mentre lo fai non sei da sola, sei consapevole che accanto a te, sul lato passeggero, c'è lui, il PANICO.

Quando questo si fa sentire tu ci parli, lo sfidi, continui a ripetergli che ce la farai.

Lui, dal canto suo, continua a ripeterti di tornare indietro, che non è roba per te, che staresti meglio nel tuo “nido protetto”.

Giri la macchina, e proprio in quell'istante ti senti già meglio.

È un attimo. Dal malessere più totale, inizi di nuovo a respirare. È tutto finito.

Ma non ci sei riuscita, ha vinto lui.

È qui che il PANICO ti presenta un'amica, l' ANGOSCIA.

Lei ti deride, mentre tu trovi ogni possibile giustificazione alla sconfitta, perché a te, in fondo, non piace perdere, infatti è la paura che è stata più forte di te, non sei tu che sei stata debole.

Il PANICO ti fa perdere ogni speranza, e , a poco a poco, ti ritrovi chiusa in casa, ma soprattutto in te stessa.

Accetti di avere un problema, forse non sei l'unica.

Sfogli riviste e pagine web cercando conferma che non sei “anormale”, che qualcuno capisce come ti senti, a differenza di quanti non riescono a comprendere a pieno ciò che provi.

Ti senti sollevata e per ora questo ti basta.

Poi per caso, al telegiornale ti presentano un libro, parla del PANICO e di come se ne può uscire.

Pensi “lo hanno fatto apposta per me”, e ti precipiti a comprarlo.

Ti viene detto che l'unico e sacrosanto metodo di uscire dal tunnel del PANICO è affidarsi alle care e scomode medicine, e che “far credere ad una persona che attraverso la meditazione uscirà dalla depressione o dagli attacchi di PANICO può essere pericoloso”.

E  ancora “la psicoanalisi non è una terapia, ma un interessante cammino di dialogo, di confronto, che può essere efficace nelle persone sane, e non per chi soffre di attacchi di PANICO”.

Pensi, “sono malata?”, “ho sottovalutato la situazione?”

si perché, la prima azione che hai fatto è quella di chiedere aiuto ad un medico.

Se un neurologo afferma che l'unica soluzione sono i farmaci devo credergli!

Ma ti senti un po' confusa, e ti chiedi: ma se questo medico afferma che “il cervello, al pari di un muscolo è perennemente flessibile ed adattabile”, e poi che “come si allenano le capacità mnemoniche si può allenare il nostro cervello a riconoscere e a reagire al PANICO, identificato come una bugia del cervello”, non posso anche io allenare la mia mente? Il muscolo non ha bisogno di medicinali per l'elasticità o la mobilità, perché il mio cervello dovrebbe averne bisogno?

Non posso credere che mi servano le medicine come il malato di diabete ha bisogno dell'insulina. Non può essere certo così.

Se il PANICO è come un corpo estraneo che si stanzia in noi, costringendoci ad una vita rinunciataria, con i farmaci non andrò a tacerlo? Ma non sarebbe meglio che io lottassi per portarlo il più lontano da me e dalla mia vita?

Se io prendessi questi farmaci, non sarei come il timido che beve per disinibirsi e che poi non riesce più a farne a meno?

Se io mi sento frustrata perchè non riesco più ad essere quello di una volta, la mia autostima non ricordo più cosa sia, accettare come unica soluzione i farmaci, non mi farà sentire una fallita?

I giorni a seguire sono un po' confusi, da un lato sei fermamente convinta che da sola ce la puoi fare, dall'altro, nei momenti di sconforto ti convinci che quelle medicine magiche potrebbero aiutarti.

A questo punto subentro io, Melania, 21 anni, dall'età di 15 anni soffro di ansie e attacchi di panico.

Le ho provate tutte, in un primo momento non gli ho dato corda, ma poi le limitazioni attorno alla sfera della mia quotidianità si sono fatte sempre più grandi ed importanti.

Ho deciso di entrare in terapia psicologica.

Mi sentivo come un “malato incompreso”, e le amorevoli attenzioni che la psicologa mi dedicava una volta a settimana, mi hanno fatto credere che di quello avevo bisogno.

Più passava il tempo e più continuavo a ripetermi che prima o poi quelle sedute avrebbero dato il loro frutto.

Dopo sei mesi nulla era migliorato, e le mie paure, diventavano sempre più ingombranti.

A 17 anni e un diploma da voler prendere, mi sono convinta che l'unica via per avere una vita normale fosse quella farmacologica.

Per un certo verso era vero.

Per 3 anni ho vissuto come le mie coetanee, la scuola , le feste, gli amici, e tutto quello che si può fare da adolescenti.

“L'unico neo” , le cosiddette ricadute.

A volte le paure tornavano, inaspettatamente. E la dose farmacologica aumentava con loro.

Fino alla frustrazione, il senso di fallimento e di impotenza di fronte al PANICO.

Ho detto basta, ho 20 anni, non posso auspicarmi di vivere per sempre sotto l'effetto dei farmaci, non posso continuare a nascondere la paura.

Ho smesso. Chiaramente questo ha comportato un declino fisico e mentale spaventoso. Sei mesi chiusa in casa con il timore anche solo di gettare la pattumiera fuori la porta.

Le uniche mie uscite erano dedicate ai colloqui col Dottor Zanghi, che, nell'ambito del mio percorso ho scoperto essere semplicemente Giuseppe.

Lui che, non formalmente, non clinicamente, non farmacologicamente, ma professionalmente, mi ha indicato la strada da percorrere, senza però accompagnarmi.

Si perchè dovevo uscirne da sola, non crearmi un punto di salvezza in lui.

In meno di un anno sono tornata ad uscire con gli amici, guidare da sola, riuscire a  socializzare, iscrivermi nuovamente all'università... a tornare alla mia vita.

Sono di nuovo una sola persona, unica ed unitaria, il mio corpo e la mia mente sono tornati in perfetta armonia.

Le mie paure non sono del tutto scomparse, ma oggi ho la forza di affrontare, per poter dire ogni volta “ho vinto, ce l'ho fatta”.

La mia autostima è tornata, a volte pecco di immodestia, a livelli altissimi.

Il tutto senza crearmi la minima dipendenza da lui o dal suo metodo, e soprattutto senza farmaci.

Questa lettera aperta ha tre scopi: il primo quello di ringraziare Giuseppe per lo splendido lavoro fatto, e perfettamente riuscito; il secondo è quello di invitare quanti, come me, soffrono di questo disturbo, a continuare a lottare; non per ultimo, fare infiniti complimenti a me stessa per avercela fatta!

                                                                                             Melania settembre 2008

 





DUBBI

 

indice/immagini/post_immagini/fioreUna delle abilità del coach è di saper adottare - quando occorre - uno stile comunicativo assertivo, al fine di gestire efficacemente la relazione con il proprio coachee e aiutare quest’ultimo a rimuovere i blocchi che lo separano dai propri obiettivi utilizzando appieno le sue risorse interiori.

Tuttavia il momento del feedback può essere un momento critico per il coachee, in quanto il coach fa emergere, svela, cose dure e difficili da accettare. Questo perché durante l’incontro vengono rinvenuti ad uno ad uno tutti quegli ostacoli (o blocchi) di cui dicevamo e, con essi, le motivazioni più o meno nascoste della loro esistenza e della loro inamovibilità fino a quel momento. E l’ostacolo non riguarda l’individuo di per sé, avulso da qualunque contesto sociale, affettivo, relazionale, tant’è che a quell’ostacolo sono spesso associate paure quali deludere o ferire l’altro: una persona cara, vicina, importante.

I nervi si scoprono e la sofferenza non può essere ignorata, così come l’ostacolo non può più essere aggirato. Il mio interlocutore in questa fase di svelamento (di convinzioni limitanti, di giuste decisioni inspiegabilmente procrastinate, di stratagemmi suggeriti dall’abitudine per non affrontare i nodi) può sentirsi perso, disorientato o addirittura “offeso”, perché la visione è andata troppo oltre troppo a fondo, disvelando un inganno, che spesso non è altro che un autoinganno.

Anche se mi piace improntare le mie interazioni alla leggerezza e alla letizia - costruendo metafore, leggendo passi di racconti o poesie -, so che il più delle volte non posso prescindere dalla pesantezza e durezza di un feedback, ahimè, necessario.

Percepisco la difficoltà momentanea del mio interlocutore, è vero, ma ho in me la convinzione che i frutti desiderati arriveranno, eppure…

Eppure a volte mi rimane una sensazione di disagio, o meglio, un dubbio: avrei potuto scegliere, per quella persona, una via di interazione meno “invasiva” e più “ecologica”?

 




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