Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Categoria: disturbi alimentari


GUARIRE INSIEME

 

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La nostra amica Chiara Rizzello ha da poco inaugurato il sito “Briciole di pane” attraverso il quale riorganizzare e ampliare i contenuti (articoli link testimonianze) dell’omonimo blog che ha ottenuto meritati riconoscimenti per la sua opera sociale e umana: guardare a fondo nei disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge eating disorder) e mettere a disposizione di tutti, di chi soffre di questi disturbi e dei famliari e amici che condividono questa sofferenza, uno spazio di parola e di ascolto dove poter coltivare fiducia e consapevolezza e, soprattutto, la voglia di guarire perché guarire è possibile.
Trovare un interlocutore, una persona disposta semplicemente ad ascoltare (e ricordiamo che l’ascolto implica impegno) può essere già un primo aiuto per chi soffre (qualunque sia il male), perché spesso il malessere se non la malattia sono oggetto di un ostracismo sociale, che è il risultato di indifferenza e di egoismo, è manifestazione di un’ansia esacerbata di “tutela” verso se stessi, come se la malattia e la persona affetta dalla malattia fossero dei "disturbatori" - guastatori di un frainteso equilibrio -, come se fossero corpi estranei da chiudere fuori di noi.
Malattie come l’anoressia e la bulimia sono spesso malattie invisibili per quanto la malattia si inscriva nel corpo stesso  della persona e spesso in modo violento ed estremo: il corpo parla, dice la malattia, pur non essendo lui la causa, ma solo un tramite. Sono invisibili perché l’anoressica riesce a condurre una vita apparentemente normale, anche se la famiglia e le persone vicine sanno che così non è; invisibili perché le cause spesso sono oscure, sfuggenti, sono una nebulosa indecifrabile, e ciò che non riusciamo a decifrare, a capire ci spaventa.

A Chiara e al suo progetto va il nostro in bocca al lupo e il nostro ringraziamento!

 

Immagine di Darren Holmes: Numbing It

 





LE PAROLE PER DIRLO

 

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“C’è un mondo dove nascondo sogni e perché. (…) C’è un mistero attorno a lui che non conosco” (da ‘La mia favola’, vedi post precedente).

Il nascondere è un nascondersi, è un voler sparire. Ma sparire non è morire, è rinviarsi ad un’altra vita, è sospendere quella attuale, è starsene al riparo per un po’, quel tanto che basta per uscire cambiati, diversi.

Ma come si fa a cambiare? E’un mistero, o meglio, sembra un mistero, perché quello che riposa in fondo al nostro cuore alla nostra mente sembra inconoscibile, più grande e più forte di noi, sembra che ci governi - malgrado noi, ed è una forza che ci spaventa e intimorisce ma che ci incuriosisce anche.

Perché quella parte oscura che alleviamo dentro di noi è una forza ancora tutta da scoprire, da imparare a governare, da orientare verso la Vita e non la morte.

Chi è capace di ringraziare ha in sé un forte impulso alla vita, e immagina di nascondersi sì, di sparire sì, ma giusto il tempo di capire come si fa a vivere, come si fa ad accogliere dentro di sé questa grande energia.

Questo nascondersi può tuttavia essere pericoloso, può consumarci, quando questo nascondersi è una frequentazione di abissi, di un abisso che ci risucchia e non ci restituisce più alla superficie, al mondo.

Riaffiorare: è questo l’anelito di un’ anoressica.

Riaffiorare vuol dire infrangere la superficie dell’oceano della propria disperazione risalendo dalle profondità della paura, della mancanza di senso o del sovraccarico di senso, profondità che danno vertigine e panico; riaffiorare vuol dire tornare a respirare assieme al respiro del mondo: un respiro normale, un respiro che è riuscire di nuovo a sentire e a sentirsi; che è iniziare ad amare e ad amarsi, ad apprezzare la varietà della vita, con tutti i suoi colori, a stare di nuovo sopra la superficie.

 





ABITARE SE STESSI
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"Cos'è infatti la poesia se non il linguaggio di una Psiche che cerca forse una Madre, una carezza, un incontro per non finire nell'abbraccio di Persefone o meglio di una morte fredda senza aver prima vissuto il caldo tepore del proprio vivere."

 

Lina Ferrante

 

 

 

 

 

 

PENSIERI DI UN GIORNO QUALSIASI

 

Se dovessi perdermi

cercherei me stessa

per fiumi e monti

senza mai fermarmi

e dopo un lungo cammino

tornerei di nuovo a cercarmi

perché niente è superiore

al nuovo giorno

che nasce

insieme a noi.

 

 

C’E’

 

C’è un mondo

nel mio mondo

largo lungo

grande aperto

dove nascondo sempre

sogni e perché.

Non posso vederlo

né toccarlo

c’è un mistero intorno a lui

che non conosco.

Ma a me basta sapere che c’è

per arrivarci

con la mente

quando in realtà mi tradisce

ed io ho bisogno

di orizzonti sconosciuti

per ricominciare.

A tutto ciò che è

anche se solamente

nell’universo dell’inconscio

io dico grazie

per tante volte

in cui ho ricominciato

servendomi semplicemente

di un mistero.

 

La mia favola

iniziò

in un giorno qualsiasi

di noia

e continua

ancora oggi

nell’emisfero

più buio

del mio creato.

 

Lina Ferrante lavora come psicologa presso il Centro di Fisiopatologia della Nutrizione della ASL di Teramo ed ha raccolto nel libro "La poesia incontra la psicologia" (Mario D'Arcangelo Editore) - di cui "La mia favola" (con prefazione del dott. Paolo De Cristofaro) è un estratto - le poesie scritte dalle ragazze che in questi anni il Centro ha assistito e accompagnato nel loro percorso di consapevolezza e di guarigione.





SCEGLIERE LA VITA

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Leggevo in questi giorni, sulla rivista Dossier Medicina di febbraio/marzo, l’articolo del dottor Paolo De Cristofaro e della nostra amica psicologa Angela Meola (vai al suo articolo su ED).

Il tema è l’approccio al trattamento dei dca – ovvero: disturbi del comportamento alimentare (definizione purtroppo lacunosa e imprecisa: corpo e anima sono inscindibili!).

Estrapolo il passaggio conclusivo:“Il Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione [della ASL di Teramo] si pone come un riferimento dialettico permanente che ha soprattutto voglia di capire come aiutare i nostri ragazzi e che cosa fare per mitigare questa grande sofferenza spesso travisata dalla comunicazione mediatica che non è in grado di offrire risposte adeguate e coerenti ai tanti drammi individuali e familiari”.

E’ il dramma dell’individuo-in-relazione, dell’individuo che smarrisce la chiave della relazione, del contatto con le persone più vicine, dei legami profondi. Autismo sociale, appunto.

I canali di comunicazione si ostruiscono, si interrompono: all’inizio è solo un po’di rumore, è un’interruzione intermittente che poi però rischia di installarsi in modo permanente traducendosi in impossibilità di entrare in contatto, di dare e ricevere “la cura”: il bene, l’affetto, la comprensione, il sostegno e, perché no, il perdono.

Il dramma è la rappresentazione del disagio – più che di una malattia -, un disagio pericoloso, anche mortale, un disagio che è sacrosanto capire, decifrare per poter sviluppare strumenti e strategie di intervento adeguati. Smantellare dei convincimenti radicati - che si traducono in abiti mentali e comportamentali sia nella persona che porta su di sé il disagio sia nelle persone del suo (ahimè sempre più ridotto e cedevole) ambito vitale (la famiglia, le amicizie) - si traduce in una vera e propria opera di ri-programmazione.

Si tratta di individuare l’interruttore “giusto” da toccare, tra tanti falsi interruttori, quello giusto da azionare, perché solo così si produce, appunto, azione e l’uscita dal guado del disagio.

Capire non basta, dalla comprensione e consapevolezza acquisite da chi vive il disagio e da chi tenta di sostenerne il superamento, occorre passare all’azione, alla pratica della cura, intervenendo concretamente sul fronte dell’unione inscindibile di mente e corpo – l’individuo – e sul suo vero nutrimento – in questi casi, avvelenato: la socialità.

Nell’articolo che qui riportiamo c’è un messaggio di speranza e di fiducia, c’è la volontà - di molti – di indagare e capire, di confrontarsi e agire, integrando le conoscenze e i saperi, per poter meglio interpretare i vissuti, per poter muovere - quanto prima - l’interruttore giusto.

 

Leggi l'articolo di Dossier Medicina 

 

L'immagine: Fabio Greco, "Love Story", acrilico su tela.

 





SIAMO TUTTI ANORESSICI

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Manifesto 6x3, immagine shock. Ma io non vedo soltanto una ragazza ridotta a scheletro o, almeno, non solo. Per una volta, contrariamente a quanto fatto in precedenza in queste pagine, non voglio parlare di anoressia quale patologia. Non voglio nemmeno entrare nella polemica, per altro sterile, circa l’opportunità o meno di pubblicare una foto simile. Non è mia intenzione dissertare di deontologia pubblicitaria (ma ne sarei poi davvero capace?), malgrado l’argomento stia suscitando un interesse smisurato in Italia e non solo, visto che persino la CNN oggi ha mandato in onda un’intervista a Oliviero Toscani. Voglio invece allargare il campo, per un attimo voglio vedere la foresta e non l’albero, e fare una riflessione sociologica più che psicologica. Non so perché ma quella foto mi ha rimandato l’immagine della nostra società: una società anoressica.

Una società in cui i valori sono dis-valori e le percezioni alterate, senza misura né proporzione, una società che offre e rende desiderabili - e concretamente persegue - ideali di successo e di realizzazione fittizi, ideali che in realtà nascondono solo un grande vuoto; una società incapace di avanzare una proposta di vita, un modello dell’esistere più sano e in armonia con il nostro corpo (di cui “aver cura” e non da curare in modo spasmodico e ossessivo nella speranza vana di guadagnarsi la felicità rincorrendo fraintesi ideali di perfezione fisica) e in armonia con gli altri (dov’è l’ascolto? Il confronto libero, la costruzione e condivisione di valore?).

E’ una società del consumo e dell’orrore che finirà col digerire se stessa così come fa l’anoressica che si è deprivata a tal punto da ammalarsi di autocannibalismo. E non è altro che la nostra società, la società del nostro mondo occidentale, tanto opulento quanto fragile. Qualche giorno, e tutto si scioglierà - come è uso e consumo - nell’indifferenza generale, qualche giorno e saremo pronti a scandalizzarci per una nuova campagna, per una nuova immagine, senza il rischio di confonderla con la nostra.

 




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